C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Volendo scrivere dell’ultimo film di Paolo Sorrentino, La Grazia, dopo che lo hanno fatto già tutti, si rischia di non avere più argomenti da sviscerare in un commento. Film sul peso delle decisioni? Già detto. Film sulla solitudine del Presidente? Già detto. Film sul rimorso? Anche. Un film imperniato sulla nostalgia? Già  detto. Film su Mattarella? su Scalfaro? Già detto… Insomma hanno già detto tutto, tutti, prima di me. Allora cerchiamo qualcosa di non detto. In realtà un sacco di cose non vengono mai dette sui film di Sorrentino, poiché paiono tutti sempre alla ricerca dei messaggi e delle morali finali dei suoi film, trascurando, vizio principe anche della critica italiana, le sue immagini. Sì le immagini, quelle che una dopo l’altra compongono il film e senza le quali il cinema potrebbe essere un racconto o un radiodramma.

Il Presidente della Repubblica Mariano De Santis non poteva che essere interpretato da un Toni Servillo che, nei primi e primissimi piani di tutto il film, sembra rimbolsito oltre che invecchiato, così come, anche nell’immaginario degli italiani, sembrerebbe dover essere un Presidente di qualcosa e in particolare della Repubblica. Anche la figlia Dorotea (che non poteva che chiamarsi così, con un padre che si chiama Mariano come Rumor che fu un doroteo DOC), sembra essere stata ritagliata da una fotografia della vera figlia di un presidente. Il Quirinale sembra una fortezza disabitata e non un brulicante formicaio quale esso è nella realtà. Queste immagini rafforzano enormemente il senso di solitudine del Presidente chiamato a prendere le sue ultime decisioni prima della fine del mandato: due domande di grazia e la legge sull’eutanasia. A primi piani sul Presidente, dominanti in tutto il film, Sorrentino alterna immagini di ambienti solenni, austeri, molto formali con immagini più dirompenti, come l’interno della stazione orbitante proiettata su un grande schermo, dove un astronauta italiano (immaginate voi chi), si commuove e rilascia nello spazio senza gravità una piccola lacrima. La stessa che scorrerà sul viso del presidente sempre tormentato dal pensiero della moglie scomparsa molti anni prima, sospettata di un tradimento.

Al Presidente viene spesso consigliato di essere leggero e così apparirà nella scena finale, assolutamente onirica e fuori contesto, dove vaga in assenza di gravità al posto dell’astronauta. È una immagine avulsa, ed è proprio questa che cerca Sorrentino in quasi tutti i suoi film: un’immagine simbolica che sappia però scaturire da una concatenazione di fatti reali e soprattutto, plausibili. L’immagine di un cavallo nella scuderia del Quirinale che si ammala e dovrebbe essere abbattuto, è simbolica e consente al regista di costruire la similitudine con la firma sotto la legge sull’eutanasia. Sorrentino però non sceglie la strada più semplice, quella di mostrare le immagini di un malato terminale, ma quella un po’ più metaforica dell’agonia di un animale e anche qui, simbolica, ma plausibile, nell’economia del racconto. Anche il Papa che il Presidente ama interpellare come consigliere spirituale, è esso stesso un’immagine simbolica: di colore, capelli rasta e scooter, un Papa come potrebbe o dovrebbe essere. Così come il fumus persecutionis prodotto dal ricordo e dal tormento dell’ipotesi o tradimento da parte della moglie, diventa una nebbia, quella della Pianura Padana, terra d’origine della donna, dove il Presidente la rivede quasi sollevata da terra: la nebbia del ricordo e quella fisica, una figura simbolica che fu anche, a suo tempo, un ottica e tangibile.

Sorrentino costruisce molti episodi dei suoi film, se non addirittura interi film, attorno alle immagini simboliche che sembrano perseguitarlo (penso a La grande bellezza ma anche a Youth, a Parthenope e ad altri film) o forse sono addirittura quelle immagini a diventare poi film. Le due domande di grazia avranno diversa sorte, una respinta e una concessa: anche qui le due diverse situazioni sono rappresentate da un uomo ordinario e mite a cui la grazia verrà negata e quella di una donna anticonformista, quasi invasata a cui la grazia verrà concessa. Per usare una terminologia kantiana, vediamo il fenomeno e non il noumeno,  come sembra suggerirci tutto il cinema di Paolo Sorrentino. Ed è il motivo per cui lo amo. Per i significati o le interpretazioni, consultate pure Wikipedia.

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