I N T E R V I S T A

Intervista di Nadia Cornetti

In questi giorni ho avuto il piacere di ascoltare l’ultimo lavoro di Damon Arabsolgar: poeta, compositore, autore, produttore e performer, insomma, una vita dedicata all’arte. Già noto come componente del duo Mombao e compositore di colonne sonore, sotto il nome Cavallipazzi (insieme a Giacomo Carlone, fidato collaboratore che è stato indispensabile anche nella realizzazione del lavoro di cui parleremo), Damon è giunto al suo primo album solista, dall’emblematico titolo Whale Fall.
Abbiamo scambiato due parole con l’artista, facendoci raccontare l’essenza più intima del suo primo disco solitario (ma non troppo, come scopriremo)

Ciao Damon, congratulazioni per il tuo primo album solista, ci trovo un’identità ben definita: pensi di aver raggiunto la tua “essenza” oppure credi che i tuoi suoni e, in generale, la tua arte, siano in continua evoluzione?
Grazie! Assolutamente no, credo che la mia “essenza” in tutti questi anni sia sempre stata quella di saper cercare qualcosa di irraggiungibile, di non ripetermi mai, cercare di cambiare sempre processo, esplorare nuove idee e sensazioni. Penso di essere riuscito a cambiare sempre pur rimanendo sempre me stesso, la musica su cui sto lavorando ora posso dire già con certezza che é completamente diversa, eppure evolve proprio dal punto in cui sono arrivato ora. Spero di non arrivare mai al punto in cui ripeto una formula che funziona per non evolvermi più!

I suoni, le atmosfere evocate in Whale Fall sono molto “oceaniche” e fluide, come a richiamare l’elemento acqua: nel concepire i brani del disco hai avuto bisogno anche fisicamente della presenza di ambienti naturali evocati, oppure la nascita dei brani è stata più frutto di una riflessione intima, anche indipendente dall’ecosistema circostante?
L’ambiente in cui sono nati questi brani é un luogo profondamente intimo e metaforico. La gran parte di essi ha trovato forma in appartamenti, case, posti in cui si poteva fare musica solo sussurrando, suonando il pianoforte con la sordina. Alcuni di essi invece attingono da esperienze di totale immersione nell’ambiente naturale, come Erbivoro, altri da viaggi in luoghi lontani, per esempio Selfcare. L’acqua rimane per me un elemento centrale, un luogo da cui essere attratti ma anche spaventati, sconosciuto eppure estremamente interiore, in cui continuare ad affondare.

I tuoi brani sono una commistione di lingue, italiano e inglese, ma anche suoni che ricordano quasi versi di animali non umani: ci spieghi come avviene la scelta della lingua che adotti nella tua musica? È connessa al messaggio che vuoi trasmettere?
Ho sempre scritto in entrambe le lingue, mi muovo fra le due in maniera abbastanza fluida e penso che alcune canzoni decidano da sole quale è la loro lingua madre. A volte ne scelgo una piuttosto che l’altra in base alla persona destinataria del messaggio. Non ti so dare una risposta definitiva, anche questo rapporto con le lingue è in cambiamento. I testi di questo disco nascono tutti da poesie scritte precedentemente e di conseguenza ne ereditano la forma, la grammatica, il suono e a volte anche la lingua.

Nella bellissima title track Whale Fall sembra quasi di rivivere il fenomeno naturale al centro del disco, ovvero la caduta sul fondo oceanico dell’enorme mammifero marino e poi la nascita della vita dalla sua morte: quasi un nuovo pianeta sul fondo di un mare, che diventa fondamentale per migliaia di esseri viventi. Esiste per te una “balena”, ovvero un evento che da negativo è diventato per te fulcro di vita?
Personalmente la gran parte delle scelte importanti della vita sono avvenute per necessità, per eventi anche traumatici che mi hanno fatto scegliere una direzione piuttosto che l’altra. La balena di Whale Fall era il soffocamento che provavo nella vita di provincia, senza prospettive, senza stimoli, una continua ripetizione identica a se stessa di qualcosa che non cambiava mai, mentre il mio petto straripava di sogni. Invocavo la discesa di un evento assurdo e inaspettato che potesse cambiarmi la vita, pregavo affinché la vita che immaginavo potesse divenire reale. Sono felice di poter dire che lo è diventata!

In questo disco hai tirato fuori la parte più intima e riflessiva di te, e rispetto al lavoro che fai con il tuo progetto Mombao immagino tu abbia gestito più in autonomia le diverse fasi di realizzazione: è stato più difficile oppure sei in qualche modo abituato a produrre autonomamente?
Questo progetto nasce prima ancora della nascita dei Mombao, anzi, quasi contemporaneamente. L’estate in cui è nata Nils e Whale Fall è nato anche il primo EP dei Mombao. Volevo sperimentare cosa poteva significare scrivere, registrare, produrre e mixare in un unica fase. Ho comprato dei microfoni, quello che serviva per fare un piccolo studio in casa e ho cominciato quello che poi sarebbe diventato la mia vita. Ad un certo punto peró mi sono accorto che non ero in grado di finire questo processo da solo, non ero soddisfatto di niente! Così ho chiesto aiuto a Giacomo Carlone, che nel corso di almeno 4 anni, ha preso le redini del progetto insieme a me, cominciando a suonare batterie, registrando chitarre, aiutandomi a capire le strutture e gli arrangiamenti. Il progetto è passato da essere una cosa puramente personale e “immediata” ad essere un lavoro a quattro mani, senza tutti i limiti che mi ero posto precedentemente. Abbiamo imparato moltissimo l’uno dall’altro e questo disco non sarebbe quello che è senza di lui.

In Agrumi dici “e mi fido di te, e dei tuoi prevedibili sbalzi d’umore e mi fido di me, e provo a credere nello spazio e nel tempo, non sento niente”. Sono frasi molto intime, percepisco un forte potere curativo in esse: l’arte che produci, e in particolare la musica, ha su di te un effetto terapeutico, è in qualche modo un’ancora di salvataggio – per rimanere in tema marino – per la tua vita?
La musica che scrivo a volte è come un messaggio in una bottiglia che ricevo da me stesso ma che non comprendo se non tanti anni dopo, solo allora capisco che, in qualche maniera, avevo già capito qualcosa di molto importante. Oppure, forse, a furia di ripetere certe frasi, modifico la mia vita in funzione di esse. Ho molta paura delle mie canzoni, a volte mi dicono cose che non sono pronto a sentire. So anche che, senza di loro, sarei perduto. Sono il sistema più sincero e autentico che possiedo per fare i conti con me stesso, prendermi del tempo, rielaborare i pensieri e le emozioni e dar loro un ordine, parlare con parti di me sommerse prima che germoglino e facciano radici.


C’è qualcosa che vuoi raccontarci (un episodio legato alla nascita di un brano, o una sfumatura di Whale Fall) e che non hai ancora avuto occasione di far emergere?
Dentro ad Erbivoro c’è un coro cantato da Guinevere. All’epoca avevamo appena cominciato a frequentarci e questa è stata la prima occasione per fare qualcosa insieme. Eravamo incredibilmente emozionati e anche un po’ spaventati che potessimo non trovarci, invece è stato un colpo di fulmine artistico immediato. Ricordo di aver sentito una lacrima scendermi sulla guancia mentre, ad occhi chiusi, ascoltavo la sua voce nel mio brano per la prima volta. Ho cercato per anni una compagna con cui condividere questo lato della mia vita. In quel periodo lei non aveva ancora pubblicato il suo primo EP e non avevamo assolutamente idea che sarei finito a co-produrre il suo disco, uscito per La Tempesta Dischi qualche settimana fa. Dal primo istante però abbiamo sentito che avremmo dovuto scrivere musica insieme, da quel giorno non abbiamo più smesso!



Photo © Ginevra Battaglia


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