L I V E – R E P O R T
Articolo di Alberto Calandriello
Hai bisogno di buona compagnia, per questa parte del viaggio
Nella calda notte del Vélodrome, Bruce Springsteen mi ha regalato la setlist perfetta. Non sono mai stato un fanatico della “chicca” a tutti i costi, né un collezionista di figurine che dice il mitico “celo, celo, manca”, anzi, ho sempre vissuto le scelte di Bruce e di tutti gli artisti che vado ad ascoltare dal vivo con grande serenità e, soprattutto, rispetto. Però fin dall’esordio a Manchester a metà maggio, ho intravisto in modo sempre più lampante un filo conduttore palese nella scaletta del Land of Hope and Dreams Tour. Essere presente a Marsiglia e quindi ascoltarla live, mi ha confermato l’impressione. Sono finiti (grazie a Dio), i tempi delle richieste, dei cartelloni e dei giochini, Bruce è tornato a dare una forma precisa e chiara ai suoi concerti.

Durante un suo show, per energia ed intensità, ho sempre pensato che si viva, si muoia e si risorga, anche più volte. Molti dei suoi tour partivano a razzo, avevano un nucleo centrale emotivamente forte e poi lasciavano che il “Ministry of rock’n’roll” prendesse possesso delle anime di tutti i presenti, in una sorta di estasi totale, che, parafrasando Dylan, ci permettesse di non pensare all’oggi, fino a domani. Per assurdo, negli ultimi anni, la parte solitamente più “libera”, ossia il finale ed i bis, dove poteva accadere realmente di tutto (un esempio? La Stand On It a Bologna nel 2002, che ci investì come un treno in corsa) è diventata la più ingessata, segno che forse il messaggio stesse cambiando. Nel 2023 il tour gravitava molto attorno alla mortalità dell’uomo, al passare del tempo e a quell’articolata idea di nostalgia e sintesi riflessiva di cui erano imbevuti Western Stars, Letter To You e lo spettacolo di Broadway, con l’inevitabile climax di Only The Strong Survive, omaggio palese ai “bei tempi andati”. Spesso i concerti iniziavano con No Surrender e finivano costantemente con I’ll See You In My Dreams, come dire “teniamo duro, facciamolo per chi non è qui e portiamolo con noi sempre”. L’accoppiata Last Man Standing – Backstreets, dove la delusione si fa rimpianto e la mancanza è concreta e quotidiana, alzava parecchio l’asticella della definizione di “momento intenso”.
È poi tornato Trump, sono tornati tempi cupi come forse mai dal dopoguerra ed il Land of Hope and Dreams Tour arriva, come annunciato alla prima serata, per portare conforto in tempi pericolosi, grazie al mistero ed al ministero del rock and roll. Non sono solo parole dette al culmine di maratone rock come la Light Of Day nel Reunion Tour, ma un messaggio chiaro di quasi tre ore, per dire che l’idea di America e di umanità che vive da sempre nelle sue canzoni è ancora viva e, come speriamo, sopravviverà a questi momenti.
La serata del 31 maggio, lo dico subito, è nei primissimi posti dei miei concerti di Bruce (e di conseguenza dei miei concerti tutti), nonostante o forse grazie anche a momenti di sbandamento e confusione. La voce di Bruce è in difficoltà, imporrebbe forse accorgimenti nelle tonalità, ma partire con Land of Hope and Dreams, dieci minuti circa conclusi in stile James Brown, afferma subito che il messaggio è più importante della gola. Bruce dimentica il microfono durante l’intro di The River (e la faccia di Stevie è eloquente) e sbaglia completamente l’attacco in Tenth Avenue Freeze Out, entrando in anticipo rispetto alla band. L’acustica marsigliese è pessima, a volte in modo insostenibile (Chimes of Freedom, per dirne una), ma ahimè il tempo dei palazzetti forse non tornerà e qui in Italia le “vedove di San Siro” non ammetterebbero mai che “il tempio” è inadatto, quindi, si fa buon viso a cattivo gioco e ci si gode lo spettacolo di 60mila persone felici che agitano a tempo le mani. E poi, la setlist, esplicita come non mai, con l’aggiunta inedita della traduzione delle introduzioni e di alcuni pezzi nella lingua del paese dove suona, per abbattere ogni minima barriera linguistica e di comprensione.
Commento quella di Marsiglia, come detto, perché ero presente, ma i concerti di questa primissima parte di tour sono in ogni caso accomunati da questo messaggio, nonostante le variazioni di sera in sera. Primo blocco, si annuncia che questo non sarà un semplice concerto, ma la restituzione di una precisa idea di America, di umanità e di ideali che vivono nei suoi dischi dal lontano 1972.
Land of Hope and Dreams è ieratica, la terra di cui si parla magari non ha un riferimento geografico preciso, ma esiste e deve essere la meta di ogni donna ed ogni uomo; hai bisogno di buona compagnia, in questa parte del viaggio, quanto è vero, soprattutto ora che il viaggio appare più difficile del previsto e la meta non è così sicura. Da brano che parlava in termini intimi di crescita e condivisione, diventa una sorta di appello allo stringersi e allo starsi vicino. Non serve biglietto, bisogna decidere di aderire al viaggio, canta mentre lo spirito di Curtis Mayfield sorride compiaciuto. Naturale il suo defluire in No Surrender, ci sono voti e patti che devono essere rispettati, perché nella terra delle speranze e dei sogni si possa ancora dormire sotto cieli pacifici. Le difficoltà del viaggio irrompono nell’accoppiata Death to my Hometown e Lonesome Day. Tra chi ha portato la morte nelle nostre città e i serpenti nell’erba, c’è poca differenza, passerà anche questo, certo, ma per ora c’è senso di morte e tanta solitudine. A rispondere a questo, un impegno, personale, sociale, che dal particolare di una coppia si allarga alla propria comunità: il mio amore non ti abbandonerà. Ma chi è il protagonista (ed il colpevole) di Death to my Hometown e Lonesome Day? L’uomo della pioggia, quello che decide se e quando far cessare la siccità o forse vuole solo farci credere di esserne in grado:
«Il Mago della Pioggia, un po’ di fede a nolo,
Il Mago della Pioggia, la casa sta bruciando
Il Mago della Pioggia, prendi tutto quel che hai
A volte si ha un tremendo bisogno di credere in qualcosa
E allora si noleggia un mago della pioggia»
Il “tremendo bisogno di credere in qualcosa” ci riporta direttamente alla intro di War, la granitica cover di Edwin Starr dove Bruce (in piena era reaganiana) avvisava che “la fede cieca nei vostri leaders o in qualsiasi altra cosa vi farà uccidere”.
Arrivano poi sette canzoni che raccontano l’universo springsteeniano più politico e soprattutto sociale; non a caso si pesca a piene mani da Darkness on the Edge of Town e The River, non a caso il messaggio riguarda l’uomo, la famiglia, la comunità. Non sono slogan, ma vita vera che diventa arte e di conseguenza storia. Il protagonista di Darkness che per l’ennesima notte salirà sulla collina, semplicemente perché non può fermarsi, si unisce al ragazzo che urla forte la sua rabbia e il suo bisogno di affermazione come uomo; un uomo che nonostante tutto crede ancora nella terra promessa. Lo scapestrato di Hungry Heart, mosso da desideri difficili da gestire, che fa e disfa, ma riconosce che tutti vogliono una casa e nessuno vuole restare solo, assomiglia a chi ci racconta la sua storia (facendola diventare Storia Americana) in The River. L’amore, il sesso, il pentimento e le fatiche nel riconoscersi adulti e nel doversi prendere le proprie responsabilità. Una storia antica, epica, come quella della famiglia Eaton, che riporta Youngstown in scaletta, con la sua ferocia nel rifiutare il paradiso e nel preferire le fiamme dell’inferno così simili alla sua vita terrena. Incredibile quanto suoni attuale l’amara considerazione di papà Eaton: «Quei pezzi grossi hanno fatto quello che non era riuscito a Hitler».
Come nel reunion tour la storia si fa attualità e Murder Inc. è ancora un grido rabbioso e disperato. Ovunque ci giriamo, la vita non ha anima, ecco i “dangerous times” di cui si parlava ad inizio concerto, tempi nei quali gente come Bobby proprio non ha l’attrezzatura adeguata e viene spinta a farla finita, senza che nemmeno venga capito il proprio gesto estremo. A sublimare il tutto, dopo che Nils Lofgren ha dato fuoco alle sue corde, Long Walk Home, la canzone che forse avrebbe potuto sostituire Land of Hope and Dreams nel dare un titolo a questo tour. Sarà lungo, difficile e doloroso, ma questo viaggio finirà con un ritorno. Un ritorno dove i vicini ci sostengono, dove le bandiere hanno ancora un significato, che scolpisce nella pietra valori irrinunciabili. Dalla sala dei veterani ai negozi sprangati, le atmosfere sono simili a My Hometown (anch’essa presente in qualche recente show), perché il ritorno a casa non è solo una camminata, ma un percorso mentale e di cuore, una ricostruzione. Sette canzoni che segnano in modo indelebile la serata, che, come si dice, “valgono da sole il prezzo del biglietto” e una tonnellata di brividi lungo la schiena.
A mettere un punto, House of a Thousand Guitars, acustica e solitaria, dove la musica è arma, strumento, rifugio, difesa. Il momento è solenne «Le campane risuonano dalle chiese e dalle prigioni» dice, citando Jungleland a sottolineare l’importanza di mille chitarre, di mille cuori, di mille vite che camminano insieme. «Possa la verità risuonare dai bar di ogni piccola città», canta, ribadendo il concetto espresso anni fa dai Clash: «This is a public service announcement… with guitar!” (Know your rights)». Si torna a sottolineare l’importanza della comunità, della “congregazione” la cui mancanza aumenta le rovine della nostra città. Rise up! Risuona forte come canto di libertà e speranza, le mani che si alzano sono segni di chi crede che, tornando a Lonesome Day, «This too shall pass»; quindi non dimentichiamoci dell’amore, delle passioni carnali e vive anche anzi soprattutto quando tutto il resto cade a pezzi, teniamo per noi le notti, quelle dove nessuno può farci del male, perché l’amore ci difende.
Ultimi quattro pezzi dedicati alla reazione, alla risposta, alla resistenza. La palla distruttrice che abbatte uno stadio è simbolo di ricostruzione, per la quale è necessario togliere di mezzo un bel po’ di rovine, The Rising, beh sono quasi 25 anni che è qui a ricordarci, attraverso esempi di sacrifici estremi, come ci sia sempre la possibilità di risalire la china dopo qualunque caduta e Badlands, ce ne fosse ancora bisogno, ci unisce tutti nello sputo da buttare in faccia a ricchi, re e approfittatori. A chiudere il set principale, Thunder Road assume dopo due ore di concerto, ulteriori significati. Da sempre simbolo ed inno di autodeterminazione, la storia d’amore con Mary, con il suo carico di romantiche illusioni giovanili, sublima tutta l’angoscia dei tempi attuali con quel suo volersene andare per vincere. Attenzione però, ce lo canta chi disse anche che nessuno vince, finché non vincono tutti, quindi il messaggio è: andiamocene, tiriamoci fuori da questo schifo, ma facciamolo assieme.
Nei bis si parte forte con Born in the USA, da poco quarantunenne, forse mai come ora libera da fraintendimenti e chiara, netta, nel suo urlare il diritto di essere riconosciuto parte di una comunità, senza pagare colpe altrui. Non è ottuso nazionalismo, non lo è mai stato, ma ora è lampante il suo contrapporsi ad idee distorte e razziste su cittadinanza e privilegi. Per Born to Run valga il discorso di Thunder Road, a camminare nel sole ci arriveremo prima o poi, ci volesse tutta la vita, ma a cinquant’anni di distanza non è più semplice fuga, è chiarezza della destinazione e consapevolezza di non poter fare altro che continuare a correrci incontro. Bobby Jean è l’amico che si allontana, ma anche la società che separa e divide; l’auspicio che le cose in comune, i tre minuti di un disco o i segreti nascosti al resto del mondo uniscano sempre più di quanto questo mondo cattivo tiene lontani, spesso mettendoci gli uni contro gli altri. Perché, ricordiamocelo, per ogni Bad Scooter ci sarà sempre un Big Man, pronto a spaccare in due la città, pronto ad aiutarci a raccontare la miglior storia mai raccontata, ad essere spalla per le lacrime, risata, casa. Mentre Clarence e Danny tornano per l’ennesima volta sul loro palco, Bruce si prende una pausa e regala una danzereccia Twist and Shout al caloroso pubblico francese, che non la spreca, cantandola a squarciagola.
Ma un concerto del genere, un messaggio del genere, tre ore del genere, portano dritti ad un nome: Bob Dylan. Bruce decide quindi di “riportare tutto a casa”, a chi rese la canzone atto politico e sociale, prima con l’acustica, poi con l’elettrica. Chimes of Freedom (anche se stranamente in versione ridotta) è salmo, invocazione, sogno. È un mio sogno che credevo irrealizzabile, ossia sentirlo cantare una canzone di Dylan. La conclusione perfetta, l’invito ad aspettare fiduciosi ed attivi, i nuovi rintocchi delle campane.
Non so se avrò la possibilità di vedere altri concerti di questo tour, ma c’è un senso di chiusura del cerchio definitiva nell’idea che questa canzone possa essere la sua ultima ascoltata dal vivo. C’è tutto un percorso mio come uomo, come operatore sociale, come soggetto politico, come padre, dentro a questo brano. Qualcosa di talmente grande che non riesco a trovare modo migliore di descriverlo se non citandolo direttamente a chiusura di questo lungo resoconto e forse a simboleggiare in maniera completa il mio rapporto con certa musica:
«Con gli occhi pieni di sogni e ridendo, così mi ricordo quando fummo presi in trappola dall’aver perso la cognizione delle ore che restavano sospese. Mentre ascoltammo per un’ultima volta e guardammo con un ultimo sguardo incantati e inghiottiti finché lo scampanare cessò. E suonava per i sofferenti le cui ferite non possono essere lenite, per gli innumerevoli confusi, accusati, abusati, smarriti o anche peggio, e per ogni persona incatenata nell’intero universo. E contemplammo il bagliore dei rintocchi di libertà»

Immagine di copertina © Rob DeMartin
Le altre fotografie © Gianfranco Cavassa
Setlist:
1. Land Of Hope And Dreams
2. No Surrender
3. Death To My Hometown
4. Lonesome Day
5. My Love Will Not Let You Down
6. Rainmaker
7. Darkness On The Edge Of Town
8. The Promised Land
9. Hungry Heart
10. The River
11. Youngstown
12. Murder Incorporated
13. Long Walk Home
14. House Of A Thousand Guitars
15. My City Of Ruins
16. Because The Night
17. Wrecking Ball
18. The Rising
19. Badlands
20. Thunder Road
21. Born In The USA
22. Born To Run
23. Bobby Jean
24. Dancing In The Dark
25. Tenth Avenue Freeze Out
26. Twist And Shout
27. Chimes Of Freedom


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