C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Nel film di Ferzan Opzetek c’è una battuta, fatta da una sarta, che potrebbe passare inosservata, ma che in sostanza riassume il film quando, rivolgendosi ad una collega, dice che se la costumista Bianca Vega ha vissuto a Parigi, Londra e New York, lei è stata solo a Morlupo. In quello sperduto paese un mio zio frequentò il seminario. Ecco, se vogliamo azzardare, potremmo dire che Opzetek, che si ostina a considerarsi un regista geniale, sembra conoscere bene Morlupo ma non Parigi, Londra e New York e riesce a mettere insieme un film provinciale e raffazzonato, senza alcun sviluppo, moralista e prevedibile. Troppo severo? Può darsi, ma davvero non capisco come Ferzan Opzetek che pur sembra essere persona colta e intelligente, debba essere prigioniero del giro delle attricette da fiction, dove, paradossalmente, la più credibile sembra essere Mara Venier, nei panni della factotum della sartoria-comune femminista.

La storia, per così dire, è appunto ambientata in una grande sartoria degli anni Settanta, che funge anche da casa comune di un gruppo di sarte ed è diretta da Alberta e Gabriella Canova (nemmeno i nomi sono troppo originali), dove il nutrito gruppo di sarte deve confezionare i costumi per un film seguendo le indicazioni della costumista Bianca Vega (altro nome improbabile). Il febbrile lavoro è raccontato in maniera più che prevedibile e Opzetek costruisce una galleria di personaggi altrettanto prevedibili, direi stereotipati, incentrati tutti su un panfemminismo di maniera che trova il suo elemento di spicco in una insopportabile Geppi Cucciari, molto cabarettista e poco attrice, che non rinuncia alla battuta completamente fuori luogo. Non si comprende bene se il soggetto del film sia il lavoro coniugato al femminile oppure la presa di coscienza delle donne. Probabilmente entrambe le cose, ma questa duplicità di intenti rende il film debole, confuso.

Inoltre non si può non notare come Opzetek, ancora una volta, faccia il pieno di tutto il “romanismo cinematografico”, con la solita tavolata conviviale e con la presunzione di fare del metacinema, con riprese-verità sulla preparazione del film, pensando forse di aver scritto qualcosa di simile a “Sei personaggi in cerca di autore”, ma senza rendersi conto di aver girato solo una specie di fiction e nemmeno della miglior qualità. Se proprio, scavando a fondo per cercare qualcosa di positivo, potremmo dire che l’ambientazione dell’azione in una sartoria risulta essere una scelta originale, il paragone con “Il filo nascosto” del geniale Paul Thomas Anderson, appare del tutto naturale e dal cui confronto, il povero Opzetek esce piuttosto malamente.

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