L I V E – R E P O R T


Articolo di Elena Colombo

Venerdì 22 novembre 2024 ho avuto il piacere di ascoltare per la prima volta Tizio Bononcini, musicista e cantautore che si è dilettato con il pianoforte, l’ukulele, e persino qualche cambio d’abito d’effetto. Mi trovavo a Modena, in una cornice a dir poco particolare: El Milagro, un laboratorio di restauro di auto d’epoca, che occasionalmente diventa location per concerti e altri eventi. È uno spazio suddiviso su due piani, ed è al pianterreno che si può osservare un’auto d’epoca – talvolta Ferrari, o Maserati, o Lamborghini  – che di giorno è oggetto di restauro, e di notte si fa anch’essa spettatrice dei concerti che qui si svolgono. Non manca un piccolo bancone dove ordinare da bere mentre si ascolta buona musica.

Quella sera, a colpirmi è stato soprattutto Tizio Bononcini, e non solo per il nome inusuale, ma forse proprio per la dissonanza di questo nome con chi lo impersona: tutto tranne che un “tizio” che passa inosservato, grazie al suo tono di voce squillante, al suo modo di fare simpatico e coinvolgente, le camice colorate e i cappelli che indossa durante la performance.
Tizio si muove sui tasti del pianoforte con grande confidenza, anche quando ammette di non ricordare bene un brano, giocando sugli staccati con la fluidità di chi conosce bene lo strumento. Ironizza con il pubblico, compreso quello molto giovane: quella sera erano presenti tre bambini che correvano qua e là e Bononcini è riuscito a renderli spettatori partecipi, trovando sempre qualcosa di simpatico da dirgli e facendo ridere, con le sue battute, anche gli adulti.
Quando canta, il cantautore lo fa con una voce intonata e genuina, alternata al parlato. Quello che colpisce di più è la sua personalità e la sua vivacità, e il modo con cui questi tratti vengono trasposti nei suoi brani, che strappano una risata anche quando si parla di temi seri. In Uomo Macho, per esempio, con un tocco d’allegria parla delle problematiche di quegli “uomini alpha” – o uomini macho, appunto – che incarnano un’idea tradizionale di mascolinità, e si credono superiori agli altri per il proprio aspetto robusto, l’apparente sicurezza di sé e la forza bruta, ma che spesso nascondono emozioni trattenute e insicurezze personali. Bononcini, con parole provocatorie e giocose, prende in giro quest’idea stereotipata di virilità. La canzone è condita da vivaci contrappunti al piano e una voce allegra, che a un certo punto sfocia in un “Siamo machi” sulle tonalità del noto “Siamo donne” di Jo Squillo e Sabrina Salerno.


Bononcini gioca ancora sugli stereotipi quando dedica una canzone al “tuttologo”, quell’amico che tutti hanno, e che non solo crede di avere una risposta a ogni argomento, ma deve anche spiegarlo monopolizzando la conversazione. Dedica poi un brano alla figlia, ma – anticipa ancor prima di iniziare – contrariamente alle aspettative, non si tratta di una canzone dolce e piena d’amore, bensì ancora di testo ironico sul fatto che i figli non lascino più tempo libero ai genitori: “Da quando sei entrata in casa mia non ho più tempo di scrivere neanche una canzone. Mi hai rubato il sonno, mi hai rubato il tempo, mi hai rubato il posto a letto e i fogli che ti avevo scritto. Canti quando suono, blaterando un gran frastuono, mi interrompi quando scrivo una canzone”.
In La sirena al lido, Bononcini si cambia, indossando un cappellino da sole bianco, abbandonando il piano e abbracciando al suo posto un ukulele. Con il sorriso di un novello
Israel Kamakawiwo’ole (sì, quel signore hawaiano che ha cantanto Over the Rainbow), il nostro cantautore si diletta nel raccontare la delusione di una sirena che ha acquistato un pacchetto vacanze dove le hanno promesso un mare tropicale e si è ritrovata invece vicino a Rimini, nell’acqua scura e sporca dove “il mare sembra petrolio, fatti non fummo a finire sott’olio”.


Canta poi L’ascensore, la storia di un uomo che per caso si trova a fare un viaggio nel tempo, ma ben presto decide di tornare nel presente, facendo una fine un po’ misera. Il concerto si conclude con un inno all’armocromia, cioè l’analisi del colore dei tratti del viso e dei capelli finalizzata a valorizzarli con i giusti abiti. In soldoni, Bononcini parla di quando un’amica gli ha rivelato quanto si potrebbe valorizzare di più se semplicemente scegliesse i colori del sottotono giusto, quello dell’estate, costituito da toni chiari e tenui. Con fare scherzoso, il cantautore ripercorre i propri insuccessi amorosi quand’era adolescente, attribuendoli alla mancanza della conoscenza dei principi dell’armocromia, per poi ribadire che vorrebbe vestirsi come preferisce.
Bononcini va ascoltato live per essere apprezzato appieno, ma spero di avervi dato quanto meno un’infarinatura su questo artista bolognese. L’autorionia è una dote che padroneggia con grande disinvoltura, la stessa che possiede mentre canta e suona un piano indossando degli occhiali da sole di sera in una stanza buia, di fronte a un’auto d’epoca. Dal canto mio, posso dirmi soddisfatta di aver sfidato le nebbie modenesi quella sera per assistere a uno spettacolo così vivace.

Photo Ⓒ Barone Lamberto

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