R E C E N S I O N E


Recensione di Daniele Verderio

Aveva appena compiuto 11 anni Lucinda Williams, quando quattro giovani ragazzi di Liverpool atterrarono a New York, il 12 febbraio 1964. Dall’aeroporto appena dedicato alla memoria del presidente John F. Kennedy, assassinato pochi mesi prima, partì la cosiddetta British invasion: i Beatles per primi, poi sarebbero arrivati i Rolling Stones e non solo, conquistarono l’America con la loro nuova e inaudita rilettura del rock’n’roll di Elvis.

Oggi, la cantautrice figlia della Louisiana, dopo una lunga e onorata carriera, tre Grammy in bacheca, un ictus con cui ha lottato nel 2020, di anni ne ha 71: non abbastanza per smettere di cantare e salire su un palco dietro l’altro, ma anche l’età giusta per guardarsi indietro e ringraziare i suoi maestri. È quello che sta facendo Lu’s Jukebox, una serie di album in cui reinterpreta la musica con cui è cresciuta. Da Tom Petty ai classici del country dei Sixties, da Bob Dylan ai Rolling Stones, fino ai Beatles. Il settimo capitolo, pubblicato il 6 dicembre, è dedicato proprio alla musica di Paul, John, George e Ringo.

Il titolo del disco, più che didascalico, dice già molto sulle intenzioni del progetto: Lucinda Williams Sings the Beatles from Abbey Road. La cantautrice americana ha scelto proprio i celebri studi londinesi per registrare la sua versione di 12 canzoni dei Beatles. Ironia della sorte, con ben 4 brani, l’album dei Beatles più rappresentato nell’album è Let It Be (1970), l’unico della loro discografia perlopiù registrato nei vicini Apple Studios di Saville Row, conosciuti per il famoso concerto sul tetto del 30 gennaio 1969, l’ultimo prima dello scioglimento.

Rimanendo sulla tracklist, è chiaro come Lucinda Williams abbia attinto al secondo periodo della epifanica produzione musicale dei Beatles, per intenderci da Rubber Soul (1965) in avanti: l’unica canzone precedente è Can’t buy me love, del 1964. Poi, solo singoli successivi o brani scelti da Sgt. Pepper (1967), White Album (1968), il già citato Let it be e ovviamente Abbey Road (1969).

Ultima premessa prima di metterci all’ascolto, o meglio un paradosso. La musica dei Beatles, anche giustamente, ha dato vita a tantissime cover. Allo stesso tempo, la musica dei Beatles, per manifesti motivi, è quella che meno si presta a essere reinterpretata. O meglio, nessuna rilettura delle loro canzoni ha la forza di restituire la bellezza di quel miracolo musicale che sono stati quei quattro insieme, per una manciata di anni. Aretha Franklin, Johnny Cash, David Bowie, Frank Sinatra, Stevie Wonder, Joe Cocker sono solo alcuni dei grandissimi nomi passati per il repertorio dei Fab Four. Le loro versioni hanno senso non in competizione con l’originale, un duello impari, ma se ascoltate come un omaggio appassionato. Così è anche per Lucinda Williams, che ha presentato il disco come un tributo a tutti i momenti della sua vita resi felici dall’ascolto della musica dei Beatles, per lei un alleato contro il cinismo.

Attraversiamo la strada di Abbey Road, nella direzione opposta a quella percorsa dai Beatles nella celebre copertina dell’album, e facciamoci guidare dalla voce di Lucinda Williams in questo viaggio, si potrebbe dire, personale. Sì, perché in questo album di cover si respirano le radici blues della sua anima musicale. Più evidenti, come consiglia il titolo, in Yer Blues, più in sottotraccia nella rilettura di Something. Lucinda Williams non dimentica nemmeno l’amato country, che emerge in I’ve Got a Feeling, canzone che ben si presta a questo tipo di sonorità.

Ci sono poi scelte inaspettate: in Let It Be, l’iconico pianoforte di Paul McCartney viene rimpiazzato da un accompagnamento più chitarristico. Cantando i Beatles, Lucinda Williams, poi, aggiunge un tocco di Dylan: in Rain, il rullante isolato in apertura e l’arrangiamento ci riporta all’elettricità travolgente di Like a Rolling Stone.

Una costante dell’album è il tocco inconfondibile dell’Hammond B-3, suonato da Richard Causon. Sembra di sentire il piano elettrico Fender Rhodes suonato da Billy Preston, il quinto beatle ingaggiato a tempo per le sessioni di Let It Be e per il celebre “rooftop concert”. Le robuste linee di basso di Paul McCartney non vengono dimenticate: anzi, a tratti sono fedelmente riproposte da David Sutton. Anche le chitarre, tra gli assoli in slide di Harrison e i riff istintivi di Lennon, vengono sapientemente riproposte nel disco, con le giuste variazioni.

Il disco di Lucinda Williams, anche grazie alla sua voce decisa e profonda, suona molto compatto, lineare. Sarebbero qualità, se non stessimo parlando di un album di cover dei Beatles. Quando entravano in studio, sotto la direzione silenziosa e geniale di George Martin, Paul e John trascinavano George e Ringo in un processo di sperimentazione sconfinato. Non solo da un album all’altro, ma anche tra la strofa e il ritornello di una sola canzone, i Beatles toccavano registri, colori, atmosfere lontanissime tra loro. Tutto questo, con una naturalezza che, come dice la stessa Lucinda Williams, ci rende davvero felici quando ascoltiamo la loro musica.

Ecco, se fare la cover di una canzone dei Beatles è un’impresa, farne un intero album che riesca a sorprendere sembra quasi impossibile. Il punto, però, non è questo: per fortuna, la musica dei Beatles è sempre lì che ci aspetta. Ma che bello sapere di qualcuno che dopo una lunghissima carriera, a 71 anni, attraversa l’Oceano, entra negli studi di Abbey Road e canta le canzoni con cui è cresciuta proprio dove sono nate, mettendoci dentro la sua voce, la sua storia.

Tracklist:

  1. Don’t Let Me Down
  2. I’m Looking Through You
  3. Can’t Buy Me Love
  4. Rain
  5. While My Guitar Gently Weeps
  6. Let It Be
  7. Yer Blues
  8. I’ve Got a Feeling
  9. I’m So Tired
  10. Something
  11. With a Little Help From My Friends
  12. The Long and Winding Road

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