R E C E N S I O N E


Recensione di Monica Gullini

A Blade Because a Blade Is Whole, letteralmente “una lama perché una lama è intera. Suona pressappoco così il titolo del nuovo lavoro di Alabaster DePlume, sassofonista, poeta, attivista e cantante mancuniano. La sua biografia offre molteplici spunti di discussione, basti pensare al passato da musicista rock o a come ha imparato a suonare il sax, da completo autodidatta mentre lavorava in un centro per disabili mentali. L’inizio della carriera avviene nel 2012 e tre anni dopo Alabaster (al secolo Angus Fairbairn) lascia Manchester per trasferirsi a Londra, dove si avvicina a gruppi ambientalisti e prende parte a diverse manifestazioni. La sua poetica introietta temi sociali e soltanto nel 2020 arriva la notorietà internazionale grazie a To Cy and Lee: Instrumentals Vol 1, creato nello spazio Total Refreshment Centre, così come i successivi I was not Sleeping, Gold e Come with Fierce Grace. Ora è la volta di A Blade Because a Blade Is Whole, un viaggio che si preannuncia lungo e intenso.

L’apertura è affidata alla strumentale e pomposa Oh my Actual Days, ricca di dissonanze e dialoghi incessanti tra archi e fiati. I colpi che si susseguono evocano campi di battaglia, messaggeri e annunci importanti, si smorzano sul finire del brano, lasciando spazio alla jazzata Thank you My pain. L’artista ringrazia il dolore per essere tornato e gli chiede di restare, dapprima con tono dimesso, poi con voce ferma e imperiosa. Si passa da un afro-funk narcotizzato a un ritmo più veloce; il sassofono cresce di intensità, scolorendo tra i corni ansimanti e i tamburi sbiaditi di Donna Thompson. Le parole del musicista sono sincere e appassionate e rispecchiano il pensiero del monaco e attivista Thích Nhất Hạnh. Il grazie che risuona è autentico, ipnotico e viene da altri mille cuori che si fondono e sfumano nel finale. Il folk a metà tra anni Sessanta e Belle and Sebastian di Invincibility gioca con nomi, singhiozzi e appellativi che dividono: ecco comparire per la prima volta il concetto dell’album, costituito dal «no holy claim ever made me whole» (nessuna sacra rivendicazione può farmi restare integro). La voce è un vento leggero che soffia ora tra gli archi, ora tra le corde pizzicate, ricordando quanto è fragile la vita e quanto è importante scavarla a fondo qui, nel presente. «Se incontro il mio sentimento, non possono distruggermi. Quando mi permetto di incarnarlo fisicamente e faccio pace con esso, scopro che il mio sentimento sono io, e lo ricevo. Sono invincibile», dichiara DePlume. È un po’ il valzer delle relazioni interpersonali: il conoscere l’altro restituisce il limite e la natura dell’essere umano e solo accogliendo differenze e similitudini riusciamo a non soccombere, in virtù di quel «so chi sei tu, ma conosco anche me stesso», senza alcun bisogno di pronunciare nomi. È un processo di cura e guarigione che ha i suoi tempi e le sue discipline. L’artista mancuniano ha scelto una antichissima arte marziale, il ju jitsu, per rifiorire. Form a V è ciò che più gli si avvicina ed è strutturata come un monologo rischiarato da violino, batteria, basso e sprazzi di sax. Nel ju jitsu si forma una v quando coloro che stanziano nel dojo (il luogo dove si sviluppa la pratica) si posizionano davanti a un solo individuo simulando un triangolo e poi lo attaccano. È la dichiarazione serena di quanto si possa essere pronti ad affrontare il mondo senza arretrare di un solo passo. L’inserto orchestrale che apre il brano è solenne, a dimostrazione che l’annuncio che si sta per fare è importante, mentre gli strumenti accompagnano un cantato a metà tra il parlato e la cantilena. La frastagliata A Paper Man è un cratere lunare dove si rischia di incespicare, dotata com’è di un lungo intro animato da hi-hat, violini e fiati; a metà della traccia la voce cerca di sovrastare il dub creato da basso e tamburi e racconta dell’uomo di carta che fa cose che non riesce a gestire, in bilico tra il trip hop di Tricky e il jazz sperimentale. Il vibrato che apre Who are you telling, Gus, è il canto solitario di un sassofono appena sfiorato dall’elettronica e da una batteria scarna che nel finale colpisce con grazia il rullante e poi tintinna nuovamente sui piatti; Prayer for my Sovereign Dignity è incentrata su DePlume e il suo strumento prediletto, il quale varia colore e velocità di pari passo con le percussioni e i cori che si agitano in sottofondo. Segue Kuzushi, altro pezzo suonato, collocato nella posizione centrale del disco per far sì che il sax di Alabaster sia assoluto protagonista. Il termine Kuzushi è una parola orientale che indica la rottura dell’equilibrio di un avversario, e così come chi lotta disarma rapidamente chi ha di fronte, così il musicista inglese predomina su tutto il resto. Salty Road Dogs Victory Anthem è l’annuncio che la vittoria è dietro l’angolo, è bellezza e passione che si riverberano lungo i tasti e nelle dita dell’artista britannico che avanza solenne mentre gioca con le note e fraseggia notizie felici. L’acustica Too True spicca per eleganza e per il cantato essenziale, impostato sui registri bassi e votato all’addio della persona più importante della vita.«Sei tutto per me / sei ogni cosa per nessuno», sussurra DePlume in quella dicotomia perfetta rappresentata dalla spada intera che divide a metà: è finalmente avvenuta la guarigione tagliando e ricucendo brandelli di sé per poter essere un uomo che contiene moltitudini?

That Was my Garden è una raffinata poesia orchestrale di oltre sette minuti (A Blade Because a Blade Is Whole nasce come selezione di componimenti dal libro Looking for my value: prologue to a blade) che difende il proprio angolo di mondo, che «non è né un parcheggio, né una scena del crimine», ma simboleggia le opportunità sprecate per mancanza di tempo e per paura. Il fine ultimo, quello di poter guarire, è stato raggiunto, e la sofferenza che si annida nella voce e nel solco di piano di John Ellis è tangibile, peccato aver raggiunto la consapevolezza in netto ritardo. Si chiude così il personale viaggio di Alabaster DePlume alla ricerca del proprio valore e della dignità che scaturiscono dal comprendere cosa si è davvero. Si guarisce leggendo, riflettendo, persino lottando. La lama è un paradosso, non solo perché nasconde il seme del male simboleggiando la guerra, ma anche per il suo dare inizio alla rinascita interiore. È una minaccia ma al tempo stesso la purezza più assoluta. È la metafora del doppio, dell’attaccare il nemico e del superare le avversità avvicinandosi al mondo spirituale. La spada può recidere ma anche tagliare e perciò liberare da pesanti fardelli. Chi la usa toglie il vecchio per abbracciare la nuova parte di sé.

«La lama, che divide, è intera», afferma il musicista britannico. «La guarigione è la formazione di un tutto, e un tutto è singolare, più se stesso, come in più uno, come in più solo. Una lama ha segnato questi sé precedenti sulla mia mano, ha fatto le linee che ci divinano ed è integra. Mentre io perdono me stesso, guarisco e mi offro come guida in questo percorso. Possiamo assolverci l’un l’altro solo una volta che perdoniamo noi stessi. Possiamo solo guarirci l’un l’altro mentre curiamo noi stessi». Le canzoni di A Blade Is Because a Blade Is Whole sono il perdono attraverso il quale crescere per poi fondere il diviso e renderlo parte di un insieme superiore, in linea con le filosofie orientali. Riverberano di vita, speranza, azione, sofferenza e presenza, forti del precetto che solo riunendo l’Essere e il Tutto si può ritrovare la strada maestra.

Non so voi, ma a me è balenato in mente il seguente passaggio de Il visconte dimezzato, romanzo di Italo Calvino in cui Medardo di Terralba viene colpito da una cannonata turca e separato in due parti: «Ero intero e tutte le cose erano per me naturali e confuse‚ stupide come l’aria; credevo di veder ogni cosa e non era che la scorza. Se mai tu diventerai metà di te stesso‚ e te l’auguro‚ ragazzo‚ capirai cose al di là della comune intelligenza dei cervelli interi. Avrai perso metà di te e del mondo‚ ma la metà rimasta sarà mille volte più profonda e preziosa. E tu pure vorrai che tutto sia dimezzato e straziato a tua immagine‚ perché bellezza e sapienza e giustizia ci sono solo in ciò che è fatto a brani».

Sarebbe bello regalarne una copia ad Alabaster in occasione della data italiana del 1 giugno a Torino, dove sarà ospite della rassegna Jazz Is Dead. Scommetto che Calvino gli ruberebbe il cuore in men che non si dica.

Tracklist:
01. Oh My Actual Days (3:48)
02. Thank You My Pain (2:59)
03. Invincibility (3:08)
04. Form a V (3:06)
05. A Paper Man (4:53)
06. Who Are You Telling, Gus (3:56)
07. Prayer For My Sovereign Dignity (4:02)
08. Kuzushi (2:40)
09. Salty Road Dogs Victory Anthem (3:57)
10. Too True (2:35)
11. That Was My Garden (7:35)

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