L I V E – R E P O R T – D A N Z A
Articolo di Annalisa Fortin
La danza, quando è necessità vitale, non si limita a occupare la scena: la trasforma. È accaduto ancora una volta alla Biennale Danza 2025 di Venezia, dove i corpi hanno parlato un linguaggio più profondo delle parole, e il movimento si è fatto pensiero, memoria, dissenso e visione. Due figure, in particolare, hanno segnato l’edizione di quest’anno: Twyla Tharp e Carolina Bianchi, premiate rispettivamente con il Leone d’Oro alla carriera e il Leone d’Argento.

Twyla Tharp, pioniera del linguaggio coreografico contemporaneo, ha ricevuto il massimo riconoscimento per un’intera vita consacrata all’arte del movimento. La sua danza, da sempre ibrida e spiazzante, ha saputo attraversare jazz, balletto classico, cultura pop e sperimentazione con una naturalezza che sfida ogni etichetta. A lei si deve un modo radicalmente nuovo di pensare la coreografia: dinamica, imprevedibile, vitale. Tharp non ha mai danzato per piacere, ma per scuotere, reinventare, far pensare. Il Leone d’Oro alla carriera non è solo un tributo alla sua storia, ma un riconoscimento a una visione che ha trasformato il modo stesso di percepire la danza nel mondo.
Carolina Bianchi, artista brasiliana, ha ricevuto invece il Leone d’Argento come voce potente della scena contemporanea. Le sue creazioni sono attraversate da una forza politica e carnale che non lascia scampo. Il corpo, nei suoi lavori, è campo di battaglia e di poesia, luogo di denuncia e rituale di liberazione. Bianchi scardina narrazioni, ridisegna ruoli, esplora la vulnerabilità con una radicalità che travolge. Il Leone d’Argento a lei assegnato suona come una promessa mantenuta: quella di un futuro della danza che osa, che urla, che non si piega.

Nell’edizione della Biennale diretta da Wayne McGregor, la danza si è fatta riflessione e rivoluzione. I Leoni assegnati alla Tharp e alla Bianchi raccontano due facce dello stesso coraggio: quello di chi ha aperto strade e quello di chi oggi le percorre fino in fondo. Questa Biennale non ha solo celebrato il movimento: lo ha consacrato come forma di pensiero radicale, trovando piena potenza anche nei corpi che hanno attraversato la scena. Quattro spettacoli, diversi per linguaggio e poetica, hanno restituito un panorama in cui la danza si fa racconto, urgenza e visione.
“Fables” di Virginie Brunelle è una coreografia che intreccia narrazione e ironia con un linguaggio fisico tagliente e teatrale. In scena, gli interpreti danno vita a situazioni quotidiane deformate in chiave grottesca, in un gioco che si muove tra humour nero e malinconia. Brunelle destruttura il quotidiano come fosse una fiaba disillusa, portando lo spettatore in una spirale dove l’empatia si alterna alla crudeltà. Il corpo, in questo lavoro, è luogo di desiderio, frustrazione, potere: una materia viva attraversata da emozioni violente e dolci al tempo stesso.
In “a good man is hard to find”, il duo inglese Bullyache (Courtney Deyn & Jacob Samuel) esplora con energia feroce le contraddizioni dell’identità contemporanea. Una performance ibrida tra danza, musica dal vivo, drag e teatro pop che travolge con la sua carica punk e queer. I performer si alternano tra ruoli e generi, tra maschile e femminile, tra confessione e performance, dando forma a un universo instabile, sfacciato, vulnerabile. Non c’è spazio per il compromesso: la scena è un’esplosione sensoriale, un atto di rivolta intimo e politico che lascia il pubblico spiazzato e rapito.

“16 – 17” del Tao Dance Theater porta in scena un’estetica opposta, minimale e ipnotica. I danzatori si muovono come onde, senza gerarchie né narrazioni, in una coreografia geometrica che si costruisce sull’unisono e sulla ripetizione. Ogni gesto è calibrato, ogni transizione è un atto di ascolto collettivo. È una danza che sfugge all’individualismo e cerca l’armonia organica del gruppo, creando un paesaggio astratto e meditativo. Lontano dal caos del mondo, 16 – 17 invita lo spettatore a contemplare il corpo nella sua purezza cinetica, con l’esecuzione impeccabile ed esemplare di cui la compagnia del Tao Dance Theater è capace.

Infine, Marcos Morau, tra i coreografi più visionari della scena europea, ha presentato un lavoro che è al tempo stesso installazione, cinema e danza. Il suo universo si costruisce su immagini potentemente iconiche, tra estetica barocca e inquietudine contemporanea. I corpi sembrano marionette o fantasmi usciti da una pellicola muta, attraversati da una narrazione non lineare ma densissima. Morau gioca con lo spazio, il tempo e la memoria, creando una coreografia che è puro immaginario in movimento. È teatro visivo, è corpo-pittura, è sogno e trauma in una stessa visione.
Si può quindi asserire che in questa edizione della Biennale Danza, Venezia ha accolto un presente che pulsa, inquieto e necessario, ricordandoci che il movimento non è ornamento, ma linguaggio radicale capace di incidere sul reale. È forse questa la lezione più potente che hanno dato coreografi e danzatori al loro pubblico: la danza non racconta il mondo, lo trasforma, soprattutto quando osa mettersi in ascolto del futuro.








Photo Credit © Andrea Avezzù. Courtesy La Biennale di Venezia


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