L I V E – R E P O R T
Articolo di Nicola Barin e immagini sonore di Daniele Filippini
La stagione del Teatro Comunale di Vicenza ci propone una stupenda proposta, i The Necks, formazione australiana formatasi nel 1987, che si muove in un territorio di confine tra jazz, libera improvvisazione e suggestioni minimaliste. Il trio è composto da Chris Abrahams al piano, Lloyd Swanton al contrabbasso e Tony Buck alla batteria e percussioni.
La serata è composta da due set intervallati da un breve interruzione. Il concerto inizia lentamente, le dinamiche si aprono in un climax rallentato che man mano coinvolge in toto gli spettatori. Subito il pensiero corre ad una frase di Miles Davis che, nella sua autobiografia con Quincy Troupe, parlando dell’album Bitches Brew, affermava: «Quelle registrazioni furono improvvisazioni, ed è questo che rende il jazz così favoloso. Ogni volta che cambia il tempo, cambia tutto il nostro umore verso le cose, e quindi un musicista suonerà sempre in modo diverso, specialmente se non ha niente da leggere davanti. L’umore di un musicista è la musica che suona».

L’umore crea la musica forse questo è il segreto dei The Necks. Ogni sera si lasciano ispirare dall’ambiente dalla situazione e riescono a tessere trame suggestive. Il piano introduce una melodia che si ripete e che muta leggermente, varia l’altezza, la dinamica, le pause. Contrabbasso e batteria seguono le variazioni e si adeguano, inseriscono elementi nuovi, il contrabbasso spesso introduce una nuova linea autonoma.
Il posizionamento sul palco è alquanto curioso, solitamente nel trio jazz il pianista guarda gli altri due compagni, qui invece offre le spalle. Abrahams pare aver bisogno di maggiore raccoglimento, l’improvvisazione libera lascia spazio ad un rigore formale che la rallenta. Con gradualità si raggiunge la saturazione sonora, la tensione diventa massima, spazio e tempo si dilatano fino alla conclusione del brano che avviene per una sorta di esaurimento delle forze in gioco.
Il secondo set è più solare, la presenza importante delle percussioni caratterizza l’intero brano, il piano è incalzato dall’incedere ritmico che non lascia momenti per riflettere. Una sorta di gioia nascosta esplode continuamente si reitera come un abbraccio continuo e vigoroso. Il suono si fa più coeso e la scelta dell’ascoltatore è l’abbandono. La band australiana ci chiede un atto di coraggio: non si tratta di analizzare la musica ma di abitarla.
Una serata coinvolgente e magnifica in cui per un attimo il flusso musicale ti si offre e ognuno di noi deve semplicemente spalancare la porta e accoglierlo con fiducia.









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