L E T T U R E


Recensione di Alessandro Tacconi

Umiltà e passione. Questa la lezione di uno dei più importanti musicisti italiani, dopo aver letto con grande interesse le oltre 300 pagine di Tempo! La mia vita, la biografia di Tullio De Piscopo pubblicata meritoriamente da Hoepli.
Il volume è il racconto in presa diretta di un’intera vita di un grande artista: dai primi passi nella sua città d’origine, Napoli, gli ingaggi iniziali, il lavoro come turnista e poi session man, le difficoltà per far decollare quella che da subito capisce che non è soltanto una passione, e che solo grazie alla forza della sua determinazione diventerà ben più di un lavoro: una carriera.

Un batterista si esibisce su un palco illuminato, mentre suona con passione e intensità, circondato da luci e attrezzature musicali.

A diciassette anni è già on the roads non ancora “autostradate” con una compagnia di avanspettacolo. La via è quella del nord: Bologna, Milano, Torino… quel nord laborioso e razzista che fuori dai palazzi metteva i famosi cartelli: “Qui non si affitta ai terroni!”.
A nord c’è anche Milano, tanto odiata e un pochino anche amata. Città di nebbie e pistole, di lotte operaie, ma soprattutto è qui che la scena jazz italiana sta macinando album importanti. È soprattutto nel capoluogo lombardo che arrivano “gli americani”, e suonare con loro ogni volta è una grande lezione.

A Milano c’è il cabaret, ma non solo perché Giorgio Gaber lo chiama per registrare, ad esempio, Il signor G; quando arriva Astor Piazzolla, chi suona la batteria nel celeberrimo Libertango, ma certo Tullio De Piscopo. Quando Celentano o Mina o Fausto Papetti o… il batterista partenopeo porta in ogni album tutti i propri colori e sapori.  

Decise di percuotere diciotto persone e
Una parure di tamburi…
Se non glieli tolgono starebbe ancora percuotendo.
Quando si dice l’orgoglio!
Disse di chiamarsi Tullio De Piscopo.

(Enzo Jannacci presentando i musicisti
sulla copertina dell’album “O vivere o ridere”)

Anche a Napoli, all’inizio, avvengono incontri importanti: sono i musicisti suoi coetanei che “orecchiano” il sound d’oltreoceano: dal rock al jazz al soul e poi al funk.
È il tempo della formazione di gruppi che durano il tempo di un’estate, e anche meno. Sarà qui che si svilupperà negli anni Settanta il movimento del Napule’s Power. Incontra, e suona con James Senese, Mario Musella, Nicola Mormone, Ino Gallucci, Tony Cicco, Eddie Caruso, Tony Esposito, Pino Daniele…
Basta sfogliare un’enciclopedia di musicisti e cantanti italiani e stranieri che hanno transitato nella nostra penisola negli ultimi cinquant’anni e senz’altro Tullio ci ha suonato.

Immagine di un libro aperto con foto in bianco e nero di Tullio De Piscopo e altri musicisti, inclusi momenti storici con la famiglia e i nipoti.

La formazione del batterista è decisamente ampia: la musica classica gli fornisce le basi tecniche e la capacità di lettura degli spartiti a prima vista, il jazz lo apre all’improvvisazione all’interno di stili differenti, ma poi c’è la musica della sua terra natìa, la poliritmia africana e tutto quello che arriva di nuovo da ogni dove. La concezione musicale di Tullio De Piscopo è semplice: non ci sono confini, tutto può suonare bene o male, dipende da te! Facile a dirsi ma se non sudi e non studi…

Che cosa si ascolta quindi negli album di Tullio De Piscopo? Lo dichiara lui stesso: “Decisi di far trasparire nella mia musica il mio vissuto quotidiano. Dalle mie esecuzioni dovevano emergere le mie origini e il mio amore per Napoli, con i suoi rumori, i suo vicoli, il vociferare della gente e i dialoghi, la tarantella e i suoi cinque battiti caratteristici, lo strombazzare dei clacson famoso in tutto il mondo”.
Tutto risuona come deve nelle sue composizioni: il groove, il feeling con quello che sta suonando, la sinergia con i compagni, i testi sia impegnati sia scanzonati e divertenti. Sono tutti elementi che lo costringono a rimanere sempre aperto, in ascolto.

Una critica Tullio De Piscopo la muove alle nuove tecnologie: certo il computer e i sequencer vanno bene, le batterie elettroniche o campionate fanno il loro. Sono strumenti che permettono di registrare ai musicisti le loro parti in tempi differenti, visti i mille impegni che hanno sempre. Si ottiene così una risoluzione sonora migliore, rispetto a quelle in presa diretta degli anni Settanta, però si perde il feeling e l’interplaying. E il nostro parla a ragion veduta, visto che nella sua carriera ha partecipato letteralmente a migliaia di sessioni di registrazione con gruppi, ensemble, big band, orchestre…

(Nota a margine. La stessa cosa avviene con il mio primo lavoro: il teatrante. Quando si improvvisa o si sta creando qualcosa di nuovo per uno spettacolo si deve sempre rilanciare con una proposta a quello che portano sul palco i compagni, mai dire no e basta!)

Copertina del libro 'Tempo! La mia vita' di Tullio De Piscopo, che mostra l'autore sorridente, vestito con una giacca nera decorata, con il titolo del libro e l'editore Hoepli.

Aneddoto visuale. Ho trovato online un video in cui il batterista italiano duetta con Billy Cobham, uno dei più importanti batteristi afroamericani. Tullio, prima di iniziare, dà un bacio all’ospite, che viene sorpreso dalla cosa.
Quando iniziano a suonare, l’americano siede compostamente sul suo seggiolino, Tullio gli sta alle spalle, in piedi, suona un ampio tamburo (la definizione è imprecisa e me ne scuso). Tutto il corpo del batterista italiano si muove a ritmo, danza il ritmo, mentre l’americano suona un ritmo senz’altro molto complesso, ma sempre compostamente. La stessa cosa accade quando si sposta alla sua batteria.

Tullio De Piscopo NON suona la batteria.
Tullio De Piscopo È il suono della batteria.

Se le persone aderissero a quello che sentono nel profondo e, come dice il mio maestro di teatro, facessero danzare quello che contengono, allora ci sarebbe più gente soddisfatta di quello che è grazie a quello che fa.
Tullio De Piscopo, leggendo le pagine del suo libro, questo lo fa da sempre.

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