I N T E R V I S T A
Articolo di Monica Gullini
All’indomani dell’uscita del terzo disco a firma Francobeat (qui la recensione), il musicista romagnolo Franco Naddei si mette a nudo come nella copertina del suo ultimo lavoro, Amour Automatique. Sesso, maturità, vita, morte e musica a tutto tondo: Franco non si è risparmiato ed ecco di seguito il resoconto di una lunga chiacchierata.
Ciao Franco. Innanzitutto grazie per il tempo che ci stai dedicando, è un valore aggiunto parlare nel dettaglio di Amour Automatique, il tuo meraviglioso album. La prima cosa che mi viene da chiederti è: dove è stato Francobeat in tutti questi anni, che cosa ha fatto, cosa ha visto?
Da quale punto di vista, di Francobeat o Naddei?
Comincerei con il tuo alter ego, poi sarei curiosa anche di sentire la voce di Naddei…
È una domanda nella quale confluisce l’esperienza mistica dello stare in casa, quella che tutti abbiamo sperimentato e che non voglio nominare. Di fatto l’esigenza di tornare è nata allora, in giro ho iniziato a scrivere cose a caso per liberarmi e da lì in avanti c’è stata l’accelerazione finale, non so se a opera di Francobeat o Naddei, ma di certo la scintilla è scoccata in quel momento tragico…
Una curiosità: perché la prima traccia, Amore automatico, è tradotta in italiano e non è in francese come il titolo dell’album? È una scelta voluta?
Sinceramente non me ne ero accorto… Credo sia un errore, non ci avevo neanche fatto caso! A me è interessato il suono della lingua, perché detto in italiano è tutto brutale, ricorrendo al francese c’è tutta una estetica dell’efficacia che diversamente non ci sarebbe stata.
Il ritornello di Bocche è ipnotico, trascinante, contiene mille influenze non facilmente catalogabili. Quali sono state le ispirazioni quotidiane di Francobeat?
Io vado un po’ a periodi, anche per il lavoro che faccio, mi capita spesso di andare in fissa ma di certo ho sempre avuto il pallino del ritmo e secondo me la sua radice sta in Africa. Prendi Fela Kuti, Tinariwen o Tony Allen… Volevo essere subliminalmente contaminato e assorbire un po’ di Africa, ributtare fuori ma non essendo capace di copiare mi è venuta fuori una roba sintetica. Devo ammettere che Youssef (Ait Bouazza) è perfetto nel ruolo del batterista africano e rende l’idea di quelle pulsazioni. In Bocche ero ancora nella fase in cui i toni sono quelli del surreale che è poi la cifra di Francobeat, la scrittura è più vaga, mascheravo perché non ero ancora riuscito a tirare fuori ciò che volevo dire e c’è questa sospensione, un ribollire dentro che viene fuori col ritmo. È un minestrone che sta per esplodere…
Una miscela bellissima, impreziosita da musicisti eccezionali…
Ho avuto fortuna, le parole quando hai quell’immaginario seguono il ritmo e la scrittura va verso la loro sonorità e oltre il significato che possono avere.

Oro di Uno è, a mio avviso, la traccia più completa, variegata e poetica. Il senso della canzone tende un po’ a sfuggire, sembra si tratti di una storia d’amore non compresa sino in fondo, è una commistione di jazz, synth – pop, fusion e valzer, passando per Mina e il cantautorato degli anni Sessanta. A un ascolto più attento, c’è sì il Wyatt di Cuckooland ma anche qualcosa della scena di Canterbury. Ti andrebbe di raccontare come è nata e come si è sviluppata?
Oro di Uno era un pezzo che suonavamo già dal vivo. Il disco è nato durante il lockdown, con Gianni Perinelli abbiamo sentito l’esigenza di trovarci e provare a buttare giù qualcosa. Ci siamo appuntati qua e là delle melodie e successivamente abbiamo suonato a Ferrara. Io avevo stampato dei testi, alcune partiture erano pronte e Gianni non sapeva quando avrei iniziato a cantare. Lo scritto era embrionale, c’erano frasi da sistemare e quel brano è nato principalmente dal vivo, io ho aggiunto solo la parte vocale alla fine per poi tornare a quella iniziale che era strumentale. L’ispirazione è molto legata al mondo di Tenco, a quegli amori travagliati, con la presa di coscienza che a mio avviso non è una cosa negativa. La distrazione che hai notato tu nella coppia è totalmente comune perché già sapere che esiste è un passo avanti per evitarla, è un segno comunque di amore, perché alla fine diciamo entrambi la stessa frase, “non mi sono accorto di niente”, non c’è un balance vero e proprio a favore dell’uno o dell’altro, è un tutt’uno e il testo di fatto va verso quei tentativi un po’ goffi, verso le cose impossibili come i fiori nel mare. È un viaggio simbolico ma diretto e concreto che si basa su di un equilibrio. Lo spirito di Tenco che aleggia, quelle frasi che si accartocciano sul concetto dell’amore trovano sfogo nell’ammettere che entrambi siamo uguali. L’aria finale di Oro di Uno finisce con questa attenzione al ritmo un po’ vaga, anche se al momento di aggiustare gli archi il maestro ha dichiarato: “ragazzi è un tre quarti, non vi spaventate!”
Ballata siderale apre la seconda parte di Amour Automatique, quella più intima e introspettiva. Il tema del sesso, così presente all’inizio, tende un po’ a sfumare lasciando il posto alla maturità e alle false opinioni di sé. Mi riferisco al protagonista e alla scoperta di essere un pianeta fecondo e mi commuovo di fronte al saluto alla compagna. È finita l’era delle serate ostetriche ma quei momenti non andranno persi nel tempo. Quanto è difficile toccare e conciliare vette di profondità altissime e contemporaneamente spacciare parole senza essere sicuri di niente?
Credo sia il brutto carattere ad aiutarmi, le immagini arrivano in maniera spontanea perché, a differenza del passato, ciò che ho cercato di fare è non filtrare il pensiero dalla nascita al momento dello scrivere. Provo a non fingere nel mezzo. Poi possono coesistere anche figure disordinate ma il tema del sesso è centrale e doveva essere bilanciato dall’ironia. Vedi come è disegnato l’omino, con la pancetta e il pipo? Sembra quasi Woody Allen, altrimenti si passa dalla parte dell’erotomania. C’è stato un momento in cui ho avuto tanto spazio in testa e ho concepito questi pensieri destinandoli più per le cose belle che per le cose brutte. Sono stato fortunato a trovare una storia per fare un disco, il mio è un concept e il fatto privato con tutte le cose importanti che accadono nel mondo può passare in secondo piano. Non mi interessa ergermi a paladino di una causa e la vicenda di un vecchio che fa un bilancio della sua vita credo risulti più plausibile, sincera e condivisibile in un immaginario poetico dove bisogna impegnarsi a capire, magari non nell’interezza. L’unico effetto che ho ricercato è quello che ho adoperato su di me e cioè stupirmi di quanto riuscivo a essere dritto. In questo mi ha aiutato Massimiliano Morini, che scrive prevalentemente in inglese ma che mi ha aiutato molto a ragionare e alla fine le immagini filtrate sono divenute frontali. Ho cercato di darmi fastidio.
Veniamo a La lingua batte allora e alle sue seccature, immagini che non arrivano subito. A me ha colpito tanto quel Anche tu non scherzi con le parole e l’uso della voce sdoppiata, quasi deforme nel finale. Ce la vuoi raccontare?
La lingua batte l’ho scritto quasi per ultimo. Dopo il lockdown ho fatto molta fatica a dormire e lo racconto in La notte. Mi svegliavo e non riprendevo sonno, così scrivevo. L’ispirazione è giunta proprio mentre strisciavo la forchetta sul piatto e da lì sono seguite le azioni fastidiose come il fumare. Il brano è venuto giù come un fiume in piena, è stato qualcosa di nitido che è arrivato di getto. La base è stata registrata durante un live a Imola e ci ho aggiunto sopra dei suoni. Io e Gianni abbiamo composto le basi e l’intenzione era di dare un’impronta jazzistica al risultato di quella serata.
Ora che Naddei ha rispolverato l’alter ego, permettendo a Francobeat di dire la sua su temi cari come il sesso, la vita, la maturità e la morte, che cosa dobbiamo aspettarci per il futuro da entrambi?
Naddei è multiforme, l’esperimento su di lui è stato spostare i ruoli e mettere al centro i suoni, cosa che porterò in altri progetti futuri. Adesso sono concentrato sul disco di Giuseppe Righini che mi impegnerà moltissimo e assorbirò molto da questa esperienza. Devo attendere che Francobeat viva qualcos’altro e abbia altri stimoli. C’è la voglia di fare un altro album con Sabrina, questo è una specie di spoiler, ci avviciniamo a un’altra trilogia di coppia. Quella di Francobeat è una sigla, adesso ho voglia di comporre per altri, con la consapevolezza di essere capace di scrivere canzoni, vorrei arrivare all’osso, cominciare a togliere. Quando ragioni per qualcun altro da produttore è sempre meglio di quando lo fai per te stesso.
Franco, ti saluto e ti ringrazio per la bella chiacchierata. L’augurio è di vederti dal vivo con un set che valorizzi questo tuo gioiello. Hai suonato con musicisti pazzeschi, attraversando qualsiasi genere. Immagino che Amour Automatique non sia facile da gestire su un palco, ma voglio pensare che ci siano tutte le premesse per stupire il pubblico più di quanto tu abbia fatto in studio…
Mi piacerebbe molto, ma le condizioni attuali non sono semplici. I musicisti coinvolti sono tutti impegnati, per ora non mi pronuncio. Vorrei fare almeno una data ben concepita, il mondo dei live è molto complicato e si suona solo a determinate condizioni. Cerco di darmi un paletto nel tempo, magari dirmi “ci pensiamo” e realizzarlo al meglio, altrimenti niente. Sarebbe bello girare con Gianni, anche in duo, non è detto non ci si riesca. Ci dobbiamo divertire, in fin dei conti, perché le cose cambiano. Il tempo è un boia!
Photo Ⓒ Anna Bertozzi – Embè Studio


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