R E C E N S I O N E
Recensione di Mimmo Stolfi
A volte un disco non registra semplicemente un incontro: lo lascia accadere. Ne segue le frizioni, le accelerazioni, i punti di instabilità. Chicago Tapes di Angelika Niescier nasce esattamente in questo spazio. Non è un album “registrato a Chicago” nel senso turistico del termine, ma un attraversamento profondo di una scena, di una sua energia specifica, di una certa idea di collettività musicale che non attenua le singolarità, le rende anzi più appuntite.
Niescier, sassofonista contralto polacca, da tempo tra le voci più autorevoli del jazz europeo, arriva a questo progetto dopo anni di dialoghi serrati con la scena statunitense – New York prima, il Midwest poi – e lo fa portando con sé un linguaggio già maturo, nervoso, altamente articolato. Chicago Tapes non è dunque un punto di partenza, ma un capitolo ulteriore, un momento in cui la sua scrittura aperta e i suoi “sketches” trovano un ambiente capace di assorbirli e rilanciarli con forza centrifuga.

L’ensemble è ampio e mobile, costruito attorno a figure chiave della Chicago più avventurosa: Dave Rempis, Jason Adasiewicz, Nicole Mitchell, Luke Stewart, Mike Reed. Musicisti che non suonano “sopra” le composizioni, ma le abitano, le deformano, le espongono al rischio dell’imprevisto. Fin dall’incipit, Rejoice, Disrupt, Resist, la musica si carica di una valenza apertamente politica, come risposta rabbiosa e lucida alle repressioni anti-immigrazione dell’era Trump. Il doppio contralto di Niescier e Rempis non cerca fusione, ma attrito: linee che si inseguono, si urtano, si incendiano, sostenute da una sezione ritmica elastica, in cui il vibrafono di Adasiewicz introduce una luminosità obliqua, mai decorativa.
Questo gioco di densità e trasparenze attraversa tutto il disco. In Great Horned Owl e Fluxed, l’interplay si fa più sotterraneo, quasi carsico, esaltandosi in movimenti paralleli, contrappunti instabili, in un flusso percussivo finemente modellato da Reed che trasforma il tempo in materia plastica. In Poronek, l’incontro con il flauto di Nicole Mitchell apre invece a una dimensione estatica, fatta di crescendi ininterrotti e scambi che sembrano respirare all’unisono, senza mai perdere un briciolo di tensione.

Brani come Samo (bsqt) e Bouncin’ The Ledge mostrano forse il cuore del progetto: un’idea di collettività rumorosa, porosa, attraversata da improvvise esplosioni e ripiegamenti. Il flauto svolazza, il sassofono si allarga in arcate ampie, il basso di Stewart e la batteria di Reed costruiscono una propulsione che non è mai mero supporto, ma motore dialogante. La musica si muove in uno spazio liminale, dove il fantasmatico e il concreto convivono senza gerarchie.
La conclusiva E Randolph Street, con il suo groove in 4/4 sciolto ma insistente, non chiude tanto il discorso quanto lo rimette in circolo attraverso motivi che emergono, rifluiscono, si trasformano, come la passeggiata urbana di un flâneur in cui ogni incrocio apre nuove possibilità.
Radicato nell’avanguardia e nell’improvvisazione libera, Chicago Tapes mette in luce la capacità di Niescier di adattare il proprio linguaggio a contesti costantemente nuovi senza mai diluirlo. Come osserva Peter Margasak nelle note di copertina, “questo ensemble è una lezione pratica di come l’individualismo radicale possa convivere con una coesione profonda”. Più che una tappa isolata, il disco suona come l’inizio di una relazione destinata a durare. E se questo è solo il primo capitolo, vale davvero la pena seguirne gli sviluppi
Tracklist:
01. Rejoice, Disrupt, Resist (8:20)
02. Poranek (2:55)
03. Samo (Bsqt) (11:12)
04. Ext. 17 (3:41)
05. Great Horned Owl (3:52)
06. Fluxed (7:59)
07. Bouncin’ the Ledge (9:22)
08. Perigeo (5:40)
09. E Randolph Street (5:17)
Angelika Niescier – Alto Saxophone
Jason Adasiewicz – Vibes
Nicole Mitchell – Flute
Mike Reed – Drums
Dave Rempis – Alto & Tenor Saxophone
Luke Stewart – Bass
Cover art and graphic design © Jonas Schoder






Lascia un commento