L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Riccardo Bonato (Bi.Photo)

Una festa sold out per “Io della musica non ci ho capito niente”

In una Santeria Toscana gremita fino all’ultima fila, dentro il cartellone della Milano Music Week, il viaggio di Giulia Mei con Io della musica non ci ho capito niente fa tappa in una delle sue serate più importanti. La sensazione è chiara: più che un semplice concerto è una festa costruita intorno a una voce che sa parlare di fragilità, desideri, errori, crescita.
Il pubblico è giovane, giovanissimo in diversi casi: molte ragazze, molti ventenni che si riconoscono in quei personaggi sbilenchi e testardi che popolano le sue canzoni. Si percepisce un’atmosfera di attesa gentile, come se tutti fossero arrivati per ritrovare un pezzo di sé in quelle storie di quotidiano smarrimento.

Ad aprire la serata è Rosita Brucoli, che con un set essenziale e diretto prepara il terreno emotivo: canzoni che tengono insieme intimità e disincanto, il tipo di scrittura che non ha paura di esporsi. È un’introduzione perfetta al mondo di Giulia, che proprio sull’esposizione delle crepe ha costruito il proprio linguaggio.

Quando le luci si abbassano di nuovo, il palco cambia volto: al centro Giulia al piano, alla sua destra Luca Zeverini, in arte Vezeve, giovane talento del beatboxing che governa loopstation e synth; a destra la batteria di Dario Marchetti e alle loro spalle una piccola sezione d’archi con violino e violoncello a cucire il suono. È la naturale estensione del disco: un equilibrio tra cantautorato, pianismo classico e barocco, elettronica e pop d’autore, in cui gli archi aggiungono respiro drammatico e l’elettronica spinge i brani in una dimensione più fisica.

Il cuore della serata sono i testi. Le canzoni di Io della musica non ci ho capito niente raccontano ragazze che inciampano e si rialzano, che si confrontano con un mondo ancora profondamente patriarcale, in cui il corpo, il carattere, perfino i sogni restano sotto esame continuo. In quel groviglio di insicurezze, Giulia insiste sul diritto di costruirsi un “io” e difenderlo. Non ci sono eroine impeccabili: c’è la fatica di tenere insieme fragilità e ostinazione, paura e desiderio di cambiamento.

In scaletta trovano spazio anche i singoli La vita è brutta e H&M, che hanno anticipato l’uscita del disco Io della musica non ci ho capito niente. Dal vivo vengono proposti in arrangiamenti per piano, elettronica e band, con ritornelli che il pubblico segue e canta insieme a Giulia.

Uno dei momenti più attesi è naturalmente Bandiera, il brano che due anni fa ha acceso un riflettore nazionale su Giulia e che nel tempo è diventato un inno contro la violenza di genere. Nel silenzio che precede il primo verso si sente il peso di queste storie di donne costrette a giustificarsi, a giustificare perfino la propria paura. Quando il pezzo esplode, la sala canta con lei: non c’è retorica, solo una condivisione diretta, quasi brutale, di qualcosa che tocca la vita quotidiana di tante persone presenti.

La dimensione collettiva del concerto viene ulteriormente allargata dagli ospiti che, uno dopo l’altro, raggiungono Giulia sul palco. Arriva Anna Castiglia per Un tu scuiddari: le due voci si intrecciano in una canzone che parla di memoria e responsabilità, di quello che non possiamo permetterci di lasciar scivolare via, né come individui né come generazione. L’intesa è evidente, e il brano acquista dal vivo una forza quasi corale, come se la richiesta di “non dimenticare” fosse rivolta a tutte e tutti in sala.

Poi è il turno dei Selton con El Sexo: qui il clima si sposta verso una leggerezza danzante, ma senza perdere lo sguardo critico sul modo in cui il corpo femminile viene continuamente raccontato, esposto, normato. Il gioco tra ironia e consapevolezza funziona, e la pista sotto il palco si muove compatta.

Con Cara allegria fa il suo ingresso Mille, e la canzone diventa un dialogo sulla possibilità di tenere insieme luminosità e vulnerabilità. L’allegria non come maschera, ma come scelta consapevole dopo aver attraversato il buio: un tema che risuona forte in una generazione che si trova a fare i conti con precarietà, ansie climatiche, pressioni sociali e standard impossibili.

Questa tappa milanese del tour Io della musica non ci ho capito niente, prodotto da Locusta Booking, arriva dopo oltre cinquanta date in tutta Italia e rappresenta uno dei passaggi chiave di un percorso live che continua ad allargarsi.

Il palco importante di Santeria non snatura però la dimensione originaria dei brani: il concerto resta un dialogo stretto, un’interrogazione collettiva su cosa significhi diventare adulti senza smettere di mettere in discussione le regole del gioco.

Quando l’ultima nota svanisce e le luci si riaccendono, si ha la sensazione che quella ragazza che “non ha capito niente della musica” abbia invece capito molto del modo in cui una generazione intera cerca di costruirsi, pezzo dopo pezzo, il proprio spazio in un mondo che ancora fatica a riconoscerla. E proprio per questo, quella del 23 novembre a Santeria Toscana non è solo una data importante di un tour di successo, ma una piccola, necessaria dichiarazione d’esistenza.

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