R E C E N S I O N E


Recensione di Mimmo Stolfi

Ironia e leggerezza s’intrecciano già nel titolo del nuovo lavoro di Ivo Perelman. A Modicum of the Blues: un pizzico, una briciola di blues. Nulla di più. Eppure, quel “modicum” basta a evocare un intero continente emotivo, a richiamare una memoria profonda che scorre nel tessuto stesso del jazz. Da sempre il sassofonista brasiliano, nella sua sterminata discografia, ha spinto l’improvvisazione verso territori di ascetica astrazione, lontano dalle radici, più vicino al puro gesto sonoro che alla tradizione. Ma qui qualcosa si inclina e si ammorbidisce. Non si tratta di un ritorno, ma di una riscoperta, un modo diverso di toccare la stessa terra.

Il quintetto che lo accompagna – Nate Wooley alla tromba, Matt Moran al vibrafono, Mark Helias al basso e Tom Rainey alla batteria – è una piccola comunità di alchimisti. Ognuno porta un’energia specifica, una densità timbrica, un senso dell’ascolto che fa di ogni brano una materia viva che si plasma in tempo reale. L’apertura è una lenta fusione di intenti: voci che si cercano, si misurano, poi si intrecciano in una trama comune. Wooley lancia le prime scintille, il vibrafono di Moran risponde con un tocco carezzevole, quasi a stemperare la tensione metallica dei fiati, mentre Rainey costruisce un ritmo implicito, un respiro più che un tempo.

Il blues evocato dal titolo non è mai letterale. È un fantasma che attraversa le improvvisazioni, un tono, un colore del suono. Eppure, in certi momenti – nel dialogo tra Helias e Perelman nella quarta parte, nel modo in cui Wooley curva le note fino a farle gemere – si sente quella malinconia viscerale che appartiene al linguaggio originario del jazz. Non è un citare, ma un ricordare il blues come archetipo, come memoria genetica.

Perelman, da parte sua, sembra divertirsi. Alterna i suoi celebri slanci altissimi – quei gridi che hanno fatto di lui uno dei più intensi improvvisatori contemporanei – a una voce più rilassata, quasi carnale, che gioca nei registri bassi con una sensualità inedita. In certi momenti il suo sax tenore si fa racconto, in altri puro suono. C’è meno furia, più conversazione. L’interplay è continuo, democratico, pieno di scarti e di intese improvvise.
Il vibrafono di Moran è l’elemento rivelatore. Inserito in un contesto che poteva restare spigoloso, introduce una luce nuova, un riverbero che addolcisce le asperità e rende la musica più porosa. È come se un eco lontano di Bobby Hutcherson filtrasse tra le pieghe della improvvisazione totale, portando una trasparenza che non attenua ma amplifica la tensione.

Ciò che colpisce, in A Modicum of the Blues, è lo spazio. Lo spazio tra i suoni, tra le intenzioni, tra i gesti. Spazio per l’ascolto reciproco, spazio per il silenzio che precede la nota. In un’epoca in cui l’improvvisazione rischia di diventare routine, Perelman continua a cercare il punto d’origine: il luogo dove la musica accade per la prima volta. Forse è proprio questo il senso di quel “modicum”: una misura di umiltà, un ritorno al corpo della musica, alla sua incandescenza. Non il blues come formula, quindi, ma come presenza sotterranea, come linfa che ancora scorre sotto la superficie dell’astrazione.

Un disco intenso, vitale, pieno di piccole rivelazioni. E l’ennesima prova che, nella vastità della sua produzione, Perelman continua a reinventarsi senza mai ripetersi: scavando sempre più a fondo nel mistero della libertà.

Tracklist:
01. A Modicum Of Blues part 1 (13:38)
02. A Modicum Of Blues part 2 (4:57)
03. A Modicum Of Blues part 3 (10:26)
04. A Modicum Of Blues part 4 (7:32)
05. A Modicum Of Blues part 5 (10:01)

Rispondi

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere