R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Ci sono alcuni momenti in Tether, l’album di debutto della cantante, chitarrista ed autrice Annahstasia Enuke – artista statunitense dalle radici nigeriane, da non confondere con la quasi omonima Anastacia – in cui la voce sembra non cantare più, arrestandosi sulla soglia di un roco sospiro trattenuto dall’emozione. Il canto, caldo e cavernoso, pare sgretolarsi, frammentarsi e recuperare sempre una nuova forma composita portando con sé una scia di echi primordiali che profumano le strade di Los Angeles – città in cui vive Annahstasia – con qualche aroma di terra d’Africa. E non è solo canto, è l’intero corpo che vibra. È una voce lussureggiante che non solo riesce a comunicare un mondo – e non esclusivamente il suo – ma che può custodire nella gamma delle sue sfumature, spesso più ombrose che luminescenti, un’oasi lirica, un ologramma sonoro dove ogni fluttuazione è un’unità di memoria, una traccia emotiva che sedimenta nell’ascoltatore accomunandolo in un unico, vasto sentimento condiviso con la stessa Autrice. L’album si presenta quasi in forma rituale, proprio quando il canto di Annahstasia e il suo blando pizzicato alla chitarra acustica avvolgono l’ascoltatore come un mantello scuro, in una continua oscillazione ambigua tra luce e ombra.

Annahstasia Enuke, cantante e chitarrista, indossa un maglione di lana con motivi geometrici mentre posa in un'area all'aperto circondata da alberi e una recinzione bianca.

Tether è sicuramente un album di estrazione folk, che racconta fondamentalmente storie d’amore urbano con evidenti richiami a Tracey Chapman e Nina Simone, ma con un po’ di buona volontà vi si può riscontrare anche un certo, smaliziato approccio alla Joni Mitchell e alla sua visione vulnerabile del Mondo. Con queste peraltro dichiarate influenze artistiche, le canzoni prendono vita immerse in una dimensione drammatica che fluttua tra il sussurro e il grido soffocato, tra la grazia contenuta e una tristezza sublimata. Ogni brano si veste di una maschera teatralmente intensa che si disvela a poco a poco, in un equilibrio mai pacificato tra compostezza ed una certa, repressa, romantica inquietudine. L’arrangiamento, volutamente rarefatto, vive di sottrazioni e di spazi negativi, con le chitarre acustiche che si disperdono come sabbia tra le dita, spunti orchestrali che emergono dal silenzio per poi riassorbirsi nel continuum del flusso sonoro. Le percussioni appaiono con parsimonia ma in verità ogni intervento strumentale sembra ben ponderato, merito di un lavoro di produzione molto elegante, attento a non soverchiare l’espressività della voce di Annahstasia. Dietro la semplicità apparente di Theter si cela un’opera che sfida le categorie, un lavoro stratificato in cui l’Autrice colpisce con la tensione emotiva di chi ha attraversato la nebbia dell’incertezza sapendo uscirne al momento giusto. In effetti, la storia artistica di questa cantante, iniziata quand’era appena adolescente, appare piuttosto tribolata. Tether non è proprio un vero album d’esordio, essendo stato preceduto nel 2019, nel 2023 e nel 2024 da tre EP anticipatori come, rispettivamente, lo sono stati Rise Vibrations, Revival e Surface Tension. In questi Annahstasia ha potuto finalmente intraprendere un propria libera e personale scelta, sfuggendo ai discografici opportunisti di Los Angeles che vedevano in lei, date le qualità artistiche e l’avvenenza fisica, una cantante pop sul modello consumistico e di sicuro successo come molte altre nate in America in questi ultimi decenni. Arrivata alla soglia dei trent’anni, questa autrice può adesso esprimersi così come si è sempre sentita nell’animo, cioè una contemporanea folk-singer dai contorni soul-bluesy, accompagnando i suoi testi toccanti con minimali interventi di chitarra acustica ed altrettanto discreti accompagnamenti strumentali. Donna dalle idee chiare, ella ha recentemente dichiarato al New Musical Express “ …se non riesci a ridurre una canzone all’essenziale e a suonarla con un solo strumento e la tua voce, allora non è una bella canzone…” e in effetti le tracce del suo album sembrano giusto realizzate così, canzoni che partono da elementi minimi per poi, eventualmente, rivestirsi con suoni opportunamente cuciti addosso. Per quello che riguarda la carriera d’artista, Annahstasia è  altrettanto esplicita e, sempre al NME confessa che “…sono cresciuta capendo che essere un’artista non è un gesto romantico. È una scelta difficile esserlo in un mondo capitalista, è una decisione folle”. Accanto alla voce e alla chitarra dell’Autrice, vi è un buon numero di compartecipazioni che riempiono un lungo elenco di crediti. Ad esempio, il cantante nigeriano Obonjayar e la voce della poetessa Aja Monet che sono presenti in due distinti brani. Altre voci sono quelle di Chara Hammonds, Jeanine McCoy, Stephen Umoh,  Chelsea Smith e Brandon Berry. Inoltre dobbiamo registrare gli interventi di Eyvind Kang alla viola, Will Graefe, Mia Garcia e Dylan Day alla chitarra, Aaron Liao – che è anche co-produttore dell’album – al basso elettrico, alla chitarra e al synth, Matthew Jamal al contrabbasso, Charlie Coffeen e Asjhley Fulton al pianoforte, Benny Bock all’organo e tastiere, CJ Camerieri agli ottoni, Hailey Niswanger al flauto e al clarino, Abe Rounds alla batteria,Topu Iyo al violoncello.

I vibrati del primo brano, Be Kind, sono il corpo nero di questo inizio. La prima parte di questa traccia sembra orientata in un modo prefissato, con la chitarra e la voce di Annahstasia che paiono riempire ogni spazio disponibile. Poi c’è un arresto, improvviso, dove la canzone sembra terminare. In realtà, alla ripresa, entrano in sottofondo, molto gentilmente, gli altri strumenti, una tromba, degli archi, un arpeggio di piano. Il brano sprofonda lentamente sotto la superficie della coscienza, lasciando una coda d’incertezza, con quel suo lirismo sospeso ed introspettivo. Villain è un pezzo in continuo crescendo che origina da un arpeggio di chitarra sul quale, come si verifica di frequente, si stratificano via via altri strumenti, archi, ottoni, batteria e dove la voce dell’Autrice abbandona i toni medio bassi per esplodere verso l’alto, dimostrando il suo ampio ventaglio estensivo. Tra i brani più intensi e migliori di tutto l’album. Da brividi il coro soul in sottofondo. Unrest è un manifesto di ardente romanticismo, costruito su un intreccio arpeggiato di chitarre, un po’ deja entendu a dirla tutta, ma qui la voce di Annahstasia diventa una miscela di miele e fiele, raggiungendo apici emotivi difficilmente ripetibili. Ottimo e misuratamente classicheggiante l’arrangiamento strumentale. Un piccolo capolavoro, da riascoltare più volte per apprezzarne tutte le finezze. Take Care of Me si mostra all’attenzione soprattutto per il suo testo suggestivo, “…Sono porcellana, seduta sul tuo scaffale più alto, cadrò senza il tuo aiuto. Prenditi cura di me, prima di chiunque altro…”. La musica, molto e forse troppo imbevuta di delicatezza, mi sembra restare in secondo piano, nonostante l’accorata partecipazione vocale e gli arrangiamenti sempre così discreti, tra chitarre, basso elettrico e tastiere. Slow s’imposta su una classica progressione armonica discendente – La minore, Sol e Fa Maggiore – mentre appare l’ospitata del cantante Obonjayar, con voce sottile che ricorda quella di Anohni, ex Anthony. Ma è soprattutto il coro gospel che imprime al brano una colorazione quasi religiosa. Le tastiere in secondo piano vibrano anch’esse di sfumature mistiche e la batteria introduce un ritmo controllato, lavorato molto sui piatti. Il brano si spinge in un territorio arditamente lirico, dichiarandosi in una lucida ipotesi sull’importanza dell’azione “…Qual è il peggio che può succedere, se lasciamo che accada?” Waiting vira verso un rock d’ispirazione blues, lento e scandito, con la voce di Annahstasia mai così vicina alle intenzioni della Mitchell, oltre che a quella della Simone. Interviene il mellotron per contornare orchestralmente il brano. Buona la chitarra elettrica arpeggiata nel canale stereo sinistro. Overflow intraprende la strada del pop-soul, qui assai vicino alla Chapman anche come intonazione. Un buon backbeat di batteria mantiene il brano volutamente instabile e dinamico ma forse pecca un poco di originalità, pur mantenendosi sempre ad alti livelli. All Is. Will Be. As it Was è un recitativo portato e parlato dalla stessa autrice, cioè la poetessa Aja Monet. L’accompagnamento è quasi classicheggiante, con accordi ariosi di pianoforte e un passaggio reiterato di armonie chitarristiche. L’atmosfera è straniante, avulsa dal contesto ma molto evocativa di qualche cafè chantant di primo novecento europeo. Silk and Velvet è disorientante. Inizia come una intima confessione sospesa letteralmente su due accordi di chitarra, rinforzati poi da una linea di basso elettrico e da un crescendo strumentale che si conclude caoticamente. Il brano s’accende, arde, e consuma sé stesso nel giro di un paio di minuti e poco più con un testo di chi s’interroga sul ruolo della stessa Autrice, “…Forse dovrei analizzarmi, sono una stronza antisociale che vende i suoi sogni per soldi, per comprarsi seta e velluto…”. Satisfay richiede un intervento all’osso dell’accompagnamento, impostata com’è su uno schema di ballata folk e resa corposa dal coro, oltre che dalla voce palpitante di Annahstasia. Believer è un classico rock lento ben rimpolpato da chitarre elettriche distorte, ma gli interventi di  pianoforte che compaiono a metà brano allontanano tutti gli altri strumenti, riducendo per un breve momento la musica ad un dialogo a due tra piano e voce. Il pezzo, successivamente, cresce ancora e diventa un turgido esempio gospel in cui l’Autrice regala una dimostrazione potente delle sue possibilità vocali.

Un album di qualità elevatissima come questo può risultare emotivamente letale. Non credo che lo si possa accusare di un idealismo datato solo perché s’immerge tra le pieghe del personale, soffermandosi sulla dimensione interiorizzata dell’Autrice. La cattedrale vocale di questa artista stupisce, conforta il bisogno di bellezza insito in ognuno di noi con le sue rassicuranti simmetrie, operando come un rito taumaturgico e invitandoci verso una soglia da attraversare. E allora ci si rende conto che Tether non è un album da ascoltare, ma da percorrere come si fosse in un bosco sacro o in un sogno lucido. È un’opera che  accompagna, prende per mano, strappa il velo dagli occhi e costringe a prendere coscienza. Annahstasia non canta per essere compresa, canta per essere sentita, come un domanda che non chieda soluzioni, ma una resa incondizionata al silenzio della riflessione.

Tracklist:
01. Be Kind (05:07)
02. Villain (04:31)
03. Unrest (03:36)
04. Take Care of Me (03:50)
05. Slow (feat. Obongjayar) (04:24)
06. Waiting (03:34)
07. Overflow (03:57)
08. All Is. Will Be. As It Was. (feat. Aja Monet) (02:46)
09. Silk And Velvet (02:33)
10. Satisfy Me (03:06)
11. Believer (06:03)

Photo © Zhamak Fullad

Rispondi

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere