R E C E N S I O N E
Recensione di Daniele Verderio
Coordinate. Dieci canzoni dal nord di Londra, Tottenham per l’esattezza. Cinque settimane in studio di registrazione, con un “minimal editing” (così recita il comunicato stampa) che ha incorniciato una musica per sottrazione: un’essenzialità sonora quasi fastidiosa per orecchie abituate a prodotti musicali più confezionati. L’album è In Light, la firma è quella di Charlie Cunningham, chitarrista e cantautore britannico, classe 1984, al suo quarto disco di inediti.
Inghilterra, registrazioni in semi-presa diretta, arpeggi di chitarra e poco altro: sì, il territorio è quello ricchissimo di talento dell’indie-folk britannico, genere dove le canzoni hanno pretese serie, testi quasi mai dimenticabili o perlomeno non inutili. Per intenderci, nomi più popolari come Michael David Rosenberg, ovvero Passenger e coetaneo di Cunningham, l’acclamata Laura Marling, Roo Panes o, volando nella verde Irlanda, Damien Rice. I brani di In Light si muovono in questo fiume di musica ispirata e che fa i conti con la realtà.

Creatività umana sotto scacco dall’intelligenza artificiale. Ottimismo, incarnato dalla luce del titolo, in un mondo che va in tutt’altra direzione. L’esigenza di trovare ciò che di più ci rende umani e che la tecnologia non può replicare con verità. Da questa posizione di crisi, ma non di resa, si muovono prima la scrittura, poi la voce e le dita sulle corde di Cunningham. La regola del gioco è una: catturare la realtà (a dirlo, è proprio il cantautore), senza trucchi e bugie. Si legge nei testi, si respira nella musica.
Breve parentesi sulla copertina: primo piano in bianco nero di Cunningham con il profilo attraversato da un rettangolo dai colori sfumati e iridescenti: rosso, giallo, blu, viola. Questo simbolo, già usato nella cover di Possibili Scenari (2017) di Cesare Cremonini, dovrebbe richiamare le misurazioni del calore del corpo umano, di ciò che è vivo in un mondo ad artificialità diffusa.
Lato A dell’album: la prima traccia è Happening Lately. Un arpeggio di chitarra e poco altro incorniciano la voce sussurrata di Cunningham. “I face my final fear / Wonder what it’s trying to tell me / But I’ll stay with it / I’ll wait because tomorrow might / Give me something crystal clear / Tell me that we’re alright”. Dalla paura al bisogno di qualcosa di cristallino.
L’arrangiamento cresce di sfumature (Leo Abrahams alla chitarra elettrica, Liam Hutton alla batteria, produzione e mix di Luke Smith) in Best Part e nel singolo This House. In Core arriva anche il flamenco, che Cunningham ha assorbito nei tre anni vissuti a Siviglia. Prima della coda andalusa, la semplice constatazione: “We’re whеre we are”.
Interlude, traccia strumentale, chiude il primo lato del disco. Il secondo tempo inizia con This I Know. “Best is yet to be” è il refrain di una ninna nanna che sembra cantata a un amico o alla donna amata.
Rumori robotici e cassa-rullante-charleston aprono Shape of Tomorrow, unico brano che si discosta, anche se non di molto, dal tono medio del disco. Un pianoforte lento e drammatico è il vestito di a Moment. La chitarra è messa da parte anche nella seconda strumentale dell’album: One in a Million, un piccolo notturno che porta delicatamente verso il finale di New Symmetry, dall’accompagnamento quasi country. Il disco si chiude in un’apertura: “We’ve so many days left / and I am leaving a light on”. Per l’appunto, la luce del titolo.
Bilancio. 30 minuti e 54 secondi a cui manca forse il guizzo, ma che creano un piccolo mondo di incanto. Un’intimità musicale che Charlie Cunningham sta proponendo dal vivo con date in giro per l’Europa.
Tracklist:
01. Happening Lately (2:57)
02. Best Part (3:54)
03. This House (2:39)
04. Core (2:36)
05. Interlude_ (1:16)
06. This I Know (3:13)
07. Shape of Tomorrow (3:34)
08. a Moment (3:03)
09. One in a Million (3:54)
10. New Symmetry (3:48)






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