T E A T R O


Articolo di Alessandro Tacconi

Lingua d’esilio. Lingua essiccata. Lingua che dice ma non si sa leggere. Lingua d’altri luoghi e tempi. Lingua dell’abbandono. Lingua nemica.
L’analfabeta, con la straordinaria Federica Fracassi, ideato con Fanny & Alexander e l’indispensabile regia di Luigi Noah De Angelis, mette in scena il tema centrale del romanzo omonimo dell’esule scrittrice ungherese Ágota Kristóf.
Racconto di una vita, in presa diretta dal banco della fabbrica di orologi, dove ha trovato lavoro una volta lasciato il proprio Paese d’origine.

Prosa asciutta, elementare, essenziale quella a cui ci ha abituato la scrittrice con il romanzo-capolavoro della seconda metà del Novecento, Trilogia della città di K. L’attrice, con grandissimo successo di critica e pubblico, portava in scena l’anno passato anche questo testo.
L’analfabeta, romanzo breve/racconto lungo, prodromico dei “tre quaderni”, s’apre (anzi s’accende) sulla scena, per la prima milanese al Piccolo Teatro Melato, dietro una vetrata.

La disposizione frontale, dietro uno schermo, allude al mezzo televisivo e gli fornisce quella dimensione che normalmente gli è preclusa: la tridimensionalità. Parte essenziale dello spettacolo è il setting audiovideo curato da Luigi Noah De Angelis.
Lo spazio scenico è suddiviso in tre sezioni: la parte sinistra dello schermo-palco dove si trova il banco di lavoro nella fabbrica, qui recita fisicamente l’attrice; accanto a essa, una limitata sezione mediana in cui vengono sviluppati dei giochi d’ombre e vari rilanci prospettico-cromatici; la sezione destra dove prendono corpo i fantasmi e i ricordi dei personaggi del passato, impersonati in video dalla stessa Fracassi: il fratello, i genitori, gli insegnanti…
Il banco di lavoro viene ripreso da alcune videocamere: ciò offre dettagli e punti di vista inediti. La simultaneità dell’immagine del tavolo e dell’attrice in carne e ossa combina forme e consistenze differenti, ampliando la percezione spaziale di un luogo altrimenti assai limitato. L’espediente risulta pertanto assai efficace.

Ágota Kristóf in un’intervista a Serge Bimpage ricordava: “Io non volevo partire. Era mio marito che lo voleva. Egli faceva politica. Aveva paura di essere imprigionato dai russi. Sarebbe stato meglio che lui si facesse due anni di prigione piuttosto che io facessi cinque anni di lavoro in fabbrica”.
Federica Fracassi allora inscena la “recitazione della sorveglianza”. Quella politica, vissuta dall’autrice del romanzo in Ungheria, e quella dell’esule, che apprende una lingua e una scrittura in cui ogni parola è un minuzioso meccanismo, appreso con un lavoro quotidiano di cesello, lo stesso che esegue nella fabbrica di orologi.

L’attrice nella recitazione coniuga un modo deciso e controllato e al contempo incerto. Ogni parola ha trovato il proprio posto, ma non ne siamo certi fino in fondo. Lavoro di precisione e minuzioso, utilizzando una lente di ingrandimento metaforica e reale. 
Grazie all’utilizzo del mezzo tecnico, il video, viene realizzata la simultaneità del tempo presente e di quello passato, i ricordi. L’attrice in 3D dialoga, rivive, mostra brani del proprio passato in 2D.

Federica Fracassi, senza mezzi tecnici così sofisticati, avrebbe dovuto affidarsi alla sola forza del racconto e alla propria espressività corporea (e certo non avrebbe avuto problemi anche con una messa in scena più semplice tecnicamente).
In questo caso, però, l’aspetto visuale ha ampliato la gamma delle possibilità del racconto e dello spettacolo stesso.
Solo in un paio di momenti si sono verificate delle ridondanze in cui i tre segni utilizzati – testo recitato, immagine e suono – mostravano la stessa cosa.      

Titoli di coda. La realizzazione dello spettacolo è stata possibile grazie al contributo di diversi partner: Piccolo Teatro Milano, Teatro Stabile di Bolzano,  Romaeuropa Festival, AMAT Olinda onlus, TeatroLaCucina e il Comune di San Benedetto del Tronto.
Al termine, un applauso caloroso e prolungato ha richiamato sullo spazio scenico Federica Fracassi quattro volte.      

Photo © Masiar Pasquali

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