T E A T R O
Articolo di Alberto Calandriello
La storia della musica, rock, ma non solo, si è spesso fermata in qualche hotel. Ad iniziare, come spesso accade, Elvis, che “in fondo alla fine di Lonely Street” trova il suo Heartbreak Hotel, rifugio per cuori spezzati e malati inguaribili di pene d’amore. Di altro genere l’Hotel California raccontato dagli Eagles, un posto solo all’apparenza accogliente, che, come lo stesso American Dream, ti inchioda in un circolo vizioso, dove “puoi entrare quando vuoi, ma non te ne puoi mai andare”, dove il Sogno diventa incubo e le camere sembrano prigioni. Di recente poi, perfino Springsteen ha creato il suo Moonlight Motel, metafora cruda e dolorosa della disillusione e delle tragiche conseguenze dei fallimenti.

Anche l’Italia ha i suoi Hotel, primo fra tutti il Supramonte, luogo reale sì, ma filtrato dalla poesia del suo autore, Fabrizio De Andrè, che immaginò così la prigionia che dovette subire insieme alla moglie Dori Ghezzi ai tempi del loro rapimento, negli impervi monti della Sardegna; l’amore che sconfigge avversità apparentemente impossibili e prove di resistenza insormontabili per “una donna in fiamme ed un uomo solo”. Dentro un Albergo ad ore lavora il barista immaginato da Edith Piaf e in seguito da Herbert Pagani, un barista che vede davanti a sé passare coppie “tutte uguali”, prima di scontrarsi con l’ennesimo conflitto tra amore e morte.
Ma la storia della musica, ha principalmente un Hotel, vero, reale, cantato da brani immortali e che a differenza delle succitate canzoni, esiste veramente e probabilmente dovrebbe essere inserito nei credits di molti album. Il Chelsea Hotel, nell’omonimo quartiere di New York, è stato per anni sede e teatro di incontri improbabili, amori impossibili, leggende totalmente incredibili ma vere, perché tutto poteva succedere nelle sue stanze.
Ne scrisse, anni fa, Massimo Cotto e i suoi racconti divennero uno spettacolo in coppia con l’amico Mauro Ermanno Giovanardi, che cantava le canzoni e le follie che Massimo raccontava. Sabato 17 gennaio, non a caso al Teatro Alfieri di Asti, il Chelsea Hotel è tornato in scena, per la regia di Alessandro Maggi. Massimo Cotto ci ha lasciati da un anno e mezzo, ma la sua presenza, mai come questa sera nella sua Asti, è forte, concreta, viva. A raccontare e a dare forma e colore alle sue parole, sua moglie, l’attrice Chiara Buratti, a cui spetta il compito, decisamente arduo, di far rivivere non solo gli scritti del marito, ma la stessa passione che lo ispirava, senza lasciarsi da questa sopraffare; al suo fianco, a chiudere una continuità che non si può spezzare, ancora Giovanardi, con la sua voce di catrame e velluto, nera, densa, sensuale e potente. Un passo indietro sul palco, ma fondamentale, la chitarra di Marco Carusino regge l’impalcatura dello spettacolo. Entra ed esce di scena, ma bastano poche note ed un paio di accordi per calare gli spettatori dentro la storia, il mito o la leggenda che Chiara ci ha appena raccontato ed introdurre il cantato di Giovanardi.
Nel corso della serata, i miti, i fantasmi, i drammi associati al Chelsea Hotel riemergono nei ricordi, come nebbia in un freddo mattino invernale; i nomi li conosciamo, Leonard e Janis, Sid e Nancy, Bob ed Edie, Patti e Robert. Per ogni racconto, una canzone, per ogni canzone, un viaggio dentro quel sottobosco di creatività, dipendenza, sesso e dissolutezza che solo tra quelle mura, nemmeno ben tenute, potevano coesistere. A impreziosire la serata, un paio di brani che avrebbero potuto benissimo nascere lì dentro, Il vino di Piero Ciampi che chiude lo show e la già citata Albergo a ore.
Non voglio raccontare oltre, perché lo spettacolo va visto, ascoltato, goduto. Perché le parole di Massimo non possono essere raccontate ed interpretate da altri che non sia Chiara, né cantate da altri che non sia Mauro Ermanno. È una questione di talento certo, ma amplificato dalla condivisione e dall’affetto. Nel buio del teatro astigiano, gli occhi di Chiara brillano di una luce particolare; è qualcosa di più di un’interpretazione, è un tributo ad una vita spesa a raccontare e fare cultura, un tributo pieno di un amore che non si può spiegare a parole.
Vi basti sapere che vi ritroverete incantati a trattenere il respiro, davanti ad una New York innevata e non riuscirete più a dimenticare la voce di Cohen che dice: We are ugly but we have the music.
Per sempre, viva Massimo!





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