I N T E R V I S T A
Articolo di Haron Dini
Il 31 maggio al Festival dei Cammini di Francesco a Sansepolcro, in provincia di Arezzo, si è svolto il talk show/spettacolo del noto artista e content creator torinese Pietro Morello: conosciuto sui social per i suoi contenuti a tema musicale, vantando milioni di visualizzazioni. Una serata, un viaggio alla scoperta delle note e di storie ai confini della musica, con l’unico scopo di far riflettere e emozionare. Abbiamo incontrato l’artista per scambiarci qualche parola. Ringraziamo il direttore artistico Michele Corgnoli e tutto lo staff del Festival.

Ciao Pietro, è un grande piacere parlare con te. Per rompere il ghiaccio ti domanderei: come nasce il tuo percorso da musicista e poi, successivamente, da content creator di musica?
Il piacere è tutto mio. Allora, conta che io non mi sento affatto un musicista. Giustamente, è un nome che mi danno in tanti, ma non lo sento mio perché non sento di avere le capacità di un musicista. Non ho studiato questo e non ho le competenze per definirmi tale. Io però amo la musica e ne ho un bisogno malato, perché questa passione è nata in un momento di difficoltà e questo tipo di arte mi ha dato la possibilità di alzare la testa. Da quel momento in poi è diventata una cosa imprescindibile nella mia vita e ho cominciato a studiarne la storia e l’evoluzione: la musicologia, quindi la musica nel mondo. A ricercarla in ogni viaggio che faccio, e trovarne sempre quell’aspetto, negli animali, nelle culture, in tutto.
Un po’ come John Cage, possiamo dire.
Esatto un po’ un John Cage (ride ndr). Capita però invece, appunto, di avere dei momenti un po’ più da musicista in cui si suona, ma in quel senso però è un aspetto più utilitaristico della musica. Mi serve per stare bene.
Se posso dirtelo Pietro, io ti invito anche a lodarti, perché nel tuo lavoro, soprattutto sui social, vedo molti giovani che ti seguono e sento in loro una grande passione in quello che fai e che racconti.
Ti ringrazio, ma la cosa bella della musica penso che sia proprio questo: ognuno nel momento in cui entra in contatto, o con me o con mille altre fonti, della musica ne fa quello che gli serve. Ti serve per diventarne un accademico fantastico, oppure ti serve per avere qualcosa di cui parlare, o ti serve perché hai bisogno di uno psicologo? Insomma, la prendi e la modelli come vuoi.
Assolutamente. Invece come inizia il tuo percorso nel web?
Nasce nel periodo del Covid. Io sono un operatore umanitario, poi ho suonato anche come artista di strada, e con la problematica della pandemia non potevo fare né l’uno né l’altro. Avevo bisogno di un’altra strada per raccontare e, di conseguenza, i social sono diventati quello per cui, da qualche anno, in tanti ora mi conoscono. Poi ovviamente, tutto ciò è diventato anche un’opportunità lavorativa, e ho voluto sfruttare questo grande megafono per parlare di questo bellissimo argomento. Ma non solo, questo megafono lo uso anche per parlare di missioni umanitarie, della cultura come strumento di emancipazione e di tutto questo sovrastrutturamento non funzionante, e quando tu puoi essere portatore di un aspetto culturale in questo modo, anche lo 0,01% può fare la differenza ed ha senso investirci sopra.

Visto che lo hai citato anche prima, tu fai anche missioni umanitarie. Queste situazioni ti hanno aiutato a scoprire, se non ampliare nuovi aspetti della musica?
Penso che l’80% della musica che io conosca, oppure l’80% delle motivazioni per cui uso la musica in questo modo siano proprio i viaggi. L’aver scoperto come funzionano le poliritmie, che è tutto diverso dal nostro 4/4 preimpostato, esiste solo grazie all’Africa, o all’India, al Medio Oriente, ma sicuramente anche grazie all’America per la mia ricerca sul blues. Ho passato tanto tempo a Memphis e a New Orleans per queste cose. Sicuramente qualunque cosa tu studi nella vita, la studi molto meglio se viaggi. I libri li hanno scritti gli altri, però l’esperienza la fai tu, alla fine.
Posso supporre anche che, in questi viaggi, si può imparare molto dalla Black music. Negli ultimi tempi vedo un grandissimo revival per quanto riguarda un certo tipo di Soul o R’n’B. Tu cosa ne pensi?
Giustissimo. Non solo abbiamo tanto da imparare, ma bisogna anche riconoscere il fatto che la nostra musica esiste proprio grazie a quello. Noi esseri umani siamo veramente bravi a sentirci migliori e spesso si sente dire la frase “ai miei tempi la musica era meglio di quella che sta venendo adesso”. Secondo me non è vero e non è mai stato vero perché noi siamo il risultato di una quantità di millenni di musica talmente profonda che, più studi il passato e più apprezzi l’oggi. È paradossale da dire però: se vuoi apprezzare la trap e non conosci Chopin, l’apprezzi di meno. Questo non vuol dire che devi conoscere Chopin per poter ascoltare la trap, vuol dire che se vuoi approfondirla, sicuramente l’etimologia musicale più antica ti apre la mente.
Sicuramente. Io in questo periodo per esempio mi sto ascoltando solo jazz avanguardistico anni 50. Mi gira così…
Difficile quella roba (ride ndr). Ti dirò, io quella difficoltà lì, che trovi nel jazz, la trovo stupefacente. Rimane sempre un tipo di jazz inascoltabile, difficile, ma paradossalmente è bello. Ritornando su John Cage: quando fece il brano di 4 minuti e mezzo solo in silenzio, oppure il pianoforte preparato dove metteva le viti sulle corde e, suonandolo, sembrava un’altro strumento, tutto quello che appare è noioso, ma allo stesso tempo c’è un concetto musicale talmente alto che, se lo conosci, poi apprezzi di più la musica che ti piace. È bello orizzontalizzare.

Molto affascinante il fatto che tutto ciò porta comunque ad avere attenzione. Nell’epoca in cui viviamo vedo che ci stiamo perdendo molto anche sul lato negativo del social, e appunto i giovani, forse, sono quelli più colpiti sotto questo punto di vista. Secondo te, esiste ancora la speranza di far rinascere questa attenzione che un po’ abbiamo perso?
Se non tagliano i fondi della cultura e all’istruzione secondo me sì, c’è speranza ancora. La prospettiva sicuramente c’è, e questa è data appunto anche dai viaggi, perché alla fine noi siamo un mosaico di tante cose e bisogna scoprirle man mano. Non bisogna rimanere identitari. Alla fine però sono un po’ combattuto perché mi sento di dire anche che stiamo facendo più passi indietro che avanti.
Infine ti chiedo cosa ne pensi dell’intelligenza artificiale nella musica? Ti spaventa questo avvento?
No. Per me è una gran figata! Ti faccio un esempio: quando arrivò il sintetizzatore negli anni settanta, tutti quanti urlavano al demonio e dicevano che i violinisti non avevano più lavoro. Alla fine i violinisti continuano a essere fondamentali, nonostante il sintetizzatore possa tranquillamente imitare un violino. Se smettiamo di avere paura dei nuovi strumenti e cominciamo tutti quanti a imparare ad usarli, non solo può essere un sostegno, ma anche un plus. Possiamo letteralmente fare di meglio, tanto l’intelligenza artificiale non è creativa, ma agisce solo per imitazione e soprattutto ha bisogno dell’imprinting umano. Ritornando al sintetizzatore, negli anni settanta sentivi solo quello, ma adesso è diventato uno strumento utile ma non fondamentale. Storicamente è sempre successo che una nuova tecnologia potesse, lì per lì, prendere il sopravvento, ma poi la cosa va a scemare. Io credo che l’intelligenza artificiale verrà usata e stra abusata, ma alla fine diventerà solo un grande strumento musicale.
Photo © Mark David | ITM.SRL




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