L I V E – R E P O R T


Articolo di Monica Gullini

Ciao Ryuichi.
Ti chiamo per nome, con l’immenso affetto di chi è debitore a qualcuno per avergli cambiato l’esistenza. Non sai quanto bene mi hai arrecato e quanta gioia mi hai regalato con le tue composizioni.
Oggi sono di nuovo con te.
È il primo giorno del mese di settembre, sono a Pesaro, all’anteprima europea di Kagami, spettacolo concerto in realtà mista che hai fortemente voluto e che hai messo in piedi insieme a Todd Eckert e a tutto il collettivo Tin Drum.
L’Auditorium Scavolini è immerso nel completo silenzio e noi entriamo con lentezza. Addetti gentilissimi ci misurano la vista e lo sguardo si apre sulla sala cupa dove al centro troneggia un mandala. Sediamo in circolo tutti quanti e con estrema cura ci porgono i visori, quelli con cui lo spettacolo avrà inizio. Sono costosissimi e molto delicati, ci sussurrano le signorine, raccomandandoci di maneggiarli il meno possibile. Una voce registrata annuncia l’inizio del concerto e scoraggia l’uso del cellulare: “non ne vale la pena”, chiosa sorniona.


La flebile luce si spegne e restiamo al buio, solo il mandala al centro della stanza è illuminato. Il cubo rosso che vedo attraverso le lenti scompare, al suo posto si materializza un pianoforte Yamaha e un magro signore giapponese che guarda fisso davanti a sé, il sorriso tirato, la compostezza di chi sa di dover ripercorrere note profonde e indimenticabili.
Non è facile trattenere la commozione e così mi abbandono senza remore a un pianto sfrenato che dura cinquanta minuti. In questo spaccato di mondo dove il tempo si è fermato si sono susseguite stagioni, galassie, luci flebili e buio totale. In questo piccolo angolo terreno dove hai scelto di esibirti per l’ennesima volta, Ryuichi, hai suonato senza sbavatura alcuna, chino sul piano, le dita veloci, i capelli candidi come neve in pieno inverno. Ti giro attorno, senza mai spostare lo sguardo da quei martelletti che si alzano e si abbassano, mentre tu, a occhi chiusi, regali al tuo pubblico melodie indimenticabili come Bibo No Aozora ed Energy Flow, da te annunciata con un filo di voce. Ti scruto da ogni angolazione possibile, senza mai invadere il mandala; in molti quasi ti sfiorano, li distinguo appena perché l’unica cosa percettibile è la tua figura e il cosmo che ti avvolge come un bozzolo caldo. Arriva il momento di Merry Christmas Mr. Lawrence, una delle colonne sonore della mia vita. L’intro ammanta tutto di grazia, la riconoscerei anche in mezzo al frastuono; il pulviscolo lunare ti circonda i capelli, l’Universo è sceso a salutarti e da sotto i tuoi piedi invade tutta la sala. Sono esterrefatta, ti osservo muovere le dita sui tasti, prima con estrema lentezza e poi velocemente. Nel crescendo del brano sollevi anche un braccio e lasci la mano lì, a mezz’aria, con lo stesso cenno con cui tieni il tempo in Blu e che io amo tanto. Nel finale minuscole particelle si arrampicano sopra il piano fino a formare un albero pulsante di linfa e piccoli bagliori.

Non distinguo quasi più nulla, copiose sono le lacrime che sto versando, singhiozzo silenziosamente e mi cingo in quell’abbraccio nel quale mi stai avvolgendo. Con eleganza e riverenza annunci il brano di commiato a Bernardo Bertolucci ed è un turbinio di eventi atmosferici che si susseguono, pioggia sottile, nebbia impalpabile e poi il buio, nel quale pian piano poi scivoli, lasciando un palcoscenico vuoto e una galassia spenta come dopo l’esplosione di una supernova.
Che dire, Ryuichi?
Non c’è niente di particolare, direbbe qualcuno, a parte il fatto che mi manchi. Me ne rendo conto ora che le luci si sono spente, ora che ho realizzato quanto la tua morte abbia lasciato dietro di sé desideri sopiti e ricordi indelebili. Ho portato addosso per anni il biglietto del tuo concerto visto nel 2009, convinta fosse il più potente degli amuleti e per certi versi lo è stato. Più mi manchi e più ti scopro nelle pieghe di questa vita che morde e devasta, alla ricerca di quel conforto che altrove non saprei trovare. Sei l’unica via di fuga in questa prigione che si affaccia sulla tua assenza e soltanto adesso ho imparato a lasciarti andare. Sì, perché sei tornato a quell’Universo che ti ha generato e da lì mostri segni infiniti della tua benevolenza.
“Com’è stato?”, chiede la ragazza a cui porgo gli occhiali. “Molto emozionante”, odo a malapena la mia voce. Sono più fragile del solito, è vero. Sono vulnerabile e da quella ferita aperta hai fatto capolino anche tu. L’amore che provo per te, per la tua musica, però, hanno compiuto un piccolo miracolo. Perché oggi ho capito che sei pulviscolo lunare, pioggia e vento, albero che svetta verso il cielo e linfa che scorre. In una sola parola, sei Bellezza.
Ars longa, Vita brevis, amavi ripetere.
Nel tuo caso, non esiste affermazione più lontana dalla realtà.
Perché ormai tu sei immortale, Maestro.

Photo © Tin Drum, Comune di Pesaro, Monica Gullini

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