R E C E N S I O N E


Recensione di Monica Gullini

Love you all over again, Ti amiamo ancora al di sopra di tutto, recita il titolo dell’ultima fatica discografica dei Tunng, gruppo inglese attivo da ben ventidue anni. È inutile parlare d’amore, sosteneva uno dei più grandi cantautori dei nostri tempi recentemente scomparso, Paolo Benvegnú. Le due affermazioni sembrano lontane anni luce. Nei fatti, il sentimento incondizionato di cui parla la band britannica è lo stesso che muove il disco del cantautore italiano. Per quest’ultimo amare è l’unica soluzione per vivere (e non sopravvivere, non avrebbe mai accettato compromessi il nostro Paolo) in un mondo mercificato e improntato al profitto. Perciò, per entrambi i collettivi, l’amore è la cosa che conta davvero.
Dopo partenze e ritorni, i Tunng oggi sono Sam Genders, Becky Jacobs, Mike Lindsay, Ashley Bates, Martin Smith e Phil Winter.

Il disco inizia con Everything Else e un annuncio spiazzante: parlano in una lingua che non comprendono. Due voci si uniscono e si alternano sul significato della vita, accompagnate da un delicato vibrare di corde. Perché lo facciamo?/ Perché giochiamo a questo gioco infernale di gioia e paura?/ Siamo tutti ancora qui. Le tante domande hanno una unica risposta, suggellata da una coralità senza pari: ti amiamo più di quanto tu possa sapere, quindi andiamo, ripetono Genders e Jacobs.
Per la cronaca, gennaio 2025 segna anche vent’anni da Mother’s Daughter and Other Songs, esordio in cui le chitarre acustiche incorniciano paesaggi bucolici, miti e storie umane alle quali la folktronica pagana dei Tunng regala mondi rustici e sintetici, arcani e futuristi al tempo stesso. Non a caso, in Everything Else il rimando ai decenni passati è evidente: Venti cose sfrenate/ Sveglie nell’albero in fiamme/ Venti ali aggrovigliate/ Addormentate in una quercia/ Tutto ciò che non sappiamo/ È sigillato in un anello d’oro/ Venti mondi immaginari/ Sono cuciti in ogni cosa.

Il connubio tra acustico ed elettronico è a dir poco perfetto, la coralità ricorda sin dalle prime note il sentimento di unione e stupore per il creato che caratterizza Javelin, ultimo album di Sufjan Stevens. Non solo l’amore, ma anche la speranza aleggia sopra ogni cosa. Verrebbe da chiedere a chi, inizialmente, si era posto il problema: sarebbero loro a non comprendere la lingua che usano, o chi si affretta a definirli inconsapevoli? Didn’t know why assume i connotati di una filastrocca grottesca, oscura e assurda che non sfigurerebbe nel film The Wicker Man, pellicola di culto per la band. Jenny disse di no, non voglio tornare a casa/ urlò al cielo e ingoiò il telefono/ ingoiò la sua macchina e anche la tv/ si bruciò i capelli e il suo anorak blu/ cercò il gatto che aveva ingoiato una mosca/ ingoiò anche quella e non sapeva perché/ non sapeva perché tutti devono morire/ non sapeva perché ogni amante deve sospirare/ Jenny disse: voglio cambiare pelle/ volare come un’ape nel tunnel in primavera/ come una lepre attraverso i boschi nell’oscurità/mangiare le mie ossa, i miei polmoni e il mio cuore…

Il suono, inizialmente dark e a tratti destabilizzante, diventa caldo e malinconico nel prosieguo, e all’ascoltatore attento non sfuggirà che la Jenny del testo è la stessa che ricorre spesso in canzoni e lavori precedenti della band. Attenzione, però: non abbiamo più di fronte una assassina spietata ma una ragazza come tante altre che vive, sogna, si innamora e sospira senza saperne il perché, consapevole di svegliarsi la mattina con qualcuno pronto a mangiarle cuore e polmoni (non a caso, come nella copertina dell’album). Gli echi di campanelli sfumano nella meravigliosa Sixes, brano in cui si alternano nuovamente voce maschile e femminile ma che nei fatti contiene moltitudini. La chitarra dipinge esistenze desiderose di tuffarsi in distese di acqua sterminata: Siamo un uomo, siamo un oceano/ siamo una donna, siamo un oceano / le nostre scommesse continuano a salire di nuovo/ i nostri occhi continuano a sorridere di nuovo/ le nostre piante continuano a crescere di nuovo/ le nostre lingue continuano a brillare di nuovo.

Sixes è uno inno alla libertà, alla speranza, alla comunione, impreziosito da melodie minimali e glitch elettronici. Segue l’eterea Snails, in cui le corde sembrano onde del mare il cui ritmo altalenante si riverbera per tutta la durata del pezzo, reso ancora più poetico dai fiati e dalle percussioni; Laundry è una filastrocca che al minuto due cambia registro appena l’interprete schiarisce la voce, per poi abbandonarsi in mezzo ai fiati come se sparisse in tanti piccoli mulinelli. Meraviglioso l’intreccio tra le parti folk e quelle sintetiche, importante è l’unione con il creato che si fonde col cielo e con gli elementi. Se sai di essere reale/ Se sai di essere reale/ Inzuppa il mondo intero/ E poi divora la buccia, cantano in un sussurro, l’invito è a divorare la vita e a non guardare indietro mai. La metallica e cupa Drifting Memory Station, in equilibrio perfetto tra acustico ed elettronico, si perde tra sogno, realtà e riff vagamente blues, ma è con Deep Underneath che il gioco si fa duro. Battiti di mani scandiscono l’intero scheletro della canzone, che nella seconda parte si impreziosisce della voce di Becky Jacobs pronta a ricordarci che le cose importanti risiedono nella quotidianità, basta solo guardare sotto la superficie. Di nuovo il numero venti nei corvi che aprono Levitate a Little, vicina al folk e alla coralità di Illinois di Sufjan Stevens, meravigliosa nel suo unisono vocale: è una preghiera a elevarsi spiritualmente e a lasciare che la follia non prenda il sopravvento. Suggestioni alla Animal Collettive in Yeekeys, la traccia più sperimentale e vivace dell’album, improntata alla world music e alla tribalità, con le voci che si alternano in un colorato botta e risposta, illuminato dal piano e dalle chitarre: il paesaggio cantato ha molti dei connotati di Iron and Wine, non solo nel testo ma anche nella melodia. Coat hangers chiude le danze in un sussurro strumentale che ricorda molto da vicino Realpeople Holland di Beirut, immersa com’è in sospiri elettronici specie nel finale (avete presente la solare No dice? Alcuni respiri di luce sono arrivati fin qui). Il dado è dunque tratto, Love You All over again è un lavoro strepitoso che va dritto al centro delle cose, variato, distorto, ma costellato di generi diversi come la tradizione Tunng impone. È strano, imprevedibile ed è l’album di una grande famiglia che vuole spargere amore a piene mani. Quale migliore occasione se non tornando alle origini, a quei decenni trascorsi insieme contaminandosi e condividendo cuore e polmoni come solo chi ama davvero riesce a fare?
Lasciatevi coinvolgere da ogni nota, dai suoni che si rincorrono mai uguali, da storie che raccontano vite e desideri straordinari nella loro semplicità. Potrà sembrare inutile, ma vi assicuro che sarà una rivelazione.

Tracklist:
01. Everything Else (05:15)
02. Didn’t Know Why (04:06)
03. Sixes (02:44)
04. Snails (05:10)
05. Laundry (04:41)
06. Drifting Memory Station (04:14)
07. Deep Underneath (05:29)
08. Levitate a Little (03:23)
09. Yeekeys (03:25)
10. Coat Hangers (05:15)


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