C I N E M A


Articolo e fotografie di Rossana Ghigo

Tutto quello che segue è stato raccontato come si raccontano le cose importanti: senza orpelli, senza finzione, senza rumore inutile. È successo durante una serata a Finalborgo, nell’Auditorium Destefanis, lunedì 15 dicembre 2025, uno spazio raccolto e carico di ascolto, dove le parole non vengono amplificate, ma attraversano il silenzio e restano. La serata è stata promossa da L’Altoparlante di Fabio Gallo, grazie al patrocinio del Comune di Finale Ligure, con il sostegno degli assessori alla cultura impegnati nel progetto del Finale Music Festival e con il contributo fondamentale di Roberto Grossi, figura di primo piano nel panorama culturale e sociale del finalese, da anni attivo nella valorizzazione del territorio e dei suoi eventi. Piero Pelù non era lì come rockstar, ma come uomo.

A guidare il racconto l’eleganza di Chiara Buratti, giornalista e attrice, sua carissima amica, capace di fare domande che non cercano lo scoop ma la verità. Una presenza autorevole e al tempo stesso familiare, in grado di tenere insieme memoria, profondità e rispetto dei tempi emotivi. Chiara Buratti è una giornalista Rai con una lunga esperienza nel racconto culturale e musicale, capace di attraversare linguaggi diversi senza perdere rigore e sensibilità. Accanto al lavoro giornalistico ha sviluppato anche un percorso come attrice, portando in scena reading, progetti teatrali e narrazioni che intrecciano parola, musica e memoria.

Durante la serata di Finalborgo non ha condotto un’intervista ma accompagnato un racconto. Chiara è anche la moglie di Massimo Cotto, figura amatissima da Pelù e da tutto il mondo della musica italiana. Parlare quella sera ha significato anche parlare con Massimo. Massimo è stato sempre presente. Nei ricordi, nelle parole, nei libri, nell’affetto che ancora vibra. Il rapporto tra Piero Pelù e Massimo Cotto non è mai stato solo professionale. Era un’amicizia vera, fatta di dialoghi lunghi, ironia, confronto e fiducia. Massimo ha scritto libri importanti su Piero, raccontandolo non come icona immobile ma come uomo complesso, contraddittorio, in continua trasformazione. Pelù ha ricordato più volte come Massimo sapesse coglierlo nei momenti di fragilità, quando dopo un concerto o un’intervista restava in silenzio più del solito, intuendo che dietro l’energia c’era stanchezza o bisogno di protezione.

Durante la serata è stato proiettato anche il docufilm Rumore dentro. Le immagini hanno aggiunto profondità al racconto, mostrando il percorso umano e fisico di Pelù nel confronto con l’acufene, il trauma, la paura e la lenta ricostruzione di un nuovo equilibrio. In più di un’intervista ha raccontato che la decisione di girare il docufilm è nata dopo una notte insonne, una delle tante, quando il fischio era così forte da sembrare un allarme continuo: «Ho capito che se non lo raccontavo io, quel rumore avrebbe raccontato me».

La voce di Piero Pelù non è solo un timbro riconoscibile: è una ferita che canta, un graffio che racconta una generazione e, insieme, un uomo che ha imparato a convivere con il rumore quando il silenzio gli è diventato ostile. La storia parte da Firenze, città non solo d’arte ma di sottosuolo inquieto, fatta di club, cantine e urgenza espressiva. Pelù non cerca una voce bella, ma una voce vera. Il palco diventa presto un’estensione del suo corpo. Ha raccontato più volte che da ragazzo cantava anche quando non c’era nessuno ad ascoltarlo, perché per lui la voce era prima di tutto un modo per non sentirsi invisibile.

L’incontro con Ghigo Renzulli è decisivo.  Nascono i Litfiba, un acronimo nato dall’indirizzo telex della loro prima sala prove, situata in via de’ Bardi 32 a Firenze. La sigla sta per: LIt (Località/Italia), FI (Firenze), BA (Via de’ Bardi).

Il progetto indipendente e profondamente europeo. La “trilogia del Potere” non è solo musica ma una presa di posizione politica ed estetica. In quegli anni la musica rock vive anche forme estreme di resistenza: nell’Unione Sovietica, il regime comunista capitanato da Zdanov, vieta di importare e condividere musica straniera. Molti dischi occidentali vengono proibiti e vengono dunque incisi clandestinamente su radiografie mediche con la tecnica detta “rebro”. Sono i cosiddetti “dischi d’ossa”, lastre con costole e vertebre visibili che giravano su giradischi improvvisati, simbolo di una musica che non può essere censurata.  Pare che anche alcuni loro brani (nel filone unofficial) passarono la dogana in questo modo riassumendo perfettamente il concetto che la musica, come la libertà, trova sempre un varco.

I concerti diventano rituali collettivi. Il volume è altissimo, il corpo viene spinto oltre il limite. Pelù ricorda spesso concerti in cui scendeva dal palco senza voce, con le orecchie che fischiavano per ore, convinto che fosse “normale”. In un’intervista ha raccontato di un live in cui, a fine concerto, non sentiva più il pubblico applaudire ma continuava a sorridere e a ringraziare, perché pensava fosse solo stanchezza.

Con il successo arrivano anche le tensioni interne e, infine, la separazione. La scelta solista di Pelù non è una fuga, ma un salto nel vuoto necessario per restare fedele a sé stesso. Il corpo però presenta il conto. Anni di continuo rumore culminano in un incidente in sala di registrazione: un’esposizione improvvisa e violenta.  Da quel momento compare l’acufene, un fischio costante che non si spegne mai. Piero ha raccontato che all’inizio pensava sarebbe passato da solo, come altre volte. Quando ha capito che non sarebbe successo, ha avuto paura. L’acufene non è solo un problema fisico ma una presenza invasiva che porta insonnia, ansia e tensione. Per un cantante è una crisi identitaria. Attraversa momenti durissimi poi impara una nuova disciplina: protezioni, volumi controllati, pause. Raccontare pubblicamente l’acufene diventa un atto catartico, un modo per dare voce a un problema spesso taciuto nel mondo della musica. La carriera solista diventa così un territorio di verità: dischi più personali, una voce meno sprecata e più intenzionale. In più di un’occasione ha raccontato che oggi canta “meno” ma “meglio”, perché ogni nota è una scelta. È qui che emerge con forza Piero Pelù come uomo profondamente empatico. Il dolore non lo chiude, non lo allontana dagli altri: lo rende più attento, più presente, più capace di riconoscere la sofferenza nel prossimo. Molti fan raccontano di incontri in cui Pelù ha ascoltato in silenzio storie di malattia, perdita, paura, senza interrompere, senza minimizzare. Arriva al suo pubblico con amore autentico, perché il suo stesso dolore lo ha cambiato, insegnandogli ad ascoltare davvero. Il viaggio diventa terapia. Il deserto diventa casa interiore. Nel deserto ha imparato a camminare senza meta precisa, accettando il silenzio come compagno e non come nemico. La sabbia, il vento, il vuoto, la terra, l’infinito… La Camargue è un altro luogo dell’anima, terra selvaggia e libera. Qui nasce anche la devozione per Santa Sara, patrona dei gitani, non come religione ma come rispetto profondo per chi vive ai margini e in cammino.

Durante la serata Pelù parla anche della famiglia: l’amore per le figlie, il rispetto per la loro libertà, l’affetto profondo per il nipote, vissuto come promessa e continuità. Ha raccontato come la paternità lo abbia reso meno impulsivo e più attento alle conseguenze delle proprie scelte. In una vita a volume altissimo la famiglia è il luogo dove abbassare la voce senza perdere identità.

L’impegno sociale accompagna tutta la sua carriera: diritti umani, ambiente, antifascismo, solidarietà. Anche raccontare l’acufene è un atto sociale, di prevenzione e responsabilità. Ha più volte ribadito che se anche una sola persona, grazie alla sua storia, decide di proteggere l’udito o di non sentirsi più sola, allora raccontarsi è servito.

Al termine dell’intervista Piero è rimasto a lungo con il pubblico in sala. Non si è sottratto a nessuno. Ha parlato con tutti, uno per uno, con affetto e amicizia, ascoltando storie, stringendo mani, regalando parole sincere. Senza fretta, senza distanza, come fa chi considera l’incontro umano parte integrante del proprio percorso.

Ha espresso anche un amore sincero per Finalborgo, rimanendo colpito dalla sua bellezza discreta e autentica. Un paese che non si mostra, ma si lascia scoprire: vicoli di pietra chiara, archi medievali, piazze raccolte che sembrano fatte per fermarsi a parlare. Finalborgo è silenzio e memoria, è storia che non ha bisogno di alzare la voce, ed è forse per questo che Pelù lo ha sentito così vicino: un luogo che, come lui, ha imparato a custodire il proprio rumore interiore. In quell’Auditorium di Finalborgo le parole di Piero Pelù non sono state uno spettacolo ma un dono.

Un uomo che ha attraversato il rumore ed è rimasto in piedi. Cantare, oggi, non è vincere il silenzio: è conviverci. Ed è forse questa la forma più alta di resistenza.

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