R E C E N S I O N E


Recensione di Daniele Verderio

Non c’è spazio per la balorda-nostalgia-canaglia in Forward, il nuovo album di The Swell Season. Il titolo del progetto indica la strada: in avanti. L’irlandesissimo Glen Hansard e la ceca Markéta Irglová tornano a fare musica insieme 16 anni dopo il precedente Strict Joy (2009) e non hanno nessuna intenzione di chiudersi in un comodo passato: lo sguardo è sul presente, anche duro, da vivere e un futuro in costruzione.

“Durante il tour del mio ultimo disco, mi sono reso conto che mi mancava. Ricordo di aver chiamato Markéta e di averle chiesto se le andava di fare qualche concerto insieme. Da lì l’idea è stata quella di fare una piccola registrazione e di non metterci pressione, di vedere cosa succedeva, e all’improvviso ci siamo ritrovati a fare un disco”, ha raccontato Glen Hansard. Proprio come in Once, il film a bassissimo budget che nel 2006 li ha fatti conoscere al mondo, Glen e Markéta si sono ritrovati a condividere le canzoni l’uno dell’altra e a cantare guardandosi negli occhi, in studio o sui palchi europei e nordamericani (il tour è ancora in corso).

Forward inizia in punta di piedi: Factory Street Bells, prima di 8 tracce, è una ninnananna di Glen Hansard per il figlio Christie. Le campane del titolo sono quelle di una chiesa che risuona nella Tehtaankatu (Via della Fabbrica) di Helsinki, dove Hansard vive. Le strofe sussurrate tra arpeggi di chitarra acustica e tocchi di pianoforte accendono l’esplosione dei ritornelli, in pieno stile Glen Hansard, portandoci a uno sguardo di tenerezza su una giornata che finisce: “That’s another day over / Go to sleep now, my son / It’s a full-blown, solid gold / Miracle you’ve come”.

La voce di Markéta Irglová irrompe, come dal nulla, nel singolo People We Used to Be, traccia manifesto del progetto. In un potente crescendo, il canto di Markéta e Glen si intreccia in un inno dolceamaro di speranza. Se non bastasse la musica, ci pensa il videoclip del brano a riportarci nell’intimità di Falling Slowly, la canzone premio Oscar di cui People We Used to Be sembra l’inevitabile prosecuzione, quasi vent’anni dopo. I due si riscoprono diversi e con loro il mondo: i tempi sono cambiati, i migliori amici sono diventati estranei, le situazioni della vita si sono complicate. La tentazione di rifugiarsi in un passato idealizzato e mai realmente esistito è forte, ma la nostalgia sterile non è la strada. In avanti. Fare di tutto per spegnere un fuoco distruttivo: “I will not stand by and watch this fire / Burn down everything we worked so hard to build / If we keep willing those flames to go higher / You know they will”. 3 minuti e 41 secondi di musica vera.

Il passato invita a entrare nel suo labirinto asfittico anche nella più sommessa Stuck In Reverse, titolo rovesciato di Forward ed espressione già cantata da Chris Martin nel grande successo Fix You (“When you feel so tired, but you can’t sleep / Stuck in reverse”). Glen Hansard si siede al pianoforte e riprende il filo di People We Used to Be: c’è un mondo ancora da vedere, molte porte che aspettano di essere aperte e… “Rubicons still to cross”.

“This came out of nowhere”, scritta in pochi minuti: così Markéta Irglová ha raccontato com’è nata la struggente I Leave Everything To You, traccia numero 4. Una canzone-testamento che Glen Hansard non ha voluto sporcare, lasciando spazio sconfinato solo alla voce di Markéta, sostenuta da pianoforte e archi. “Bury me… Blind me… Remember me”: è una canzone di chi lascia tutto a chi rimane. L’intensità interpretativa, la sensazione della fine, vita e morte, la radicalità dell’arrangiamento: personalmente, una canzone che mi ha fatto pensare al Johnny Cash di Hurt.

Dalla drammatica chiusura di un ipotetico lato a dell’album, si gira il vinile e si ritorna all’essenzialità della chitarra acustica e della voce di Glen Hansard in A Little Sugar. “Non è vero che ogni canzone deve essere una hit”: così il cantautore ha presentato il suo brano, scritto nei giorni di tour al seguito di Eddie Vedder. Brano delicato, crescendo da manuale e una frase che colpisce: “I live for the light we make when we collide”.

Atmosfere da musical in Pretty Stories, valzer variopinto tra pianoforte, ottoni e archi. Singolare anche l’arrangiamento della settima e penultima traccia, Great Weight: Glen Hansard canta parole di positività in un mondo pieno di male. I versi sono serrati, il ritmo quasi tribale, il vocabolario in bilico tra scritture sapienziali (“No more wandering around the nine circles of hell”, “It’s holy murder in the name of the law”) e prestiti dylaniani (“Any way the wind blows”).

Si torna a casa nel finale di Hundred Words. Una canzone che Markéta Irglová ha letteralmente sognato: come lei stessa ha raccontato, una mattina si è svegliata con in testa la melodia e alcune frasi del brano. “Words coming out with no meaning / I’m tuning them out with a prayer”, cantano Markéta e Glen Hansard. Un coro di bambini si unisce a loro nell’invito, in primis a sé stessi, a non arrendersi (“Don’t give up”), a tenere viva la fede (“Keep the faith”) e illuminare il mondo (“Light up the world”). Il percorso dell’album e l’intensità interpretativa tolgono ogni granello di vuota retorica a queste parole che fanno da sipario a Forward.

Tracklist:
01. Factory Street Bells (04:10)
02. People We Used To Be (03:41)
03. Stuck In Reverse (03:51)
04. I Leave Everything To You (05:17)
05. A Little Sugar (03:33)
06. Pretty Stories (05:40)
07. Great Weight (05:31)
08. Hundred Words (04:57)

Photo © Anthony Mulcahy

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