A R T E – M O S T R E


Articolo di Rossana Ghigo

Conoscere Massimo Cotto, entrare nella sua aura magica, è stato uno di quei doni, portati da coincidenze e da amici comuni, che la vita ti offre e che si accolgono a piene mani e a pieno cuore. Una manciata di ore, una serata quasi lontana dal tempo e dal mondo. Era lo scorso aprile, un vento primaverile nel tramonto ligure tingeva lo sfondo di albicocca ed emanava sentori di pesco e maggiorana. A Valleggia veniva presentato in anteprima nazionale lo spettacolo E poi il futuro (E la scaletta la scegliete voi), ideato da Massimo, l’incantevole moglie e attrice Chiara Buratti, il cantautore Mauro Ermanno Giovanardi, voce che porta all’estasi, e il meraviglioso chitarrista Marco Carusino.

Arrivando nel pomeriggio ho avuto il privilegio di assistere alle prove e potermi intrattenere con gli artisti al di fuori della scena. L’empatia è stata subito fortissima, come se un legame misterioso stringesse i polsi e proiettasse la pulsazione del sangue verso queste splendide anime. Chiara, dalla bellezza e dalla gentilezza che commuove. Senza mai avermi vista prima ha saputo subito cogliere la tristezza che albergava nei miei occhi per un vissuto sentimentale molto complicato. Carusino, Giovanardi e Cotto scherzavano su episodi improbabili e surreali accaduti durante e dopo le loro serate insieme in giro per l’Italia. La loro complicità era contagiosa. Si toccava vibrante in loro l’allegria, ma anche la malinconia e la fragilità.

Di Massimo, fino a quel momento, sapevo veramente molto poco: dopo quella sera mi sono addentrata nella sua incredibile ecletticità cercando di stare dietro alle infinite sfumature di una personalità veramente molto anticonformista e trasparente. Una perla rara, ho subito pensato, in un mondo che conosco da non moltissimo tempo ma che già mi ha fatto capire una lunga serie di cose. La prima è che quasi nessuno fa niente per niente. Una glassa di perbenismo e falsa amicizia aleggia nell’aria ma tende a sapere di rancido, a squagliarsi quando si prova ad assaggiarla. Un ambiente sottilmente cannibale, ostile, dove non sempre si viene inquadrati e riconosciuti per la propria bravura professionale, ma si va avanti spesso per amicizia, favoritismi e se si è ragazze giovani come nel mio caso è ancora più complesso per una serie di ovvi motivi che ben più di una volta mi hanno fatta sentire a disagio e scappare a gambe levate. Troppe gelosie, troppi falsi sorrisi e così tanta pochezza emotiva.

Tutto questo vorticare di pensieri mi attraversava la mente proprio mentre ascoltavo le parole di Massimo che leggeva alcuni brani dedicati a Gaber, Faletti, Fossati. Ascoltarlo era inebriante, avvolgente. Sembrava tutto così semplice e naturale. La sua eccellenza nel narrare, prendendo per mano sia il protagonista del racconto sia l’ascoltatore, rendeva tutto emozionante e magico e, al contempo, di una semplicità estrema. Lui era di un’eleganza innata, quella eleganza del cuore. Il suo fare garbato e pulito mi è arrivato in petto immediatamente e istintivamente ed è stato bellissimo, perché per la prima volta mi sono resa conto che la correttezza e la genuinità erano ancora possibili anche in quello che per me rimane comunque un mondo fatto di molta apparenza ma di poca sostanza. Per lo meno per una buona maggioranza di personaggi.

Fortunatamente però Massimo è stato uno dei miei paladini, l’eccezione ad una regola quasi matematica con la quale mi sono scontrata molto spesso. Un uomo buono e vero, segnato da una battaglia difficile che coinvolgeva la sua quotidianità vista la delicata situazione di salute di Chiara. Un uomo che guardava la sua donna con occhi incantati, innamorati. Un legame che si percepiva nell’ aria così intensamente e così pienamente. Ho provato una forte emozione vedendo con quanta delicatezza e amore questi artisti portavano al cospetto del pubblico le proprie emozioni, le vite altrui. La sensibilità e la premura con la quale le parole sapevano accarezzare e abbracciare. Una protezione verso anime belle andate via prima, nascoste da un velo, ma sempre molto presenti.

Nel corso della sua lunga carriera Massimo ha soprattutto amato. Amato il suo lavoro, il suo pubblico, tutte le persone che con lui hanno lavorato e collaborato e, mi sento anche di dire, chi come me solo per una volta, purtroppo per un’unica sera, ha incrociato la propria vita alla sua in un contesto lavorativo ma soprattutto umano. Una sera indimenticabile.

Nel momento in cui la stavo vivendo non potevo certo immaginare, e con me ogni persona presente, quello che sarebbe successo dopo pochissimi mesi. La vita è questo. Imprevedibile, con una sorte maligna spesso che senza una ragione ci strappa via affetti e ci lascia senza parole lacerandoci di sofferenza, inermi. Impotenti dinnanzi a qualcosa di troppo grande che non si può spiegare e non si può rendere razionale con il pensiero, quello che ci rimane è la presenza viva nel ricordo. E il ricordo di chi ha voltato l’angolo e si è nascosto ai nostri occhi ma non al nostro cuore è spesso e volentieri un ricordo felice. Fatto di colori come le montature e le magliette di Massimo, fatto di musica, la sua adorata musica per la quale ha dato l’anima.

Le parole, il suono della voce che accompagnava ogni mattina dai microfoni di Virgin Radio gli italiani nella loro quotidianità, che rassicurava, alleggeriva, emozionava. Un cuore rock che ha battuto tra le scene dei più prestigiosi eventi musicali, dal Festival di Sanremo al Premio Tenco a Castrocaro, tra le righe di importantissime testate giornalistiche come Max, l’Espresso, Epoca, Grazia, Velvet, Rockstar, ecc.… sempre con devozione, attenzione alla verità e all’umanità.

Riassumere in poche frasi quello che ha significato e il segno indelebile che ha lasciato nel panorama internazionale come autore, giornalista, scrittore, dj, è ridicolo e riduttivo e quindi trovo molto difficoltoso riuscire a farlo anche perché è già stato sottolineato da tutti. La maestria con la quale ha intervistato grandi nomi della scena musicale italiana e mondiale ci ha regalato spaccati di vita e di interiorità speciali. Per ognuno di noi è importante idealizzare un mito, ma è altrettanto importante, forse molto più importante, sentirlo come una persona qualsiasi, una creatura che trema, che è fragile e che oscilla tra sogno e abisso, tra invulnerabilità e fragilità. Paolo Conte, Zucchero, Alda Merini, Ligabue, Leonard Cohen, Piero Pelù, Fabrizio De André, Rino Gaetano, Franco Battiato, Francesco Guccini, Patty Pravo, Renato Zero e tantissimi altri immensi visti con il suo sguardo, catturati dalla sua penna che si districava sottile e a volte pungente per tirarne fuori le vere essenze, le splendide sfumature di colore. Come un caleidoscopio, un frastuono, un fulmine che taglia in due l’orizzonte e permette di leggere oltre la superficie patinata di un artista.

Un carattere impastato di terra e sole, di arsura e di vento. Le colline astigiane dove ha vissuto sempre e che tanto ha amato. Un sorso aromatico e indimenticabile di Albugnano, uno dei vini più ricercati e prestigiosi di questa terra. Cuore rosso rubino, elegante, intenso, delicatamente aromatico con note floreali e speziate, e protetto da botti di rovere che da sempre sono sinonimo di certezza. Questa pianta è universalmente riconosciuta come un simbolo di forza e resistenza. Le sue radici profonde e il suo legno duro sono metafore perfette di determinazione e tenacia. In molte culture il rovere è considerato un albero sacro per la sua forza inossidabile e così mi piace pensare a Massimo.  Un grande albero dove, sotto le sue fronde, tanti si sono rifugiati e hanno trovato amicizia e comprensione, consigli, ascolto e aiuto.

Una pagina molto significativa della sua vita è stata quella teatrale che lo ha visto collaborare con la moglie, con l’amico fraterno Giovanardi, con Giorgio Faletti e con registi come Simone Gandolfo ed Emilio Russo. Se da sempre il teatro è la grande metafora della vita, è pur vero il contrario: si può dire che si influenzano a vicenda e si nutrono reciprocamente, offrendo alla gente la possibilità di esplorare le sfaccettature della propria umanità e di connettersi con gli altri attraverso l’arte e la condivisione di esperienze. È anche attraverso questo ulteriore tassello che Massimo arriva a noi, ai nostri cuori, con tutta la sua dirompente genuinità e la sua inesauribile onestà intellettuale e intelligenza emotiva.

All’ inizio dell’estate 2024 a Mondovì è stata inaugurata, nella splendida cornice del Museo della Stampa, la mostra Pictures of you – Foto di Henry Ruggeri – Storytelling AR di Massimo Cotto. La sua voce, iconica e indimenticabile, accompagnava il visitatore attraverso le storie dei protagonisti degli scatti, i loro concerti memorabili e cult. Massimo, grazie all’ausilio di un’applicazione, si materializzava all’interno dell’opera come per magia, una metonimia ectoplasmatica.

Ho fotografato questa mostra per consegnare a lui gli scatti e, facendolo, sentivo fortemente la sua presenza assolutamente coinvolgente e totalizzante. In seguito, dopo il suo viaggio tra le stelle, ho pensato spesso a questa curiosa coincidenza. Questa ultima mostra potrebbe essere vista come una sorta di testamento spirituale di Massimo. Un volere dire: «ci sono e ci sarò sempre. Tra le cose che ho amato e che voi avete amato con me, nelle persone che ho avuto accanto, nella mia famiglia, tra gli amici, nell’ arte, nella musica, nelle parole, nella gente comune, nel vento». Ed è realmente così, la sua presenza è solida, inscalfibile, concreta e perfettamente percettibile in tutto ciò che ha toccato, attraversato e colorato con la sua immensità di artista e di uomo dal cuore grande.

Prendendo a prestito le parole che egli stesso dedicò allo splendido poeta Giorgio Caproni durante l’edizione del Premio Recanati 2002 vorrei dire: «ha saputo catturare la luce dentro l’oscurità delle cose, la bellezza nei vicoli dell’esistenza». Amava la musica, i lampi e le immagini fugaci. Nessuno meglio di lui ha saputo descrivere poeticamente il tramonto. Nessuno ha raccontato con delicatezza nei versi e sorriso in volto. Nelle sue parole c’è, intatta, la vita.

Un “mercante di luce” e di infinito.

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