R E C E N S I O N E


Recensione di Mimmo Stolfi

Una lettera d’amore a Chicago firmata Jon Irabagon

Con Jon Irabagon non esistono mezze misure. Ogni suo progetto è una sfida, un ribaltamento, un’idea che mette in discussione i confini del jazz stesso. Dopo le avventure ipertecnologiche del nonetto Server Farm e i duetti di radicale essenzialità di Blue Hour, il sassofonista di origini filippine ma cresciuto a Chicago torna alla sua città e decide di spogliarsi di ogni orpello elettronico. Nasce così PlainsPeak, quartetto acustico che nel disco d’esordio Someone To Someone si rivela compatto, lucidissimo, persino lirico. Una formazione “snella” (Russ Johnson alla tromba, Clark Sommers al contrabbasso, Dana Hall alla batteria) capace però di aprire spazi vastissimi, come la pianura e le architetture sonore a cui allude il nome stesso del gruppo.

Il titolo dell’album porta con sé un senso di intimità: Someone To Someone è dedicato alla famiglia, e non a caso il brano d’apertura scorre come una ballata rubata al tempo, con il contrabbasso ad arco che apre un varco su cui i fiati disegnano linee sospese. È un avvio quasi meditativo, che si dilata prima di esplodere in trame più fitte, come se Irabagon volesse ricordare che dietro ogni gesto sperimentale si cela sempre un irriducibile nucleo affettivo e personale.

Il resto del disco è una mappa sonora di Chicago, della sua energia febbrile e delle sue ironie quotidiane. Buggin’ the Bug trasforma l’invasione estiva di cicale in un blues marciato e scatenato, mentre Malört Is My Shepherd cita l’amaro cittadino per eccellenza e ne ricalca il gusto: un inizio quasi liturgico, un’improvvisazione che si attorciglia su sé stessa, un ritorno amaro-dolce alla melodia. At What Price Garlic gioca con metri irregolari e groove ipnotici, mentre Tiny Miracles si avvolge su un’intensità ellittica, capace di dire tanto con pochissimo. Il finale, The Pulseman, è un omaggio ai batteristi di Chicago e mette in luce la fantasia inesauribile di Dana Hall. E c’è pure un “bonus track” nascosta, beffarda e generosa allo stesso tempo, che restituisce la vena ludica e provocatoria di Irabagon.

Tornato al sassofono contralto – il suo primo strumento, abbandonato per anni in favore di tenore, basso e persino rarissimi sopranini – Irabagon sembra voler ricominciare da un suono più diretto, essenziale, “plain speak”, come suggerisce l’ambiguità del nome del quartetto. È una voce meno barocca, ma più chiara e tagliente, che nel dialogo con la tromba di Johnson trova una tensione continua, quasi fraterna.

In questo album, Irabagon firma la sua dichiarazione d’amore a Chicago, una città mai oleografica, fatta di asprezze, umorismo, improvvise accensioni di bellezza. Il disco vive di questo doppio respiro: intellettuale e immediato, cerebrale e caldo, strutturato e libero. È il ritratto di un artista che non smette di interrogarsi, e che proprio nel ritorno a casa trova una nuova, sorprendente chiarezza.

Tracklist:
01. Someone to Someone (4:46)
02. Buggin’ the Bug (5:42)
03. Malört is My Shepherd (7:01)
04. At What Price Garlic (11:01)
05. Tiny Miracles (at a Funeral for a Friend) (5:52)
06. The Pulseman (8:06)

Photo © Chad McCullough


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