R E C E N S I O N E
Recensione di Mimmo Stolfi
Dal 2016 in poi, tutto nella musica di Donny McCaslin sembra filtrato attraverso il prisma di Blackstar. L’incontro con David Bowie, e con il suo ultimo atto artistico, non ha solo ridefinito il profilo internazionale del sassofonista, ma ha aperto una ferita creativa che McCaslin continua a sondare, disco dopo disco, spingendo il suo jazz oltre i confini del jazz stesso. Lullaby for the Lost non è un ritorno né un compendio, ma l’ennesima mutazione: un lavoro che accetta il rischio dell’eccesso, che attraversa rock, elettronica, art-pop e avant-funk per ricombinarli in un linguaggio nuovo.
A guidare questa creatura sonora c’è ancora il nucleo della “Blackstar band”: Jason Lindner alle tastiere, Tim Lefebvre al basso e alla produzione, Ben Monder con le sue chitarre spettrali e taglienti. Attorno, un’alternanza di batteristi (Mark Guiliana, Zach Danziger, Nate Wood) che rendono ogni brano un laboratorio ritmico instabile, pronto a scattare da un terreno all’altro.

L’apertura, Wasteland, è già una dichiarazione d’intenti: un paesaggio di chitarre frastagliate, bassi distorti, tastiere ambient che si addensano in un crescendo abrasivo, su cui McCaslin innesta al tenore un assolo feroce, sputato più che suonato. Da lì il disco si muove come un corpo inquieto: Solace fonde industrial e soul-jazz in una progressione luminosa che si apre in un groove, mentre Blond Crush trasforma un’ossessione punk-pop in un inno sghembo, irresistibile, tra Green Day e glam deviato.
Il cuore dell’album pulsa in Celestial: loop di synth, atmosfera sospesa, poi un’esplosione di energia che trascina il sax in una corsa vertiginosa, a metà tra prog e R&B, come se i Weather Report fossero rinati in pieno XXI secolo. La title-track, Lullaby for the Lost, è un’altra vetta. Parte come doom metal rallentato, con chitarre scabre e basso synth, cresce in una tensione quasi insopportabile fino a esplodere nell’urlo straziante del tenore, che resiste e si contorce dentro il magma sonoro.
Non mancano gli spazi intimi, come KID, trio con Lefebvre e Guiliana che gioca su un pattern circolare in equilibrio tra post-bop e psichedelia, o Mercy, finale sospeso, costruito su tappeti ambient e un assolo lirico, modale, che sembra chiudere il cerchio con una fragile preghiera.
Con questo album, McCaslin non offre una semplice “variante” del suo percorso post-Blackstar: segna piuttosto la maturazione di un’estetica che non ha paura di sporcarsi con il rock, di contaminarsi con l’elettronica, di sfiorare il pop senza mai arrendersi al facile consumo. Lullaby for the Lost è feroce e vulnerabile, esplosivo e malinconico, un disco che riflette un decennio di inquietudini, di esperimenti, di visioni condivise con una band che non è più solo un ensemble jazz ma un collettivo sonoro capace di riscrivere il lessico della contemporaneità.
Se Blackstar era stato il detonatore, questo è il risultato della deflagrazione: un canto per i perduti, e un manifesto di resistenza sonora.
Tracklist:
01. Wasteland (5:23)
02. Solace (7:14)
03. Stately (5:55)
04. Blond Crush (4:21)
05. Celestial (6:30)
06. Tokyo Game Show (5:29)
07. Lullaby For The Lost (6:11)
08. KID (4:11)
09. Mercy (5:08)
Photo © Dave Stapleton




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