R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Questo album è un luogo di rifugio e conforto. Un riparo ideale dove la musica aiuta ad avvicinarsi a sé stessi passando esclusivamente attraverso la porta del sentimento. Solace of the Mind della pianista e organista Amina Claudine Myers è un lavoro fatto di pause, soprattutto di silenzi e di una voce a tratti recitante, con accordi che vibrano come vetri sottili. L’album contiene non solo la storia di una singola persona ma la memoria sopravvissuta di secoli di canto e di resistenza. Conforto ed inquietudine viaggiano insieme come un diario di memorie che si colloca tra autocitazione e rito collettivo. Myers, dall’alto della sua esperienza pluridecennale e dei suoi album solisti, nonché delle centinaia di compartecipazioni con altri artisti – l’ultima delle quali è stata con Wadada Leo Smith – ha scelto la via più difficile. Da sola con il suo pianoforte e talora con l’organo, l’Autrice si esprime con accordi rarefatti all’interno dei quali scorrono melodie gospel o riflessioni solitarie, spoken words, filiformi blues e soprattutto i silenzi che riescono a trasformare l’assenza in presenza, il vuoto in strumento valoriale.

Myers è un’artista che scava realmente in profondità, riporta in superficie la sua eredità – canti religiosi, blues, spiritual, jazz totalmente improvvisato – e questo fin dal 1966 quando entrò a far parte dell’AACM di Chicago – ma le sue, sia chiaro, non sono versioni esangui contaminate da sentimentalismi. Ogni nota è un salvagente emotivo gettato a chi ascolta, un gesto di cura che è anche, suo malgrado, taglio chirurgico. Chi è passato attraverso una catarsi sa quanto, a volte, la via verso di sé possa essere dolorosa. L’operazione complessiva non punta al godimento immediato. Non siamo davanti a una promessa di intrattenimento, bensì ad un passaggio a volo d’angelo di un pianismo spiritualista che si genera e si mantiene nel confronto con il proprio vuoto. Il Tempo non ritorna mai davvero uguale, e l’ottantatreenne Myers lo sa bene. Nel suo album, il concetto temporale porta invece altrove, verso un lirismo post-bop, in uno spazio liminale sospeso tra sensualità ed ascetismo. L’autrice stessa suggerisce un legame con l’erotismo: “ L’erotismo può essere qualcosa che ti tocca l’anima, ti fa impazzire…Volevo mostrare come la sensualità possa portarti da un luogo all’altro in un batter d’occhio, da qualcosa di basso a qualcosa di intenso, a qualcosa di silenzioso. Può divorarti...” [cfr. con Jazz Times, articolo di Ad Amorosi 02/07/25]. Però la stessa Myers è nel contempo pronta ad affermare che “…sono cresciuta con Dio e col Vangelo...” . Ciò che rimane è piuttosto una scatola nera difficile da decifrare, più temperie che corpo, più allusione che materia. Il continuo gospel che si ascolta non è più solo preghiera, ma un dispositivo critico, un richiamo alla possibilità di un altrove, pur sapendo che è proprio lì che risiede la Bellezza, mai a disposizione immediata. L’effetto finale è duplice. Sicuramente e affettuosamente consolatorio ma, al tempo stesso, disincantato. Le frasi pianistiche restano aperte, non ci sono acrobazie tecniche né ardite tracce dissonanti, bensì un lungo incedere ipnotico, una tensione più alle prese con l’Ignoto che non con una realtà tangibile. I brani in sequenza sono tutti composti dalla Myers, anche se talora ripresi e riadattati.

African Blues, ad esempio – il brano d’apertura – lo ritroviamo invece come ultimo a chiudere un suo precedente lavoro, Salutes Bessie Smith (1996). In questo frangente il pezzo viene trattato in modo più scarno – originariamente durava quasi 15 minuti –  donandogli un’impronta più mesta, pur conservando una certa solennità e perdendo quel tono leggermente brioso che aveva nell’album dedicato a Bessie Smith. In questo gospel-blues c’è tutto e di più al punto che potrebbe benissimo riassumere sinteticamente quasi l’intero l’album. Siamo ai livelli espressivi ed emotivi di un Abdullah Ibrahim, tanto per intenderci, anche se non si possono condurre facili paragoni tecnici. Song for Mother E è ripresa dall’omonimo album del 1980 e viene qui proposta in modo meno vigoroso rispetto alla versione più antica. Gli arpeggi sono più docili, quasi trasognati, legati in un accumulo di piccole cellule melodiche che tendono a ripetersi e a confluire le une nelle altre. Si attraversa la fragilità domestica delle memorie familiari per trasformarle in preghiera. L’autrice mantiene sempre una certa variabilità di dinamiche, dal piano al mezzo forte. Verso il finale gli arpeggi diventano accordi più pieni ma il tono delicato, quasi sommesso, rimane fino al termine del brano stesso.

Senous è la traccia più contemporanea e seducente, dal punto di vista armonico, dell’intero album. Il pianismo della Myers si fa moderatamente dissonante, scuro, con innesti melodici che richiamano arie medio-orientali e accordi che forzano l’armonia funzionale per portarci in un luogo assai distante dalle atmosfere chiesastiche dei due brani precedenti. Un po’ di diavolo, dietro la pila dell’acqua santa… Steal Away, come confessa la Myers, per l’evocazione del periodo di schiavitù presente nel testo di questo spiritual, era un brano giudicato insopportabile dalla stessa Autrice quand’era giovane. Col tempo si comprende maggiormente il dolore degli altri e così è successo anche per l’atteggiamento dell’artista nei riguardi di questo storico pezzo. Qui viene suonato con lentezza drammatica e con lunghe pause tra le battute. Ode to my Ancestors è affiancato da un organo liturgico, molto atmosferico, sotto le parole recitate dall’Autrice dedicate a quelli che  “…mi hanno plasmato per ciò che sono…mi parlano ancora, mentre continuo il mio viaggio” [grazie a Troy Dostert di All About Jazz]. Voices ha un inizio che s’accomoda su una scala pentatonica discendente, ricordando di sbieco Ryuichi Sakamoto. Anche in questo caso lunghe pause e sonorità che rimandano, con quelle note ribattute e le forme modali, ad intermezzi classici. Probabilmente questo è uno dei brani con più improvvisazione di quelli presenti nell’album. Hymn for John Lee Hooker è ovviamente un brano dedicato al grande bluesman morto più di vent’anni fa. Una piccola elegia dai toni moderatamente malinconici, dilatata dalle lunghe pause meditative che la Myers è solita infilare tra le battute. Twilight è un’altra fase più sperimentale di questo album, dove la luce del crepuscolo viene evocata da un analogo luccichio di note alte che si sovrappongono a caccia di dissonanze. Ma tutto questo solo dopo una prima parte più lineare piuttosto melodica che s’interrompe dopo circa un minuto per infilarsi in un corridoio di veloci scale lavorate sui toni acuti. C’è un assestamento, poi, dove emerge un maggior equilibrio tra le timbriche, anche se le ultime note sfarfallano all’estremità destra della tastiera. Cairo è tra i brani assolutamente migliori, docilmente appoggiato su una sequenza di accordi consonanti che finisce per ritrovarsi circolarmente, prendendo spunto da un passaggio altalenante tra un accordo minore e uno maggiore, un semitono sopra e un intero tono sotto. L’interessante tappeto armonico diventa cantilenante, più che discorsivo, ma è l’opportuna base su cui la mano destra disegna una parte solista che si libera e sembra cantare l’intimità di un pensiero. Chiude Beneath the Sun, altro brano intriso di contemporanea sperimentazione, che si srotola su linee accordali lontane dalle più comuni armonie funzionali, arrischiandosi in dissonanze che restano comunque in una delimitata zona di conforto.

Il pianoforte della Myers rappresenta il suono della quiete in una serie di declinazioni luminose, note arpeggiate e accordi solenni, tutto a mescolarsi con la dimensione della memoria e degli affetti. I tempi prolungati e caracollanti annullano ogni eventuale tendenza al misticismo promuovendo invece un abbraccio ecumenico, idealizzato, senza romanticismi ma con un senso della ricerca continuo e un’attrazione verso territori poco conosciuti. Partendo dai ricordi dei propri antenati, toccando persone fisicamente reali e icone rappresentative, Solace of the Mind centra il compito non facile di portare sollievo a chi l’ascolta. E lo fa rendendo sacro sia silenzio e sia flusso di note che ne sgorga come da una inesauribile sorgente interiore.

Tracklist:
01. African Blues (3:22)
02. Song for Mother E (6:11)
03. Sensuous (5:19)
04. Steal Away (2:57)
05. Ode to my Ancestors (3:12)
06. Voices (6:01)
07. Hymn for John Lee Hooker (1:32)
08. Twilight (4:50)
09. Cairo (3:45)
10. Beneath the Sun (3:45)

Photo © Crystal Blake

 

 

 

 


 

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