R E C E N S I O N E
Recensione di Mimmo Stolfi
Aruán Ortiz, il pianoforte come memoria spezzata
Qualcosa di implacabile attraversa la musica di Aruán Ortiz, come se ogni gesto sulla tastiera fosse chiamato a rispondere a una storia troppo lunga per essere dimenticata, troppo dolorosa per essere elusa. Con Créole Renaissance, secondo album solista dopo Cub(an)ism, il pianista cubano residente a New York affronta non tanto il pianoforte quanto il peso stratificato delle eredità coloniali, delle genealogie nere, della memoria diasporica. Lo fa nella lingua che gli è più propria: un pianismo frantumato e febbrile, denso di silenzi e abissi, dove l’improvvisazione non è mai mero esercizio di libertà ma un modo di scavare, scomporre, riattraversare.
Registrato in due giorni intensi a fine 2024, l’album si nutre dei fantasmi e delle energie della Négritude: Aimé e Suzanne Césaire, René Ménil, le voci poetiche che seppero usare surrealismo e immaginazione come armi contro l’oblio. Ortiz ne assorbe lo spirito: le sue miniature pianistiche sono interrogazioni più che affermazioni, aperture e ferite.

In L’Étudiant Noir il contrasto tra registri acuti e profondi si fa corpo sonoro di un risveglio della coscienza, mentre Légitime Défense si agita come un campo di battaglia interiore. Altrove emergono squarci impressionistici: Seven Aprils in Paris si nutre di ombre e frammenti di Ellington (Sophisticated Lady), evocati e subito dissolti come presenze lontane. The Haberdasher pare un appunto monodico monkiano, isolato e pungente, mentre The Great Camouflage è un’oscura meditazione sul silenzio e sulla sospensione, un cammino tra note rade che diventano pensiero.
Le due Miniatures offrono un contrasto: la prima, scattante e volatile, attraversa la tastiera con nervosa leggerezza; la seconda si radica invece in accordi poderosi, quasi rituali. Nel cuore dell’album, We Belong to Those Who Say No to Darkness rompe i confini del pianoforte con corde piegate, percosse, pizzicate, prolungando l’eco delle avanguardie afroamericane da Cecil Taylor in poi. E nell’ultima pagina, Lo Que Yo Quiero Es Chan Chan, il celebre tema di Compay Segundo è riconosciuto e insieme smembrato, rallentato, fatto deragliare: memoria cubana filtrata attraverso malinconia e resistenza.
Se Cub(an)ism era stato un manifesto di geometrie astratte e rigorose, Créole Renaissance scava più in profondità, nella materia viva della memoria e nella fragilità della sopravvivenza. È un disco difficile, persino ostile, che non chiede complicità ma attenzione. Ortiz non offre conforto, pone domande. Chi siamo di fronte a queste storie di colonizzazione e sradicamento? Quale lingua resta possibile dopo la frattura?
Il suo pianoforte, attraversato tanto da Schoenberg e Ligeti quanto da Bebo Valdés e Don Pullen, diventa terreno di collisione e rinascita. Non c’è celebrazione in questa “rinascita creola”: c’è piuttosto un’urgenza, la necessità di trasformare la memoria in suono, l’assenza in presenza, la diaspora in linguaggio. In un’epoca che dimentica in fretta, Ortiz ci costringe a ricordare.
Créole Renaissance non è soltanto un grande album di piano solo, è una prova di resistenza, un atto politico e poetico insieme. E, soprattutto, è musica che non concede scampo: ci chiama a un ascolto radicale, totale, come pochi sanno fare oggi.
Tracklist:
01. L’étudiant noir (6:21)
02. Seven Aprils in Paris (And a Sophisticated Lady) (7:03)
03. Légitime défense (3:03)
04. From the Distance of My Freedom (7:45)
05. Première Miniature (Créole Renaissance) (2:17)
06. The Great Camouflage (6:49)
07. Deuxième miniature (Dancing) (2:39)
08. We Belong to Those Who Say No to Darkness (4:43)
09. The Haberdasher (5:24)
10. Lo Que Yo Quiero Es Chan Chan (6:08)
Photo © Palma Fiacco






Rispondi