R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Per apprezzare un album postumo come questo Grande-Terre di Roy Hargrove’s Crisol occorrono almeno una coppia di credenziali. La prima conditio sine qua non, è quella di saper gradire il latin-jazz. Questo genere, infatti, è una forma ibrida risultante da un certo modo di concepire la musica afro-americana arricchendola con molte percussioni e tutto sommato collocandola in un clima più solare ed aereo, rispetto alle ruvide coniugazioni urbane proprie del jazz battezzato come be–bop e hard-bop. La seconda condizione in grado di promuovere un accesso facilitato a questa musica è conoscere l’autore Roy Hargrove. Considerato da molta critica d’oltreoceano e non solo uno dei più grandi trombettisti mai comparsi sulla scena dalla fine degli anni’80 in poi – per alcuni secondo solo a Miles Davis – Hargrove è morto nemmeno cinquantenne, lasciando comunque oltre ad una vasta discografia seminale, una serie di lavori inediti che ultimamente si sta cercando di restituire all’attenzione del pubblico degli appassionati. L’anno scorso venne editato un validissimo album, The Love Suite: in Mahogany, registrato live nel 1993 al Lincoln Center di Manhattan. Oggi ci occupiamo invece di un lavoro realizzato in studio a Guadalupa nel 1998 da un Autore non ancora trentenne, più precisamente nell’isola collinare di Grande-Terre – da cui il titolo dell’album – in pieno mar dei Caraibi. Quale posto migliore per esplicitare l’arte del latin-jazz? A dirla tutta, Grande-Terre potrebbe essere considerato il seguito di un lavoro pubblicato nel ’97, Habana, considerato ancor oggi uno dei migliori lavori del genere.

Hargrove, in questa ultima opera con i suoi Crisol (= trad. crogiolo), si serve di un’orchestra di alto livello dove, oltre alla sua tromba, vi sono due sax – Sherman Ibry al contralto e Jacques Schwarz-Bart al tenore – un trombone affidato a Frank Lacy, Larry Willis e Gabriel Hernandez al pianoforte, Ed Cherry alla chitarra, Gerald Cannon al contrabbasso, Willie Jones III alla batteria e un nutrito contingente percussivo affidato alle mani di Julio Barreto – che interviene anche vocalmente nell’ultimo brano della selezione – Miguel “Anga”Diaz e Josè Luis “Changuito” Quintana. La musica che ci si aspetta è la geografia emotiva di un’isola caraibica dove il jazz indossa abiti estivi, le percussioni parlano linguaggi ballabili e, tranne qualche momento malinconico, l’umore si mantiene gradevolmente alto. Energia a profusione, quindi, con arrangiamenti molto sofisticati e un potenziale ritmico e armonico decisamente detonante, tenendo presente che la registrazione è avvenuta senza sovra-incisioni di sorta. Importante è comunque il concetto d’integrazione, per cui l’impronta latina afro-cubana si sparge tra la metodica hard be-bop evitando di rinnegare una certa tradizione jazz, offrendo a quest’ultima degli impasti timbrici più brillanti e mitigando il rischio di qualsiasi smagliatura accademica. Del resto lo stesso Hargrove affermava, con grande apertura mentale, che “…si tratti di gospel, funk, R&B, jazz o hip-hop, se è qualcosa che ti entra nell’orecchio ed è buono, allora è ciò che conta”. La musica, secondo il pensiero dello stesso Autore, peraltro condiviso da molti altri jazzisti, “..è qualcosa che eleva… Dobbiamo usare questo dono con attenzione e saggezza…” .
I primi lampi sono con Rumba Roy, un elaborato e schiumoso brano in 5/4 uscito dalla penna di Hargrove insieme al pianista Hernandez. Facendo attenzione allo sviluppo musicale si nota come si tratti di un vero e proprio pezzo di hard-bop, stratificato da una rete percussiva di fragranze etniche. Il tema, festoso di fragorosità timbriche portate dall’insieme dei fiati, prepara il terreno al primo assolo di Hargrove, tecnicamente eccellente. Poi ascoltiamo le performance in progressione di Ibry al contralto e di Lacy al trombone, nonché il caleidoscopico lavoro di pianoforte prima della parossistica chiusura tematica ad opera degli stessi fiati. A Song for Audrey ammorbidisce i tempi con un’impostazione tematica di volatile sensualità e una sequenza di assoli che vede in successione Hargrove, Lacy, poi Willis al piano elettrico e Cannon a chiudere il ciclo. Il brano si basa su una melodia dal carattere dolce, fluttuante e ondivago, ben sorretta anche dalla scansione ritmica dell’onnipresente partecipazione fantasmagorica delle percussioni. Lake Danse promuove la risalita tensiva con un altro di quei brani bop travestiti con colori caraibici che caratterizzano l’album, ma l’atmosfera resta quella di un allegro moderato in cui spiccano sia gli assoli di Hargrove – se volete farvi un’idea della sua espressività tecnica fate attenzione a questa sua performance – che il brillante intervento di Schwarz-Bart al tenore, seguito dagli appunti notevoli del batterista Jones. Il finale, con quel divertente reel collettivo di tutti i fiati è una perla che sarebbe da ascoltare e riascoltare ad libitum.

Kamala’s Dance è dedicata alla figlia di Hargrove e si sviluppa in un mid-tempo tutt’altro che mieloso, con la fattiva presenza della chitarra funky di Cherry che va a riempire le pause lasciate dalla tromba del leader. Segue assolo di sax con parecchi salti di registro prima della chiusura dei fiati. B and B è il classico prodotto latino, un poco didascalico e buono anche per ballare, con il tema pregnante poco originale, se vogliamo, ma decisamente coinvolgente. La tromba del leader suona quasi svagata, decisamente più rilassata, in un brano dove manca per la prima volta la decisa componente hard-bop e i musicisti paiono abbandonarsi ad una divertente euforia liberatoria. Si scatenano pianisti e percussionisti, il corpo si muove da solo con i ritmi che scendono lungo il rachide dorsale pizzicando nervi e stimolando gli arti. Another Time è una lenta ballad al profumo di flicorno, suonato umoralmente da Hargrove. Il brano rilascia un languore quasi di fine estate, con un pianoforte policromo che cerca spazi solistici senza però danneggiare il clima innescato dall’ombroso tema portante. Il respiro coristico degli strumenti a fiati, nel finale, è un suggello elegante ad un brano che vive di tonalità interiori. Lullaby from Atlantis è il momento più sorprendente di Grande-Terre. Iniziando in modo insolitamente libero, privo di percussioni, si struttura poi in qualcosa che tende a prendere le distanze dall’assetto formale latino fin qui esposto. Siamo vicini ad una dimensione più marcatamente jazz, alla Herbie Hancock, dove l’accoppiata batteria-contrabbasso si fa decisamente avvertire e la suddivisione dei ruoli strumentali sembra riavvicinarsi a climi più cittadini. Afreaka è l’unico brano dell’album che non è una composizione di Hargrove o di un altro elemento della sua band, perché infatti l’autore è il pianista Cedar Walton. Non mi risulta che questi l’abbia mai incisa direttamente, mentre invece la si trova suonata dal trombettista Lee Morgan nell’album The Sixt Sense (1970). Fondamentalmente la versione di Hargrove è simile a quella del succitato Morgan ma più convulsa e naturalmente più ricca di elementi percussivi. Introdotta da un riff di contrabbasso, questa traccia rappresenta la glorificazione dei fiati che affrontano il brano con atteggiamento bulimico, quasi volessero appropriarsene divorandone le strutture. Hargrove si diverte facendo barrire la sua tromba insieme al trombone di Lacy mentre i percussionisti sembrano impegnati in un sabba propiziatorio. Si chiude con tromba, trombone e sax coinvolti nel rimarcare un groove appoggiato sulla ripetizione di un intervallo di quinta. Ethiopia è una composizione di uno dei due pianisti della band, Larry Willis, ed è un brano interamente partecipato in coppia, flicorno e pianoforte e nessun altro. La conduzione musicale, molto morbida e riflessiva, sembra quasi suggerire una visione malinconica all’interno di un contesto scarno e disadorno. In realtà si tratta di un raffinato lavoro d’intarsio tra i due strumenti, non privo di qualche spunto di meditazione capace di artigliare l’ascoltatore al cuore, con un pianoforte che chiude in solitudine. Priorities è l’ultima traccia che tiene in serbo ancora una buona scorta di benzina, con Barreto che sembra arringare il gruppo all’ultimo, esuberante sforzo musicale comune. Si finisce ancora con la voce dello stesso Barreto che sopravanza la riproposizione del tema innescato dai fiati.
Non ho mai considerato la personalità musicale di Hargrove come un semplice esercizio ostentativo della sua bravura. Questo trombettista era un leader naturale, in grado di condurre un nutrito gruppo di musicisti come questo presente in Grande-Terre tra fuochi d’artificio e sarabande poliritmiche. Dispiace che sia stato disarcionato dalla vita troppo presto e che forse un certo numero di jazzofili non l’abbia considerato come si doveva, nonostante il New York Times l’abbia definito, a suo tempo, “ il trombettista più influente della sua generazione”.
Tracklist:
01. Rumba Roy (6:53)
02. A Song for Audrey (7:16)
03. Lake Danse (6:27)
04. Kamala’s Dance (5:11)
05. B and B (4:48)
06. Another Time (5:10)
07. Lullaby From Atlantis (7:32)
08. Afreaka (6:10)
09. Ethiopia (5:52)
10. Priorities (5:19)
Photo © Des McMahon





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