L I V E – R E P O R T
Articolo di Alessandro Tacconi, immagini sonore © Daniela Pontello
Cammino ancora e veco mille sciure
n’arcobaleno ‘e mille culure
spartuto ogni culore uno cu n’ato
cu na gaiola ‘e fierro filato.
(Almamegretta, O Sciore Cchiù Felice)
Il Castello Sforzesco a Milano mercoledì 3 settembre viene trasformato sonoramente in un locale londinese molto cool, quando salgono sul palco gli Almamegretta.
Gruppo cult della scena indie napoletana, poi italiana e internazionale a partire dalla prima metà degli anni Novanta, che infranse i generi andando a fare man bassa di suoni e beat nel mare magnum del trip-hop londinese e di Bristol (Massive Attack, Tricky, Portishead, Morcheeba e molti altri gruppi sono facce differenti di una sensibilità musicale affine, che combinava elettronica, sonorità sperimentali ed etniche), e nell’assolata “ganjante” reggaeggiante e dubbeggiante rastafariana Giamaica (avremo usato aggettivi a sufficienza?!).

Raiz voce, Pier Paolo Polcari tastiere, programming, Gennaro “T” Tesone batteria, Paolo Baldini basso, programming, Fefo Forconi chitarra e Albino D’Amato live engineering sul palco sono un’unica entità, che procede compatta e macina un brano dopo l’altro, deliziando il pubblico in un crescendo inarrestabile di contagioso entusiasmo.
Possibile che a ‘o munno n’ata scelta nun ce sta
povero rimane oppure ‘o core se ne va
ce salva ‘o fatto ca ‘o zumpo ancora l’amm’ ‘a fa?
E nu zumpo tu e mille manere ‘o può piglia?
Maje maje areto maje
però tienelo a mente ‘o passato tuojo
(Almamegretta, Maje)
In occasione del trentennale della pubblicazione del grande successo del gruppo, Sanacore, correva l’anno 1995 (perché mai quell’anno avesse più fretta di quelli che lo avevano preceduto non è dato saperlo!), ecco il tour iniziato in primavera, che sta per giungere al termine.

Come nelle sale cinematografiche si proiettano pellicole mai viste prima, a Berlino vidi l’anno scorso Nosferatu il vampiro di Friedrich Wilhelm Murnau del 1922 con accompagnamento orchestrale e il bellissimo Metropolis di Fritz Lang del 1927, così nei teatri e nelle piazze si ascoltano album pubblicati decine di anni fa (ad esempio, Vinicio Capossela propone Canzoni a manovella per i 25 anni della pubblicazione!).
Si tratta di operazioni musicali ad memoriam oppure un The walking dead della creatività?
Io quanne me ‘nzuraje ero guaglione
uè comm’era sapurita la mogliera
la primma notte che me ce cuccaje
nè a me venette ‘o friddo e a essa ‘a freva
(Almamegretta, Sanacore)
Nel caso di Sanacore dobbiamo riconoscere quanto i brani non siano invecchiati di un giorno. Avere assimilato suoni esterofili mescolandoli con componenti mediterranee, risulta fresco ancora oggi: dub, elettronica & noise, campionamenti di canti africani e popolari del sud Italia, tabla e didjeridoo, brevi inserti jazz…

E poi ci sono i testi e la voce del cantante che “Se anche sei di Napoli, ma non del quartiere di Raiz, non si capisce proprio tutto quello che canta”, mi confida un fan conterraneo e concittadino del frontman. Figurarsi per un lombardo!
La sua performance è estremamente misurata, vocalmente intensa, senza concedersi mai troppo al pubblico.
Il piazzale del Castello Sforzesco ha raccolto un nutrito numero di spettatori, evidentemente molti i fan della prima ora. Novanta minuti in cui oltre ai brani dell’album, ne vengono proposti altri molti celebri, come nel caso del bis con Figli di Annibale.
Chiudiamo con un augurio: la ricerca sia una costante nell’esistenza di ciascuno, perché ciò che si trova abbia valore negli anni e non per una manciata di giorni.












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