C I N E M A
Articolo di Mario Grella
Parafrasando quello che scrisse Karl Kraus contro i giornalisti, ovvero “Non avere un’idea e saperla esprimere”, per Jacques Audiard, regista di Emilia Perez vale il contrario, ovvero avere una idea e saperla esprimere pienamente. E l’idea è di quelle davvero complesse, quasi assurda, benché possibile: il capo di un cartello di spacciatori messicani, uomo ricco, potente e temuto, matura la decisione di seguire la propria intima natura e diventare una donna. Detta così la cosa potrebbe sembrare grottesca, se non proprio comica, ma questa materia messa nelle mani di un geniale regista diventa un film altrettanto geniale. Quando Manitas Del Monte, decide di cambiare la propria identità sessuale, decide contemporaneamente di ricorrere ai servigi di una giovane avvocato, socia in uno studio di grido, Rita Moro Castroche che ha appena vinto una causa importante. Naturalmente, poiché l’operazione (non solo quella chirurgica), per un boss comporta anche problemi per così dire di immagine, Manitas decide di far rapire l’avvocato costringendola, di fatto, ad accettare l’incarico dietro un più che lauto compenso.

E così dopo una spasmodica ricerca, l’avvocato trova a Tel Aviv la persona adatta a trasformare il feroce boss messicano in una donna. Il nuovo nome di Manitas sarà appunto Emilia Peres, donna giunonica e fascinosa, che insieme al cambio di sesso matura via via un profondo cambio di convinzioni. In fondo il povero Karl Marx, oggi tanto disprezzato e reietto, aveva già scritto alla metà dell’Ottocento che “non è la coscienza dell’uomo a determinare la sua condizione, ma la sua condizione a determinare la sua coscienza”. Menitas-Emilia era un feroce boss non perché lo “disegnassero così”, come disse Jessica Rabbit, ma semplicemente perché un boss deve agire da boss. L’anima femminile di Menitas, prigioniera di un corpo che non le apparteneva, si libera insieme alla trasformazione fisica del corpo. Dopo essere scomparso ed essersi finto morto e dopo il lungo soggiorno in Svizzera della moglie e dei suoi giovani figli, Menitas-Emilia torna in Messico e decide, insieme all’inseparabile avvocato Rita, di allestire un centro per il ritrovamento delle persone scomparse a Città del Messico, probabilmente vittime dei cartelli malavitosi. Intanto Emilia si riappropria della sua famiglia, vestendo i panni della zia Emilia pronta ad accogliere vedova e nipoti. Ma naturalmente le cose si complicano quando la giovane vedova confessa alla donna di aver avuto una relazione con un altro malavitoso, con il quale tenterà poi una fuga d’amore, e da qui tutto finirà in tragedia con la morte dei due amanti e di Emilia. Insomma un dramma.

Anzi un dramma e un thriller o, per meglio dire, un dramma introspettivo, un thriller e un film d’azione. Detto ciò sembra proprio che ad Audiard non basti tale commistione di generi, poiché in realtà il film è sostanzialmente un musical. Sì avete letto bene, tutto il plot narrativo si sviluppa in moltissimi dialoghi cantati. A questo punto il rischio di trasformare il film in una porcheria immonda era altissimo, ma questo non solo non avviene, ma la vera forza del film sta proprio nella grande capacità di Jacques Audiard, che ricordiamolo è preminentemente uno sceneggiatore e non un regista, di essere riuscito a trattare una tematica a dir poco fuori contesto, con una profondità psicologica notevolissima e averlo saputo fare in un film dal ritmo serrato e utilizzando in più un genere che mal si presta all’introspezione psicologica. Riprese sporche e apparentemente poco raffinate rendono perfettamente gli ambienti, un montaggio magistrale, un ritmo narrativo molto serrato, testi e musica di assoluta originalità, fanno di questo film un’opera geniale. Il film che già è stato premiato al Festival di Cannes, ha anche ottenuto 7 candidature e vinto 3 Golden Globes, poi 10 candidature a BAFTA, quindi 4 candidature agli European Film Awards, 9 candidature a Critics Choice Awards, 3 candidature a SAG Awards, 1 candidatura a Directors Guild e 1 candidatura a CDG Awards e una a AFI Awards: tutto ciò potrebbe confermare che non può trattarsi di un bluff…




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