L I V E R E P O R T
Articolo di Olivia Gazzarrini, immagini sonore Beatriz Olabarrieta
Mulatu Astatke è già ai nostri occhi una divinità dell’Olimpo musicale mondiale perché all’età di 82 anni calca il palco del Politeama di Cascina come un felino, oggi solo più lento nel passo, offrendoci lo sguardo fiero ed orgoglioso di averci regalato la sua musica per un’intera esistenza. Questo concerto a cui stiamo assistendo è il Farewell Tour 2025, di addio alle scene e di celebrazione di una leggendaria carriera durata oltre cinquant’anni. Difficile da accettare. Dopo Polonia, Germania, Francia e Belgio arriva finalmente in Italia per recuperare la data del Pisa Jazz cancellata quest’estate. Il tour toccherà poi Oslo, Londra per due date ed infine Galatsi in Grecia come data finale. Per la sottoscritta, che lo ha rincorso per anni senza mai riuscire a vederlo dal vivo, il concerto di Cascina è doppiamente esaltante ed emotivamente potente. Mulatu è un mito ancora gloriosamente in vita, padre fondatore dell’Ethiojazz, genere rivoluzionario di fusione tra musica tradizionale Etiope, Jazz, Latin e Funk. Termine a cui ha reso omaggio più volte durante il maestoso concerto a cui ha dato vita questa sera insieme a sette musicisti magistrali.

Lui che nato in Etiopia, negli ’60 e ‘70 ha la fortuna di studiare musica prima in Inghilterra, poi a Boston, dove impara a suonare il vibrafono, suo strumento feticcio e le percussioni e infine a New York, epicentro artistico in piena esplosione di Free jazz, Latin jazz e Afro jazz, generi di cui si innamorerà, e città che vede canalizzarvi tutti i suoi più geniali esponenti e dove registrerà nel 1966 i suoi primi due album dal nome Afro-Latin Soul, Volume 1 & 2. Riporterà quindi in Etiopia tutte le contaminazioni acquisite dai luoghi musicalmente più esplosivi di quegli anni, per fonderli con le sonorità della proprie radici. Nel 1973 suonerà con la sua band come special guest nientemeno di Duke Ellington, in quell’anno in tour in Etiopia. Per sintetizzare Mulatu Astatke sta all’Ethiojazz come Fela Kuti sta all’Afrobeat. Due leggende della musica non occidentale le cui figure umane ed artistiche continuano ad insegnare ed ispirare questa parte del mondo.

Questo tour in cui esegue anche brani dall’ultimo album in studio Mulatu Plays Mulatu (Strut, 2025), vuole celebrare la sua lunga e folgorante carriera. È anche l’occasione per farci ascoltare in parte il risultato delle sue collaborazioni più recenti, come l’album Tension, con la Hoodna Orchestra di Tel Aviv.
Nonostante si svolga in un teatro di provincia e in una domenica sera, gli spalti sono improvvisamente gremiti di un bellissimo pubblico, carico ed entusiasta, appartenente a più generazioni a ribadire il potere della musica che eleva lo spirito e sfoga le frustrazioni dell’uomo contemporaneo ipercompresso e alla ricerca di una liberazione di mente e corpo, di cui la musica africana è ed è sempre stata l’antidoto e il viatico. Ancora più necessaria, aggiungo, di questi tempi. Proprio l’America se n’è resa conto dai primordi della musica black degli spirituals nei campi di cotone, appropriandosi dei suoi codici sin dai tempi della schiavitù. L’hype adrenalinico ed euforico all’uscita del concerto, diffuso e percepibile tra la gente, è una conferma di questa forza trasformatrice. Che ci è successo? qualcuno si chiede. Cosa è questo benessere totalizzante, irrefrenabile e naturale?

L’aura che riverbera sul palco è di immensa gratitudine e senso di protezione da parte dei suoi musicisti, disposti visivamente in perfetta armonia. In primo piano si trovano, a sinistra della scena, i due fiati, sax tenore e tromba, dietro e in linea il pianoforte a coda e tastiere e accanto, rialzato su una pedana e spostato verso il centro, il violoncello. Mentre sul lato destro abbaglia la sezione ritmica, formata dalle percussioni e dalla batteria, al centro scintillano il vibrafono, magico ed elegante, il Fender Rhodes ed i tamburi che tutti il nostro destreggerà abilmente e indistintamente. Come settimo e non ultimo si smarca il contrabbasso posizionato alle sue spalle. Un’armonia formale, visiva e sonora che restituirà uno spettacolo di livello altissimo, un’esecuzione di grande classe e un suono organico, compatto ed entrancing. Autore amato da Jim Jarmusch ed utilizzato più volte nelle colonne sonore dei suoi film, come il noto Yekermo Sew in Broken Flowers che, quando eseguito, fa incendiare le sinapsi del pubblico adorante accorso a celebrarlo con un calore travolgente. Il tocco del vibrafono svolazza tra le scale e incanta lo spazio in cui la presenza solare e il passo gentile di Mulatu fluttuano da uno strumento all’altro producendo ritmi contagiosi, insieme ai suoni di batterie stratificate e fiati ondeggianti. Una completezza sonora a dir poco perfetta, soprattutto quando rimangono soli, risaltandosi a vicenda, le percussioni, la batteria e il vibrafono. Un trittico perfetto come quello santo. Con la mente partita mi fermo un istante e penso: “è come saltare dentro una cavalcata verso una terra libera e liberata in un tempo che non c’è più, ma esiste e sopravvive solamente nelle note e nei suoni che ci incalzano e ci attraversano”.

In Netsanet ovvero “Freedom”, gli stili si alternano causticamente come solo nell’Ethiojazz, in salti di free jazz alla Miles Davis del periodo più acido ed elettrico, di jazz-punk alla Arto Lindsay, con incursioni distorte del violoncello pizzicato senz’archetto, di fraseggi dissonanti, appena toccati sul piano a coda mentre scivolano su una base ritmica brillante ed incandescente. È percepibile la gioia contagiosa negli occhi dei musicisti e la loro carica interiore trasmessa nelle corde degli strumenti, in un unisono euforico tra cambi improvvisi di atmosfera, l’affinamento della batteria e del violoncello e il piano diventato minimale con le entrate dell’inimitabile suono del Fender Rhodes del nostro. Kulun, il brano che segue e secondo singolo del nuovo disco, è una canzone da matrimonio del repertorio classico Etiope, trasformato da Mulatu e da lui introdotto alle percussioni, eseguito simbioticamente dal flauto traverso dal basso, che guaisce come un animale della steppa in trance. I soli dei musicisti si alternano magistralmente osservati dal maestro con grande approvazione e gratificazione. Quando rivolto a noi pubblico, ho l’impressione che ci guardi singolarmente negli occhi uno ad uno per poi dirci e commuoverci, che se la sua musica ha fatto e fa felici le persone, allora il senso della sua esistenza si è compiutoooo!

In I Faram Gami I Faram gli assoli del percussionista, del flauto e del violoncello creano forme sonore pirotecniche e psicotrope e in Yegelle Tezeta, il piano elettrico si scatena in un sinuoso ed ipnotico suono arabeggiante da incantatore di serpenti, per poi trasformarsi in una eco animalesca e primordiale, che dilata lo spazio e l’immaginazione, in cui il Fender Rhodes entra stiloso. Alle parole “il prossimo brano l’ho scritto per me e si chiama Mulatu ”il teatro ormai carico in crescendo, lo travolge di amore e ovazione. Il picco del finale avviene in un puro free jazz, di festa e celebrazione della vita, quando oramai la gente si è finalmente alzata a ballare. Mi fermo e penso: “questa musica sì fonde con il ritmo dell’universo e unisce il particolare al tutto”. che il suo ascolto forse potrebbe avere anche il potere di calmare le menti deviate dell’odio dilagante e cieco in atto… La figura di Mulatu ci congeda con la mano alzata, quasi un pugno, al cospetto dei nostri volti illuminati e ci dà appuntamento alla prossima volta…”Ci rivedremo nuovamente” dice… me lo sentivo…







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