R E C E N S I O N E


Recensione di Monica Gullini

Affascinante, malinconico e conturbante. Non esistono altri aggettivi per descrivere il nuovo album di Moby, Always centered at night. L’artista newyorkese torna dopo la non facile esperienza di All Visible Objects del 2018 e regala al pubblico un lavoro sorprendente e un nuovo tour celebrativo del suo capolavoro Play, che quest’anno festeggia le nozze d’argento. Moby, al secolo Richard Melville Hall, pronipote del più famoso Herman, colui che narrò l’ancestrale lotta tra il capodoglio bianco Moby Dick e l’inflessibile capitano Achab, riprende il largo dei mari che più ha solcato durante la sua discografia – gospel, dance, pop, trip hop, house, ambient e chi più ne ha più ne metta – al timone di una nave che tiene perfettamente la rotta.


On Air è un brano che offre immensi orizzonti, a partire dalla voce di Serpentwithfeet, ariosa appunto, e dal piano che si fonde con i campionamenti e con i tappeti elettronici. Dark Days, primo singolo estratto, è una ballata dance anni Novanta che richiama alla mente le sonorità trip hop di un famoso duo di Bristol impreziosite dal timbro soul jazz di Ladybird, ma c’è dell’altro. Il vero riportare in auge Play in occasione del suo venticinquennale non è un caso. Always centered at night possiede il respiro ampio di quel lavoro. Sia chiaro, non lo supera in magnificenza, ma il musicista statunitense ha ben chiara la lezione che lo ha reso uno dei musicisti più innovativi degli ultimi decenni e la mette in pratica senza sforzo alcuno. Mirabili sono le collaborazioni, a partire da Where is your pride, traccia dalla base break-beat energica che vede il contributo dello scomparso scrittore e poeta Benjamin Zephaniah. In questa canzone l’attivista declama parole potenti che interrogano il nostro senso di amore, fede, speranza e orgoglio. Moby ammette di essere stato folgorato da Zephaniah: “Benjamin mi ha ispirato per molti anni. Spero che ‘Where is your pride?’ onori la sua eredità e sensibilizzi sulle sue battaglie”. Transit sembra provenire da un altro universo, immersa com’è nelle fascinazioni elettroniche e nella conturbante voce di Gaidaa, performer eccezionale su una accattivante base trip hop. La successiva Wild Flame, resa magnifica dal timbro di Danaè, è un groove animato da percussioni tribali, sintetizzatori, basso e chitarra dalla chiara vocazione funky: il rimando è a Why does It feel so good e alle sonorità anni Novanta di Dj Spiller. L’atmosfera downtempo di Precious mind riporta indietro nel tempo di decenni ed è pervasa da quella rarefazione bristoliana che tanto affascinò la giovinezza di tanti miei coetanei, complice la conturbante India Carney, che spinge il pezzo in cima a vette altissime. Il funky di Should Sleep avvolge e ammalia, mentre i toni soul di J.P. Bimeni si barcamenano tra echi anni Ottanta e sintetizzatori; Raquel Rodriguez, ospite di Feelings come undone, sussurra su una base latin dance che molto ha mutuato dai Moloko e dai suoi geniali musicisti; la frenetica Medusa parte su una base dub e sfodera una voce soul (una Aynzli Jones da brividi) tra i beats e i campionamenti, a metà tra la rarefazione, la fretta quotidiana e il drum’n’bass. We’re going wrong è la perfetta ammissione in chiave trip hop della brutta piega che stanno prendendo i tempi moderni: tra fascinazioni di stampo Air e atmosfere röyksoppiane, Brie o’ Banion esorta l’ascoltatore ad aprire gli occhi e a scuotersi dal torpore. Le percussioni tribali di Fall Back e i suoi paesaggi ariosi raccontano una storia d’amore che sembra appartenere al passato; Akemi Fox sussurra e si rifugia in quel sogno che i tamburi dipingono e cristallizzano. I riff di chitarra malinconica, i toni caldi e soffusi e i campionamenti di Sweet Moon ci portano lì, in quella fuga che si arresta davanti all’alba e agli uccelli che piangono. Nella seconda parte del brano Choklate spera ardentemente di ritrovare la persona amata mentre il ritmo si velocizza al passo della natura e si arresta di fronte a quella luna, fredda e dolce al tempo stesso. Ache for segna la conclusione del disco e con le sue atmosfere jazz e sognanti ci riporta sulla terraferma, con negli occhi immagini di un mondo in continuo movimento.


Always centered at night mette in risalto le voci, grazie all’attenta opera di ricerca di Moby, fine conoscitore del timbro e delle sfumature vocali. “Sono sempre attento. Credo di essere una versione buona di Schwarzenegger nel primo Terminator. Sei al mondo per una sola ragione, e la mia riguarda le voci. A volte basta andare su Spotify, altre su YouTube, altre ancora uscire per Manhattan e trovare una coppia che canta al karaoke. È il processo continuo di ricerca che mi esalta, specie quando trovo una voce interessante“.
L’artista newyorkese fa tesoro delle esperienze che più lo hanno influenzato negli ultimi decenni e le traspone in suoni, mettendone in risalto l’anima propulsiva. Forse più di ogni altro si è guadagnato il diritto di esplorare tutti gli stili che hanno attraversato la musica elettronica, essendo uno dei depositari della cultura dance degli anni Novanta. Le influenze punk, acid house, gospel e blues che hanno caratterizzato la sua giovinezza sono state completamente rivisitate e hanno posto le basi per quel capolavoro che è Play, album che rivive in ogni battito di Always centered at night: non a caso, la scelta di commemorare la sua pietra miliare del 1999 live cade in concomitanza con questa nuova uscita.

Richard Melville, attivista vegano da ormai diversi anni, ha scelto di destinare tutti i proventi del tour europeo di Play a supporto delle organizzazioni europee per i diritti degli animali.
Intento mirabile dunque, se consideriamo che sostenendo una buona causa si può assistere a un revival della propria giovinezza e contemporaneamente fare un balzo in avanti, gli occhi rivolti a una speranza di futuro sempre viva. Perché tra le righe (ma non troppo), il messaggio che traspare da ogni nota, da ogni sussurro e da ogni accenno di synth è molto chiaro: il cuore è recidivo, e quel reato ascrivibile alla colpa può essere cancellato con la migliore delle condotte. Lode perciò a Moby e ai suoi innumerevoli insegnamenti, alla sua visione illuminata della vita e al cor cordis che lo anima, merce rara di questi tempi.   

      

Tracklist:
01. On air (feat. Serpentwithfeet)
02. Dark days
03. Where is your pride? (feat. Benjamin Zephaniah)
04. Transit (feat. Gaidaa)
05. Wild Flame (feat. Danaé)
06. Precious mind (feat. India Carney)
07. Should sleep (feat. J.P. Bimeni)
08. Feelings come undone (feat. Raquel Rodriguez)
09. Medusa (feat. Aynzli Jones)
10. We’re going wrong (feat. Brie O’Banion)
11. Fall back (feat. Akemi Fox)
12. Sweet moon (feat. Choklate)
13. Ache for (feat. José James)

Photo © Mike Formanski


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