L I V E – R E P O R T


Articolo di Daniela Pontello, immagini sonore © Natascia Caronte

Swans all’Auditorium di Milano: il suono come soglia, il corpo come testimone

Sono seduta all’Auditorium della Fondazione Cariplo, un luogo che conosco per la sua acustica perfetta, pensata per la musica classica. Ma stasera è diverso. Stasera è una cattedrale del rumore. Gli Swans stanno per salire sul palco. Non c’è introduzione, solo un gesto di Michael Gira – ieratico, spettrale – e il tempo comincia a dilatarsi. Fondata nel 1982 a New York da Michael Gira, la band ha attraversato decenni di mutazioni stilistiche: dagli esordi nel noise rock e nella no wave, fino a un suono che oggi fonde drone, folk apocalittico, ambient gotico e minimalismo rituale. La voce di Gira – profonda, a tratti zombesca – regge da sola l’intero impianto emotivo. Le loro storie sono ritratti crudi e desolati, manifesti musicali sulla violenza urbana, l’alienazione, il degrado. Echi di una biografia segnata: Gira, cresciuto a Los Angeles tra istituti di correzione, dipendenze precoci e fughe, ha trasformato la sua vita in materia sonora.

Prima che inizi, Gira ci chiede di non usare i cellulari. Nessuna imposizione, solo un invito al rispetto. E il rispetto è assoluto. Per la prima volta non devo farmi strada tra schermi e flash. Tutti sono presenti. Davvero. Immersi. Il volume è assurdamente alto. Non per provocazione, ma per necessità rituale. I tappi per le orecchie distribuiti all’ingresso non sono un vezzo: sono un invito a restare, a non fuggire. Perché gli Swans non suonano per intrattenere. Suonano per trasformare.
La band presenta brani dal nuovo album Birthing, uscito il 30 maggio, alternandoli a composizioni storiche. Ogni pezzo è un rituale a sé: lunghi crescendo, distorsioni stratificate, momenti di sospensione. Birthing, è un viaggio nel ventre del mondo: basso pulsante, chitarre come vene, voce che geme e invoca. La formazione attuale – Christoph Hahn, Christopher Pravdica, Phil Puleo, Paul Wallfisch, Norman Westberg – costruisce un muro di suono fatto di droni, percussioni rituali, tastiere disturbate. Gira guida il flusso con gesti minimi e una voce che non canta: evoca. Un vento che sa di ruggine e di infanzia bruciata.

A metà serata, Gira ci invita ad alzarci. “Muovetevi con me”, dice. E comincia a ondeggiare, come posseduto. Lo seguiamo. Non è danza. È trance. È corpo che risponde al suono. Il pubblico si arrende. Alcuni si rannicchiano, altri chiudono gli occhi. Ogni brano è una stanza: alcune claustrofobiche, altre aperte su paesaggi desolati. Il suono vibra nelle ossa, rimbalza sulle pareti, si insinua sottopelle. Non si ascolta: si subisce. È una forma di purificazione, di resistenza.
Mi risiedo tra le poltrone, con i tappi nelle orecchie, sento il suono attraversarmi nel sangue. Non si può proteggere il cuore dal rumore. Non questo rumore. Esco dall’Auditorium e non parlo. Cammino per Milano come se fossi ancora dentro. Il suono mi accompagna. Gli Swans non offrono conforto. Offrono verità. Cruda, dissonante, disturbante. In un mondo che anestetizza, loro risvegliano. E in quell’Auditorium, si è celebrato qualcosa di raro: la possibilità di sentire davvero.

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