I N T E R V I S T A


Articolo di Alessandro Tacconi

Iniziamo l’intervista con Laura Agnusdei partendo dal titolo del suo ultimo album, Flowers are blooming in Antarctica, realizzato da Opale, progetto di Maple Death e Canicola, sostenuto dalla Regione Emilia-Romagna nell’ambito della Legge 2 sulla musica.
Il titolo del disco fa riferimento a un meme diffusosi negli ambienti ecologisti. Mi piace la presenza nella stessa frase del termine bloom, fioritura e rinascita, anche se si parla di eventi catastrofici come la comparsa di piante e fiori nell’Antartico a causa dello scioglimento dei ghiacci.
I periodi di radicali mutamenti portano in sé grandi cambiamenti e possibilità. L’album si proietta nel futuro, nel 2087, e descrive cosa può nascere di nuovo, più che soffermarsi sulla cupezza della catastrofe.

Ritratto ravvicinato di una persona con capelli mossi e sguardo sorprendente, indossa una giacca chiara, con sfondo riflettente colorato.

Indichi come riferimento letterario il Mondo sommerso di James Ballard. A me è venuta in mente anche la filosofa Donna Haraway e le teorie contenute nel libro Chthulucene: sopravvivere su un pianeta infetto. Il mondo si trasforma e le forme viventi cercano e trovano nuove possibilità di adattamento mutando esse stesse. La copertina dell’album ad opera dell’illustratore Daniele Castellano, da questo punto di vista, è molto efficace.
Il pensiero di Donna Haraway l’ho incrociato in passato, ma è stato Modi di essere di James Bridle che mi ha influenzata maggiormente. Il brano P.P.R.N. (Physarum Polycephalum Rail Network) è stato ispirato da un esperimento durante il quale un fungo è riuscito a ricreare spontaneamente su un plastico del paesaggio di Tokyo tutta la linea del servizio ferroviario. È un esempio di intelligenza non umana, che dimostra capacità di calcolo e organizzazione che non hanno nulla da invidiare a quelle umane. Il brano ha un andamento ipnotico che allude a un viaggio creato da un essere fungino.

L’album mi pare sonoramente una creatura mutante: i suoni acustici ed elettronici si contaminano in continuazione. Nessuno dei due resta mai se stesso. Spesso la melodia cantabile si disperde sonoramente nelle elaborazioni elettroniche. 
Mi interessa molto creare ambiguità partendo da qualcosa di riconoscibile. Il discorso timbrico è ampiamente esplorato nella musica elettronica. La mia formazione musicale è avvenuta all’interno di questo ambito, dove si ricerca il suono “inaudito”. A ciò, nel tempo, ho aggiunto un uso sempre più espressivo dello strumento acustico, probabilmente ispirata anche dalla musica che ascoltavo con mio padre da piccola, la black music: soul, funk, rhythm and blues…

I brani risultano al contempo molto fruibili, nonostante la complessità della loro struttura. Spesso la musica elettronica, ma così pure il jazz, si ripiega un po’ su se stessa. Non è questo il caso.
La stratificazione all’interno dei brani c’è, ma non si nega al piacere dell’ascolto. Per me è importante che venga colta questa stratificazione, senza rinunciare però una fruizione più diretta della mia musica.

Le composizioni sono dotate di una forte componente visiva, cinematografica. La suggestione in chi ascolta è sollecitata anche dai titoli stessi dei brani: Oasi Bar, Solvay Beach, Emperor Penguin Lullaby
Quando compongo visualizzo molto. Definisco uno spazio sonoro, un’ambientazione in cui inizio a muovermi. Accade la stessa cosa nel cinema dove si crea un ambiente, in cui si mettono in scena dei personaggi che compiono delle azioni. In un brano di 4, 5, 10 minuti anche io mi trovo ad abitare un luogo e a far sì che accadano delle cose.
Solvay Beach, ad esempio, fa riferimento alla località marittima di Rosignano Solvay, dove c’era la fabbrica di bicarbonato Solvay. Mi affascinava quel luogo per le sabbie bianche che danno l’idea di un luogo caraibico, esotico quando invece siamo in Italia. L’idea era di creare un brano che raccontasse sonoramente il fenomeno di tropicalizzazione dell’ambiente in cui viviamo.

A un certo punto, infatti, una voce chiede: “Ma le spiagge sono sempre state bianche?”. Hai utilizzato contributi vocali anche in altre composizioni come nel breve e divertente Are We Dinos?, dove un bambino spiega: “Io voglio dire come muoiono i dinosauri. Prima cascano… Poi si levano le ossa…”, e la domanda finale dell’intervistatrice: “Secondo lei ci estingueremo come i dinosauri?”, a cui il bambino precisamente risponde: “No”!”. In Ittiolalia un anziano parla una lingua simile a quella degli Inuit…
In questo caso il brano si apre con un field recording. Ero a Torino, volevo registrare con un idrofono il suono dei pesci. Un signore anziano si è avvicinato all’acqua e ha iniziato a parlargli, a incoraggiarli. Era come se lui conoscesse la loro lingua. La possibilità di comunicare con forme di intelligenza non umana mi affascina molto. Ero con un mio amico, gli abbiamo chiesto da dove venisse, parlandogli prima in inglese e poi in francese, ma non ne siamo venuti a capo. La sua voce e quello che diceva avevano una grande musicalità, così ho deciso di utilizzarli. Il titolo della composizione unisce i termini “ittio”, pesce, ed “ecolalia”, un termine che indica la ripetizione automatica del suono altrui.

In questo album hai assimilato e trasformato diversi linguaggi per creare qualcosa di inedito. Tu hai sempre affermato di non essere una jazzista, anche perché i tuoi studi classici e di musica elettronica, e il tuo percorso professionale si muovono in altri ambiti. È un bene per chi ascolta solo jazz che possa trovarsi tra le mani un album simile. È come se gettassi degli ami, delle possibilità di ascolto differenti.
Questo disco è “più suonato” dei miei precedenti e se vogliamo è un po’ più jazz. Ornette Coleman, Don cherry, Albert Ayler, Matana Roberts, Colin Stetson, Stan Getz fanno parte della mia formazione. Cuttlefish REM Phase, ad esempio, è un omaggio a Jon Hassell e a come tratta il suono del suo strumento elettronicamente. Il free jazz ma soprattutto la musica afroamericana nell’accezione più ampia mi hanno decisamente influenzato. Mi piace molto l’attitudine e la sonorità un po’ “sporca” degli album prodotti, ad esempio, dall’etichetta International Anthem di Chicago. Se poi devo trovare due album di riferimento per questo lavoro, direi che sono sono Sextant di Herbie Hancock e Pink Dolphins del duo Anteloper.

Per finire, ci vuoi dire chi sono i preziosi compagni di viaggio di questo progetto musicale?
In studio hanno registrato insieme a me Giulio Stermieri all’organo farfisa e al synth, Edoardo Grisogani alle percussioni e all’elettronica, Giacomo Bertocchi al alto sax, clarinetto e flauto, Ramon Moro alla tromba e al flicorno, Teguh Permana al tarawangsa (lui fa parte di un duo Tarawangsawelas che reinterpreta musiche di repertori tradizionali indonesiani), Giovanni Minguzzi alla batteria. Dal vivo lo eseguiamo in trio: io suono sax ed elettronica, Paolo Raineri alla tromba ed elettronica, Edoardo Grisogani alle percussioni e all’elettronica e occasionalmente Alberto Brutti (KARU) al contrabbasso.

Photo © Matilde Piazzi

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