R E C E N S I O N E
Recensione di Monica Gullini
È una freddissima serata di dicembre quella in cui metto in cuffia, per l’ennesima volta, Amour automatique di Francobeat, al secolo Franco Naddei, artista poliedrico, produttore, manipolatore del suono e stretto collaboratore di John De Leo. Piove, come nella seconda traccia che dà il titolo al disco, ma è come se splendesse un sole abbagliante. Chiariamo subito un punto fondamentale: come in Radici, precedente lavoro del nostro, qui lo sguardo è ancora pieno di stupore, ma la dimensione platonica dei sentimenti è un retaggio del passato. Se i testi divertenti degli ospiti dell’omonima struttura romagnola sembravano favole di un mondo lontano, qui la realtà è vissuta con meno disincanto e più passione carnale. Dichiara l’autore: “il 10 gennaio esce un album che è un fuoco pirotecnico, un’aurora boreale, il cielo che avvampa in camera da letto: Amour automatique. Che sia un disco da tenere d’occhio lo dice la storia del suo autore… Tanto lo sai, Francobeat è una bestia strana. come cantautore scrive anarcopop, come compositore tritura tutti i generi che gli capitano a tiro, con un orecchio sempre teso alla groovah. Amour automatique non fa eccezione… anzi! lui e Pistolino, l’antieroe di questa storia molto personale, raccontano qualcosa che ha a che fare con il sesso, la morte, il tempo che passa inesorabile e lo sguardo che si fa sempre più debole e offuscato dall’età ma pur sempre vitale, seducente, innocente, stupido, amorevole.”

La voce femminile che introduce il titolo dell’album chiarisce immediatamente in quale nuova dimensione saremo trasportati: un viaggio senza confini né barriere, destabilizzante e irrequieto. Bocche è il primo esempio di synth-pop inarrestabile e un omaggio carnale a La pioggia nel pineto di D’Annunzio. Sì, perché non solo la natura ma lo stesso corpo risponde al contatto con le gocce e lo fa incarnandosi nella batteria via via più incalzante, nel sax baritono alternato al soprano e nelle percussioni quasi militaresche. “Piove sulle tamerici salmastre, disse il poeta, piove sulle nostre bocche, hai le tette accese…”, canta Naddei e subito il pensiero va alla Venusia di Mazinga e alle lingue di fuoco che sparava dai seni. Il ritmo è ipnotico e tribale, la voce è solenne ed è impossibile rimanere fermi di fronte a quel sono lì con te che si fonde con i fiati e i campionamenti. È un altro domani e il futuro è appena dietro l’angolo con il primo singolo estratto, Se rinasco. Un groove funky è la base ideale per le aspirazioni del nostro, i cui desideri danzano a piedi nudi nel video promozionale. Ora che le cose hanno preso una piega diversa è necessario porsi degli obiettivi per un ipotetico domani (“se rinasco voglio essere cinico, se rinasco voglio essere spietato / non importa chi, non importa come, non importa quando importi solo tu“), spaziando dai sussurri ai toni spietati per poi tornare alle carezze del principio. Il tema del sesso, accennato nei due brani iniziali, si incarna in tutta la sua potenza ne La notte. L’intro, tribale nelle percussioni e nell’incedere quasi robotico, afferma senza tanti giri di parole che nelle ore notturne non si dovrebbe fare altro che dedicarsi al piacere. Madida di sudore e in continua tensione la mente invece vola altrove, agli amori passati e alle persone care che non ci sono più. È una preghiera quella del musicista romagnolo, che supplica la notte di proteggerlo, accoglierlo e nutrirlo, come solo una madre saprebbe fare, un groove ancestrale come arcaiche e legittime sono le pulsioni a cui dovremmo dare libero sfogo per vivere meglio. Il turbamento del protagonista invece è tale da trasformarlo in un ragno con otto occhi tutti storti che non assomiglia affatto a quello di Smith e soci. Non siamo di fronte a una ninna nanna, questo è tutto uno sbaglio e l’angoscia aumenta di pari passo con il contrabbasso, sempre più incalzante. “È tardi, non è successo niente, la mano aperta sugli occhi a coprire la luce…”, conclude Naddei in prossimità del mattino, deluso per non essersi trasformato in supereroe e forse anche per non essere più quell’insetto di kafkiana memoria, una cosa però è certa: questa riflessione sul tempo che scorre inesorabile, sull’impotenza umana e sull’accettare il qui e ora è un momento di eclettismo unico. Amore geometrico, secondo singolo estratto, rivive nelle parole del suo autore: “Sexting, selfie, digital love, pixel-porn, location services for dating online, screen sharing, cam sex. Ottimizzazione dell’eros, orgasmi precisi, spinte pelviche contate, amori cubico-cubisti.
Nel tempo digitale, dove il corpo diventa pixel, mi appare questa idea di sesso scomposto in piccoli quadrati. E allora il gioco è sulle forme, sui simboli erotici che rappresentano, sui doppi sensi, i non-sensi e le banalità. Potrebbe essere un dialogo tra psicologo e paziente, oppure una chat da intorto, o il testo fatto con un’IA a cui hai dato informazioni confuse sulla tua idea di sesso.”
Amore geometrico è un ponte musicale tra jazz, cantautorato italiano, afrobeat berlinese, l’elettronica analogica dei Suicide, il tutto impreziosito dal contributo di validissimi musicisti come Roberto Villa al basso, Youssef Ait Bouazza dei Savana Funk alla batteria e Vince Vallicelli alle percussioni. Una fiaba che sboccia dalla spuma del mare, lirica e poetica come Sea Song ma ricca di elementi elettronici e archi sognanti è Oro di Uno. Due anime si rincorrono, due corpi nudi, quello di un uomo preso dalla passione per una donna non completamente consapevole dei sentimenti di lui. È una esortazione a scrutarsi dentro, a cercare mani nel buio, in un andamento wyattiano che richiama l’indimenticabile Forest di Cuckooland. La rarefazione lascia spazio alla voce meravigliosa di Sabrina Rocchi (compagna nel brano e nel reale), che sigilla il silenzio e lo ammaestra a suo piacimento. La donna si sveglia dal torpore, la sentiamo pronunciare una verità che ci lascia stupiti: “non mi sono accorta di niente, non mi sono accorta di te, più ti cerco più ti perdo più ti amo…”, si dispera lei sopra una melodia che potrebbe essere l’innesto perfetto tra un valzer e i Kraftwerk. Ascoltandola, come si fa a non pensare al cantato di certe interpreti degli anni Sessanta e a quel “Ti odio poi ti amo poi ti odio” che almeno una volta tutti abbiamo pronunciato nella vita?

Ballata siderale è l’ennesimo esempio di quanto un musicista geniale possa sperimentare e spingersi oltre, omaggiando quel piccolo capolavoro che è Plancton di Fiori e i cantautori italiani del secolo scorso. “Fortuna ha voluto che sono abbastanza intonato per dire le cose che penso tutte un po’ a caso, spaccio parole convinto di esserne fiero non sono sicuro di niente, di niente davvero”, confessa l’autore, poggiando prima sulle note basse e poi lasciandosi cullare da un sax sinistro che molto richiama Blackstar del compianto Bowie. Potrebbe essere un pianeta inabitato il nostro Franco, un soggetto strambo che pronuncia sillabe insensate, invece è un terreno fecondo che guarda il tempo scorrere e conosce la morte e il dolore. “Ricorda la parte più bella di me per quando non ci sarò più”, sfuma in un sussurro prima di esplodere nuovamente in un urlo che squarcia il silenzio. Amami male è un tripudio di sensi, pulsioni, drum machine, sintetizzatori e fiati e affonda le radici in quei suoni tanto cari al Duca Bianco di Scary Monsters. L’andamento robotico segue una passione sfrenata, emblema di un carpe diem necessario al corpo e allo spirito perché, ci ricorda l’autore, “il tempo è un boia“.
In La lingua batte, brano che ricorda molto da vicino la bellissima Hiver di Iosonouncane, c’è un alone di malinconia atavico. Francobeat parla di vita quotidiana, di parole che fanno male, di frenesia che non ci fa vedere le cose importanti, di sensi anestetizzati che si cerca di riattivare invano. “Eppure amo, eppure rido, eppure sogno di venire nel sonno”, annega in un vortice e diviene più aspra la voce nel raccontare che l’esistenza è spietata e non concede sconti già dal primo vagito. Bellissimo il sassofono che si muove lento e triste nel finale, a ricordarci che piacere e incomprensione vanno di pari passo e nonostante tutto continuiamo a vivere (“la lingua batte dove la vita nasce“). “Anche tu non scherzi con le parole“, sostiene poco prima l’autore mentre dialoga con la convivente: nella stessa maniera in cui riusciamo ad articolare fonemi che arrecano dolore, come il muscolo che batte sui denti che fanno male, così nel rapporto di coppia si ricercano solamente i momenti peggiori. La donna rinfaccia all’uomo i suoi difetti più irritanti, come fumare in cucina e scuocere la pasta, ma a lui piacciono e infastidiscono queste accuse: reagisce con orgoglio a lei che lo stuzzica e porta avanti le sue azioni perché è proprio questo atteggiamento a farlo godere, al pari della lingua, che insiste sul dolore e sull’appagamento fisico. Non sono romantico è la naturale prosecuzione di tale contrasto, la presa di coscienza di una maturità sofferta ma necessaria. È una canzone che non avrebbe sfigurato in una raccolta di Lèo Ferrè o di Antoine, vado dritta al punto. “È la solita storia di un uomo che cambia, la pelle si solca, il pelo si sbianca Non sono più giovane mi piace scopare Fare l’amore ma senza sudore”. Trascorrono gli anni, il corpo invecchia, i ritmi si allentano ma non i desideri, la voglia di fondersi, seppur con minore veemenza. Tornano i fiori seccati di Oro di uno a simboleggiare le occasioni perse e quella persona ideale che, seppur tanto voluta, non è mai arrivata.
Termina così Amour Automatique, passando per ambient, afrobeat, jazz, arrangiamenti poliritmici, funky e molto altro ancora. Si tratta di un lavoro costruito sapientemente: ogni suono possiede una cura maniacale, i testi sono ironici e taglienti. Il tono scanzonato che contraddistingue la prima parte del disco lascia spazio a una languida malinconia nel finale, al rimpianto di qualcosa che non tornerà. In questo album c’è la vita con le sue pulsioni giovanili devastanti, la calma apparente dell’età adulta, la vecchiaia inesorabile. La morte aleggia lungo tutta l’esistenza, Franco non può fare a meno di osservarla ribadendo chi è, da dove viene e dove va, offrendo molteplici chiavi di lettura senza mai scadere nella banalità. Amour automatique, recita all’inizio un risponditore registrato che dice la sua sul sentimento più nobile che governa l’Universo. Perché l’amore, una volta imparato, è come andare in bicicletta: non si scorda più.
Tracklist:
01. Amour automatique
02. Bocche
03. Se rinasco
04. La notte
05. Amore geometrico
06. Oro di uno
07. Ballata siderale
08. Amami male
09. La lingua batte
10. Non sono romantico
Photo © Anna Bertozzi – Embè Studio


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