C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Un famoso aforisma di Karl Kraus dice: “La vita famigliare è una indebita intrusione nella vita privata”. Oggi, accomodato in una poltrona del cinema Anteo di Milano, pensavo proprio che Karl Kraus difficilmente sbaglia e il raffinatissimo film di Jim Jarmusch è lì a confermarlo. Tre episodi che si possono definire di ambito famigliare:  il primo, ambientato nel New Jersey dove due figli, Jeff (Adam Driver) e Emily (Mayim Bialik),vanno in visita al vecchio padre che vive nel più completo isolamento in una campagna innevata e in un certo senso desolata, tanto che è la figlia a definire quel luogo con l’espressione “the middle of nowhere” (che nella versione italiana viene tradotto con il bel termine di desolandia).

L’atmosfera è quella della pressoché totale incomunicabilità, i figli non sanno (più) cosa dire all’anziano padre e il padre, interpretato meravigliosamente da un vecchio amico di Jarmush, Tom Waits, non sa cosa dire ai figli. Si comincia col brindare con un bicchier d’acqua e si finisce col bere uno stantio tè. In mezzo non c’è nulla: nessun entusiasmo, nessun dialogo, solo qualche vecchio e annebbiato ricordo. Ma il vecchio padre, non è poi così derelitto poiché, appena dopo aver congedato i figli, si premura di uscire a bere con una vecchia amica.
Anche nel successivo episodio Mother ci si focalizza su un bicchier d’acqua, e sulla sua presunta purezza , benché questa volta offerto insieme a tè e pasticcini, che l’anziana madre dublinese (Charlotte Rampling) prepara per le due figlie Timothea (Cate Blanchett) e Lilith (Vicky Krieps) sue ospiti.

Due figlie molto diverse, una molto formale e anche un po’ stantia, l’altra molto più anticonformista. Il risultato dell’incontro, in una algida e periferica Dublino, è identico a quello dell’episodio precedente: incomunicabilità, noia, anche un certo grado di imbarazzo. Infine nel terzo episodio, Sister and Brother, i due gemelli Skye (India Moore) e Billy (Luka Sabbat) si incontrano a Parigi per liberare l’appartamento dei genitori scomparsi.

Diversamente dagli episodi precedenti, i gemelli non vivono la presenza spesso ingombrante di un genitore, ma un’assenza, quella di una famiglia che è stata felice. Anche qui, per la circolarità di alcuni elementi presenti nel film (come le considerazioni su un vecchio orologio Rolex presumibilmente falso e alcuni skater che transitano in strada in tutti e tre gli episodi), si brinda, non più con acqua o tè ma con una tazzina di caffè, consumata in un locale un po’ anonimo della Rue Fontaine che scende dalla Butte di Montmartre verso la città. Ma anche qui, Jarmush, mette in scena, nel dialogo tra i due gemelli, un malinconico disagio famigliare, questa volta fatto di parole non dette e di rimpianti dai confini sfumati.

Un film pieno di silenzi che dicono più di tante parole, fatto di attese infinite, sguardi e gesti apparentemente poco significativi, ma che sono la trama e l’ordito stessi del film. Un grande cinema che, oltre richiamare le atmosfere rarefatte di altri film di Jarmusch (penso a Broken Flower e allo straordinario Stranger than Paradise), sembra guardare molto più in là, fin quasi a Bergman o anche oltre. Il periodo natalizio non è spesso foriero di grandi novità cinematografiche e forse nemmeno Jarmusch può essere considerato come una novità, ma certamente una importante conferma, un punto fermo nel cinema di qualità che ancora esiste, anche se spesso seppellito sotto la spazzatura cinematografica (natalizia e non).

Rispondi

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere