C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Mario Martone ha scelto un titolo “inquieto” per il suo ultimo lavoro cinematografico ed è meglio specificare poiché prima di perdersi nel cinema, con alterni risultati, Martone fu grande uomo di teatro (mi verrebbe da dire “e così mi piace ricordarlo”, ma sorvoliamo). Il titolo Fuori richiama qualcosa di liberatorio, ma anche di irrequietezza, di esclusione e di libertà. Ed è soprattutto in questa ultima accezione che si caratterizza il film. Valeria Golino interpreta (senza né infamia né lode) la scrittrice Goliarda Sapienza, autrice, tra le altre opere de L’arte della gioia, pubblicato postumo in Italia ed edito da Stampa alternativa nel 1998, libro che ebbe un travolgente successo in Francia.

Una donna in abito a righe cammina lungo una banchina di una stazione ferroviaria, tenendo delle pagine in mano, con i binari e l'architettura della stazione sullo sfondo.

All’uscita dal carcere di Rebibbia, dove Goliarda ha scontato una pena per furto e ricettazione di gioielli, trova conforto solo in due ex compagne di carcere, Roberta e Barbara, la prima detenuta politica (siamo all’inizio degli anni Ottanta), la seconda una malvivente comune. Con loro, oltre a rivivere i ricordi e le dialettiche amicali della detenzione, imbastisce una relazione fatta di sregolatezze e attrazioni affettive e sessuali. Ed è proprio grazie a queste due amiche, e anche con una certa nostalgia per la sorta di libertà interiore vissuta nella detenzione, che Goliarda ritrova la forza di vivere e la gioia di scrivere, riprendendo tra le mani il manoscritto abbandonato in un cassetto di casa prima del suo arresto.

Il film di Martone, molto lodato dalla critica e applaudito lungamente (ma non premiato) a Cannes, non mi pare per nulla convincente. La narrazione cinematografica sembra vista da una prospettiva aberrata: Goliarda Sapienza fu detenuta per cinque giorni nel carcere di Rebibbia, ma dal film questa esperienza sembra molto più lunga nel tempo, tanto da far sentire la scrittrice in intima confidenza con Roberta e Barbara come se la loro amicizia durasse da secoli. La vicenda è frammentata e sembra mancare un ritmo narrativo scandito da una fluida unità temporale. Le immagini sono le solite usate da Martone in tutti i film: appiattimento del chiaro/scuro, colori acerbi e leggermente sbiaditi, come a simulare la grana di scarsa qualità del cinema anni Settanta/Ottanta. Una citazione stilistica che personalmente mi sembra un po’ troppo sfruttata e che strizza costantemente l’occhio a quel cinema di qualità alla Paolo Sorrentino che però non evolve mai, racconta vicende intimistiche e liriche, cercando di costruire intorno a queste un’aura, che solo in qualche caso risulta autentica (mi piace ricordare a questo proposito Morte di un matematico napoletano, Il giovane favoloso e Capri-Revolution).

Tre donne sedute in un ambiente esterno, con un campo arido sullo sfondo. La prima donna, in costume da bagno rosso, sembra pensierosa. La seconda, con un maglione chiaro, ascolta attentamente, mentre la terza, vestita in modo colorato, sta parlando con passione.

Insomma del film di Martone c’è poco da salvare? Forse sono le aspettative nell’andarlo a vedere che sono molto alte e che quindi qualcuno potrebbe restare parzialmente deluso. Le note positive ci sono, per esempio quelle musicali, con una bella colonna sonora che oltre alle composizioni originali di Valerio Vigliar al pianoforte e al sintetizzatore, propone commenti alle immagini che spaziano dal jazz degli anni Quaranta (Round Midnight), una magnifica versione di In a Sentimental Mood di Duke Ellington e John Coltrane (che accompagna forse le immagini più belle del film), ma anche un bel repertorio di canzoni di Robert Wyatt. Non manca anche un gioiellino come Sinnò me moro (la ricordo interpretata da Gabriella Ferri negli anni Sessanta) cantata qui da Elodie, che ricordiamolo, interpreta nel film la parte di Barbara. Martone è un regista colto e sa che queste suggestioni musicali fanno molto “atmosfera” e cucite addosso alle immagini risollevano un po’ una pellicola che non brilla.
Che sia iniziata la parabola discendente “anche” per Mario Martone? Sarei naturalmente felice di sbagliarmi…

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