R E C E N S I O N E
Recensione di Giovanni Panetta
Zerogroove (Giuseppe Fantini), artista incentrato su un sound elettronico di genere rumoristico, nel 2023 pubblica l’album Everyday per l’etichetta Kaczynski Editions. Il sodalizio con la label toscana avviene a seguito di un incisivo percorso; Fantini precedentemente era parte attiva dell’etichetta, insieme al sodale Niet F-n, entrambi legati ad un’idea di elettronica contaminata dall’ambient e con un approccio esplicitamente punk, legato nello specifico ad un’estetica il cui retaggio risiede probabilmente nei monumentali e più eloquenti Suicide. Non è un caso che per l’ultimo Whatweare (Dissipatio), Zerogroove viene irradiato da una luce quotidiana o si ritrova a sprofondare negli abissi di un ghetto urbano.

Se in Everyday si esprime un linguaggio colto permeato da un rumore gaussiano e caustico, le direttive di Whatweare conducono il suono in territori metropolitani e legati concettualmente, con una scrittura personale e spontanea, al genere hip hop, in cui il senso principale sembra consistere in un ponte verso sonorità che si stanno definendo, in senso polimorfo ma autoconclusivo nel focus sul lavoro preso singolarmente. Il beat viene emanato da pattern randomici secondo disposizioni di accenti, che conferiscono all’ascolto una scrittura ritmica incalzante; una scrittura motivata dalla sua stessa spontaneità che, in relazione ad un carattere di catalizzazione, ricopre un largo arco temporale di poetiche ed intuizioni in auge soprattutto nel secolo precedente.
Preponderanti sono anche intuizioni più recenti, e feconde nella loro eterogeneità, insieme ad una realizzazione altrettanto personale. In Shame e Many chances for us si prefigurano scenari simili ai lavori di Pan Sonic o Lali Puna, o anche relativi ad alcune divagazioni strumentali degli Offlaga Disco Pax. Ma aldilà di presunte influenze (dirette nel vincolo del contesto o anche parzialmente), Whatweare presenta un esercizio di astrazione in cui regole del gioco, basate su meccanismi sui generis, definiscono un lavoro basato sull’idea di equilibrio. Il suddetto caos termodinamico di suoni glitchati e che, come accennato, si manifestano con una certa ciclicità, raggiunge una maggiore stasi nell’ascolto infondendo un senso di consistenza empatica e al tempo stesso reale, il cui tale disegno appare visualizzabile lungo una dimensione diretta verso un “alto”, e non un “avanti” (riprendendo metaforicamente un’espressione derivata da un celebre racconto di Edwin A. Abbott pubblicato nel 1884). E con Like metallic satellite l’entropia acustica scema verso territori più cacofonici a livello armonico ma maggiormente ariosi nell’intensità della texture, in cui il caos del caso urbano trova una chiusura che rende giustizia e compensa tutto lo sviluppo precedente.
Un lavoro che segna l’ulteriore passo verso una scrittura più platonica, nonché complessa, non solo nell’attingere da più fonti differenti ma anche nel concludere, o per lo meno riaggiornare, l’iter creativo pregresso.
Tracklist:
01. Away, far away
02. Why d’you shoot em up
03. Look at that man
04. Shame
05. Many chances for us
06. That’s what you got
07. We are all guilty
08. Like metallic satellites
Photo © Giuseppe Fantini
Photo e design copertina: Valentina Ramacciotti e Nicola Quiriconi






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