L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Rossana Ghigo

Nella grazia del più piccolo teatro al mondo, un’architettura ottocentesca che richiama echi seicenteschi e che dona un’acustica impeccabile grazie alla sua struttura e alla realizzazione totalmente in legno, la sera dell’8 febbraio, trascinando con sé un’atmosfera fiabesca di neve e vento, come una finestra sul regno delle fate, Max Manfredi ha narrato racconti di superba bellezza e ridonato linfa vitale, con lapislazzuli di note, agli affreschi del prezioso gioiello imperiese. Al suo fianco musicisti di incomparabilità esecutiva: Alice Nappi, che sotto le sue dita rende superbamente affascinante il richiamo quasi ipnotico del suo violino e Filippo Gambetta, che sulla scala diatonica del suo organetto ricama melodia e sensualità. Un clima raccolto, amichevole che, finalmente, grazie alla magistrale regia e supervisione del direttore artistico Eugenio Ripepi e a tutte le persone che collaborano con tanto amore e senso di gratitudine e reverenza per la bellezza dell’arte hanno permesso a questo diamante preziosissimo di ritornare a irradiare come un prisma tutta la sua eleganza e sontuosità.

Quando Max sale sul palco si avverte la presenza di una grande energia. Qualcosa che cinge e poi trascina in un gorgo di sensazioni che assumono mille colori, sfumature diverse di racconti evocativi e quasi fiabeschi. «E si assegnano i posti di un pubblico attento e falene si sprecano nel battimani», «un fado ad ogni cambio di stagione», da Genova a Lisbona, città verticali dove anche il cuore si deve arrangiare per non scivolare.

Un percorso artistico a tutto tondo come cantautore, attore, regista di compagnie filodrammatiche. Raffinato e colto vincitore di numerosi premi, negli oltre quarant’anni di carriera riceve molti apprezzati riconoscimenti e contribuisce costantemente alla rilettura della musica antica: medievale, rinascimentale e barocca con rielaborazioni di altissimo livello concettuale e scenografico. Poeta che intaglia santi e intinge il calamaio in stagni dove gracidano ranocchie turchine, fotografa frammenti di vita, graffiti come cordoni ombelicali della parola. Ruvidi solchi dove nascono bianchi fiori. Segni da percorrere in punta di dita; veritas di registri e forme. Le sue composizioni sono gravide di scenari mitologici, strazianti equilibri instabili tra necessità di ragione e voli pindarici in mari squisitamente surreali.

Ci si perde Nel porto di Atene, cercando di divincolarsi dal labirinto di noi stessi, tenendo stretto il filo di una bellissima Arianna tra gatti, ubriachi, lampade fioche, comparse pagate che fanno la vita di tutti o che, forse, sono semplicemente le nostre lunghe ombre proiettate nella sera. Da Sud-Ovest, umido, violento, ci travolge Il Libeccio, generando forti mareggiate, burrasca, piogge molto intense e insidiando la nostra navigazione. «Fionda e fughe, il salto delle streghe, il volo delle acciughe sulle vie del sale». Fango rosso che non può essere smaltito, che entra e incrosta le vene. È la resina delle anfore greche che protegge il vino e fa l’amore con il vino stesso, che ci racconta di un «mare che vende collane e porta via la vita», ma è la stessa vita che stasera ci regala questo incanto, questo connubio di raffinatezza verbale e di idillio musicale, è qui che ci si può dissetare alla migliore delle coppe che un oste possa offrire.

Nel 2021 si schiudono le porte dell’inconscio, del sogno, del tempo obliquo e l’album Il grido della Fata squarcia il velo di ovvietà, con una potenza catartica. Il nome deriva da una poesia del poeta simbolista francese Gerard De Nerval, in particolare dal componimento El desdichado che si chiude evocando i sospiri della santa e le grida della fata. Un lavoro di raffinato artigianato realizzato con la collaborazione di un team di professionisti illuminati da un’ipermetropia profetica.

Vibrisse Studio di Savona ha curato il design grafico, le illustrazioni e il formato di fruizione musicale, Scrigno, con cui si intende coniugare analogico e digitale grazie al ricorso della realtà aumentata. Artisti in grado di vaticinare, indagare e realizzare qualcosa che rimane sospeso tra oggi e domani. Marcello Stefanelli, Gabriele Santucci e Fabrizio Ugas hanno reso possibile una magia in punta di piedi tra sonorità elettroniche, archi, fiati, cordofoni e percussioni e un linguaggio fatto di parallelismi, contrappunti e figure retoriche. Così la Scimmia grigia diventa la matrice di concetto, l’icona di un feticcio che ci resta appeso addosso, ci accompagna o, meglio dire, perseguita, nelle nostre giornate. Elicriso è un brano che mi è entrato dentro l’anima fin dal primo ascolto, parecchio tempo fa. Un potere dolcissimo ma, allo stesso tempo, acre di portarmi nell’intimo di una nebulosa nostalgia; un madrigale, un filtro magico d’amore. Da Max ci si sente condotti come bendati attraverso una giungla di sensazioni, suoni, ideogrammi. Ci raggiunge una sorta di bellissimo spaesamento, tutte le bussole con lui sono perfettamente inutili, inutilizzabili. Un vascello che ha perso la rotta, alla deriva in un oceano mistico. Un Merisi nelle vibrazioni di colore e nella modulazione della voce che abilmente indirizza a proprio piacimento la luce. Così ci apre squarci sempre nuovi: s’intravedono «vecchi conventi, letti ingolfati da demoni, ulivi che muovono il loro sistro nel vento, un bambino che gioca a domino con il firmamento». Passeggiando in boschi di funghi e more, «nello stupore dei bengala, nell’ esplosione del finale» si giunge al termine di questo incantesimo con un miele che avvolge i sensi e ci si porta via una fetta di questo dolce tenendolo per i momenti di magra sentimentale «perché domani è un avverbio di vento, può sempre cambiare».

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