R E C E N S I O N E


Recensione di Daniele Verderio

A quattro anni dal suo ultimo disco Song for Our Daughter (2020), Laura Marling è tornata con Patterns in Repeat, ottavo album in studio, o meglio in casa: come per il disco precedente, infatti, la cantautrice inglese ha registrato il progetto nel suo studio casalingo, con la coproduzione di Dom Monks e gli archi di Rob Moose a impreziosire le sue parti inconfondibili di chitarra.
Patterns in Repeat è il titolo e in effetti Laura Marling si è ripetuta: anche questa volta, il cuore delle canzoni è la maternità: ma se Song for Our Daughter era un canto a un figlio immaginario, questa volta Laura ha fatto i conti con la realtà dei fatti. L’anno scorso è diventata madre e le canzoni sono nate, letteralmente, una dietro l’altra come ninna nanne. Così ha raccontato la genesi del singolo Child of Mine, traccia d’apertura e chiave sentimentale del disco: “Facevo saltare mia figlia nella sua sdraietta quando aveva quattro settimane. Non mi ero seduta per scrivere. Era da un po’ che non prendevo in mano la chitarra, giusto per passare il tempo, quindi forse ha funzionato. Ho scritto la ninna nanna subito dopo e ho pensato ‘OK, forse potrei fare un disco quest’anno’”. Così nasce Patterns in Repeat, dalla presenza fisica della figlia, accanto alla madre anche durante le sedute di registrazione.

Essere genitori per la prima volta: in Child of Mine, Laura Marling scrive e canta questa esperienza con sincerità. Fa i conti con la fragilità di un essere umano che dipende completamente da lei (“Everything you want is in your reach right now / And anything that’s not I have to teach somehow”), ma che rimane mistero non suo: “Last night in your sleep you started crying / I can’t protect you there, though I keep trying / Sometimes you’ll go places I can’t get to / But I’ve spoken to the angels who’ll protect you / Because you’re mine”. La figlia dorme già e piange in sogni sconosciuti: dalla ninna nanna si passa alla preghiera. Laura Marling, cantautrice e madre, parla con gli angeli: proteggeranno la bambina con una luce dorata che si fa quasi visibile nel canto sussurrato e nelle corde sfiorate della sua chitarra.

Con Child of Mine, Laura Marling ci apre le porte di casa, facendoci immergere in un’atmosfera sentimentale di arpeggi e progressioni di archi, un’accoppiata debitrice della tradizione inaugurata quasi 60 anni fa dal genio di Paul McCartney in Yesterday. Seguono altre dieci ninna nanne dalle melodie mai scontate, tra cui l’insolita e giocosa traccia strumentale Interlude (Time Passages). La voce di Laura scompare anche nella versione strumentale di Lullaby, in coda al disco: la bimba ha già chiuso gli occhi e non rimane che suonare le ultime note prima di mettere via la chitarra e uscire dalla stanza, lasciando la piccola al mondo dei sogni.

“I nuovi genitori si sentono come se avessero scoperto quella sensazione, una delle più belle che la vita ha da offrire, di guardare negli occhi il proprio bambino e sentire l’enormità del quadro nel suo insieme, l’enormità di una vita precaria, celestiale, fragile e straordinaria, che prende il suo posto nella costellazione di una famiglia“, spiega la Marling. Gli schemi si ripetono ogni volta che arriva una nuova vita: come una nuova stella accesa nel cielo, che obbliga gli altri corpi celesti preesistenti a voltarsi in un nuovo orientamento, un nuovo sguardo. In Patterns, la (quasi) title-track dell’album, Laura sentenzia: “We’re patterns in repeat / And we’ll always be”. Siamo schemi che si ripetono, e lo saremo sempre. “E che il vivere è sempre quello”, cantava Guccini in Culodritto, guarda a caso una canzone dedicata alla figlia Teresa e che con un testo più colorito, già dal titolo, incarna la stessa delicatezza e struggimento di un genitore davanti a una vita che ha “ancora tutto, o quasi tutto, da provare”.

Sì, perché se è vero che gli schemi si ripetono nella vita, è logico che si ripetano anche nella musica di chi ha vissuto le canzoni come rapporto più vero e addirittura sacro con la realtà. Nella sua nuova newsletter, del resto, Laura Marling ha definito il songwriting “l’occupazione centrale” della sua vita adulta. Rimanendo in terra inglese, si va da Hey Jude, dedicata da Paul McCartney (sì, ancora lui) al figlio dell’amico John Lennon e della prima moglie Cynthia Powell nei tempi difficili del divorzio, a Beautiful boy (Darling boy) dello stesso Lennon. O un’altra ninna nanna, in questo caso della tradizione popolare americana, You are my sunshine, famosa nella versione del 2003 di Johnny Cash: la stessa delicatezza risuona in No One’s Gonna Love You Like I Can, singolo e traccia numero 4 dell’album, e in tutto il flusso emotivo del disco.

“Avendo 34 anni, 15 anni di carriera e 8 album all’attivo non riesco a sfuggire al fatto che ogni disco ha rappresentato un capitolo della mia vita con data e ora. Ora, eccoci qui, dopo una giovinezza trascorsa cercando disperatamente di capire cosa significhi essere una donna, sono sul ciglio della collina, con una prospettiva completamente nuova ed enorme che mi circonda”. Una prospettiva completamente nuova: ecco perchè le ninna nanne di Patterns in Repeat hanno un significato per tutti. Superano la loro prima ragion d’essere, ovvero far addormentare un bambino, e risvegliano gli uomini: Laura Marling canta la scoperta del suo amore incondizionato e senza limiti per la figlia. Un’evidenza che non può essere teorizzata, ma cantata perché vera. Un punto di partenza per riscoprire la bellezza dei nostri rapporti, in casa e fuori, tra tutti gli schemi che si ripetono.

Tracklist:
01. Child of Mine (04:13)
02. Patterns (04:21)
03. Your Girl (03:30)
04. No One’s Gonna Love You Like I Can (02:03)
05. The Shadows (03:39)
06. Interlude (Time Passages) (03:06)
07. Caroline (03:21)
08. Looking Back (03:04)
09. Lullaby (02:48)
10. Patterns in Repeat (04:55)
11. Lullaby (Instrumental) (01:37)

Photo © Tamsin Topolski

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