R E C E N S I O N E


Recensione di Mimmo Stolfi

Che Matthew Shipp sia un instancabile esploratore dell’universo pianoforte è ormai chiaro da tempo. Con oltre ottanta album all’attivo, molti dei quali in solitudine davanti alla tastiera, si potrebbe sospettare una certa ripetitività, una forma di stanchezza creativa mascherata da produttività. E invece no. Ogni nuovo disco sembra nascere da un’urgenza interiore diversa, come se ogni registrazione fosse il tentativo, mai uguale, mai definitivo, di interrogare lo strumento, e attraverso di esso, sé stesso. The Cosmic Piano è l’ennesima dimostrazione di questa urgenza ed è uno dei suoi lavori più poetici e perturbanti.

Registrato per la prima volta sotto l’etichetta Cantaloupe, branca discografica del collettivo newyorkese di musica classica alternativa Bang on a Can, questo album ci mostra dunque Shipp in un contesto diverso, quasi traslato. Non cambia il linguaggio – resta quello inconfondibile, fatto di densità armoniche, uso magistrale del pedale, improvvisazioni che sembrano architetture sonore visionarie – ma cambia la luce in cui lo vediamo. O forse l’aria che respira. Il risultato è un disco solista che fluttua tra introspezione e strappi emotivi, tra grazia e dissonanza, tra pianissimo meditativo e ruggiti tellurici.

L’inizio è un battito trattenuto: la title track, The Cosmic Piano, apre con accordi pieni e riflessivi, come una porta che si schiude lentamente su un paesaggio interiore. Ma non è solo contemplazione, dopo pochi minuti, l’energia affiora, la forma si sfalda, e l’improvvisazione prende il sopravvento. È qui che Shipp mostra il suo talento più raro: far suonare l’inaspettato come qualcosa di inevitabile. Non segue percorsi logici nel senso classico, ma in ogni deviazione si avverte una coerenza profonda, una logica interna che tiene tutto insieme, anche quando sembra scivolare via.

C’è un senso di maggiore varietà in questo disco che lo distingue dai precedenti lavori solisti, come Zero, Codebreaker o The Intrinsic Nature of Matthew Shipp. Ogni brano ha un volto diverso. Cosmic Junk Jazz DNA è il più lungo e probabilmente il più sfacciato: un gioco serio tra stride distorto, groove distillati e frasi che oscillano tra Monk e un’eco futurista. Orbit Light, al contrario, si costruisce sull’opacità. Parte con accordi pesanti, tenebrosi, quasi ostili, per poi aprirsi in una struttura che sfrutta il silenzio come parte integrante del discorso. C’è tutto Shipp, qui: l’architetto e il visionario, il mistico e il percussivo, il romantico atonale.

Il cuore dell’album pulsa nei contrasti. In Blues Orgasm, il pianoforte sembra fare l’amore con il blues – un blues disintegrato, riassemblato, vissuto più come vibrazione che come forma. In Suburban Outer Space si tocca invece un lirismo inquieto, con linee melodiche che evitano le risoluzioni, come se ogni nota esitasse prima di prendere parola. È un pezzo che mostra quanto Shipp riesca a dire senza urlare, usando la dinamica come pennello.

Alcuni brani si rincorrono senza soluzione di continuità: Face to Face, Subconscious Piano, The Future Is in the Past, ognuno porta avanti un’idea, ma lascia spazio al successivo per riformularla, contraddirla, o dissolverla. Si ha l’impressione che tutto sia scritto, ma nulla lo sia. È il paradosso della grande improvvisazione: sembrare predestinata. E in questo, Shipp è un maestro assoluto. Sa costruire le sue improvvisazioni come campi di tensione: cellule ritmiche che si ripetono ossessivamente vengono frantumate da cluster brutali o dissolte in pianissimo lirici e inquieti. La sua è una poetica della discontinuità controllata, dove ogni gesto sembra tanto frutto di un’urgenza primordiale quanto di una riflessione filosofica. Non cerca mai l’effetto gratuito, ma lavora su un piano di astrazione emotiva, come se il pianoforte fosse un laboratorio della coscienza.

Il finale, A Cosmic Thank You, è quanto di più vicino a una benedizione si possa immaginare in musica. Una chiusura lieve, delicata, quasi un saluto sussurrato all’universo. Se davvero,come ha lasciato intendere in qualche intervista, Shipp stesse davvero pensando al ritiro, questo brano suonerebbe come un magnifico epitaffio. Ma, conoscendolo, è più probabile che sia solo un’altra stazione lungo il viaggio.

The Cosmic Piano è, a suo modo, una dichiarazione di poetica. Un disco solista, certo, ma non solitario. Dentro c’è la storia del jazz, ma anche quella della musica colta del Novecento, della filosofia zen e di un’accesa spiritualità propria della tradizione della diaspora africana. È un’opera viva, che respira, che cambia forma ogni volta che la si ascolta.

E che ci ricorda, ancora una volta, quanto possa essere immenso un uomo solo davanti all’universo-pianoforte.

Tracklist:
01. The Cosmic Piano (3:59)
02. Cosmic Junk Jazz DNA (8:02)
03. Orbit Light (6:22)
04. Piano’s DNA Upgrade (5:11)
05. The Other Dimensional Tone (6:38)
06. Blues Orgasm (5:06)
07. Radio Signals from Jazz Keys (2:25)
08. Suburban Outerspace (4:26)
09. Face to Face (3:16)
10. Subconscious Piano (2:08)
11. The Future Is in the Past (5:18)
12. A Cosmic Thank You (3:19)

Photo © Anna Yatskevich


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