R E C E N S I O N E


Recensione di Mimmo Stolfi

Alcuni dischi maturano lontano dai riflettori, crescono per stratificazione di gesti, prove, ritorni, e quando arrivano portano con sé una calma che non chiede legittimazioni. Dance! Skip! Hop! del Tomeka Reid Quartet ha questa qualità di evidenza tranquilla: un album che non ha bisogno di proclamarsi evento perché nasce da una storia già sedimentata. È il quarto capitolo di una discografia costruita con pazienza artigianale, e conferma come la violoncellista e compositrice di Chicago occupi oggi una posizione centrale nel jazz contemporaneo d’area sperimentale, capace di coniugare ricerca timbrica e chiarezza formale. Reid forma con Mary Halvorson (chitarra), Jason Roebke (contrabbasso) e Tomas Fujiwara (batteria) un organico che suona con l’intesa di chi condivide da anni tournée, registrazioni, errori e scoperte.

Dopo il debutto omonimo del 2015, Old New (Cuneiform Records, 2019) e 3+3 (Cuneiform, 2024) – quest’ultimo più apertamente orientato verso la composizione di ampio respiro – il quartetto sceglie qui di spostare il baricentro sul corpo. Il titolo, mutuato da A Dance and a Hop del cornettista Josh Berman (nel quale figura proprio Roebke), funziona insieme come invito e dichiarazione d’intenti: ballare, saltare, ondeggiare, anche restando seduti. Cinque composizioni, cinquanta minuti di musica: un formato generoso che Reid governa con intelligenza drammaturgica. Ogni brano si configura come un piccolo ecosistema, capace di aprirsi, mutare direzione, ritornare su di sé e poi rilanciarsi verso nuovi territori. La scrittura resta rigorosa nei nuclei generativi, ma si muove con naturalezza nell’articolazione, evitando la retorica del gesto “importante” e puntando piuttosto su una tensione che cresce per accumulo.

La traccia che apre e dà il titolo all’album parte con un riff all’unisono di violoncello e chitarra – pizzicato, angoloso, sorprendentemente orecchiabile – sorretto da una pulsazione che Fujiwara anima con spazzole leggere. C’è un’aria vagamente bop, ma il brano non si cristallizza in quell’allusione: a metà strada si trasfigura, le tre voci melodiche si liberano intorno al motivo portante, la trama si infittisce, finché Fujiwara passa alle bacchette e spinge il quartetto verso un finale rumoroso, energico, dichiaratamente fisico.
a(ways) for CC and CeCe è il brano più denso e insieme più intimo del disco. Il titolo rende omaggio a Clarence James, figura familiare del Velvet Lounge di Fred Anderson e sostenitore della comunità jazz di Chicago fino alla sua scomparsa nel 2018, e alla prozia Cece, novantenne, presenza di conforto durante gli anni della pandemia. L’avvio affidato al timbro rotondo di Roebke apre a una costruzione che assorbe funk, suggestioni world, inflessioni latine e pratiche dell’avanguardia in una collisione continuamente ricalibrata. I cambi di metro sorprendono senza mai apparire arbitrari: è musica che racconta, senza bisogno di illustrare.
Under the Aurora Sky rappresenta il momento più raccolto dell’album. Prende avvio come una ballata, con il violoncello ad arco che espone una linea elegiaca, per poi crescere verso un’intensità più esplorativa, sostenuta dalla base elastica e affidabile di Roebke e Fujiwara. Halvorson sceglie una presenza misurata: raddoppia le linee, inserisce accordi obliqui in funzione di sostegno, si fonde nella trama collettiva. Ne nasce una tessitura quasi da trio d’archi, di un equilibrio timbrico raro.

Oo Long! è invece l’episodio più ruvido ed elettrico. Il titolo allude al tè oolong servito al ristorante Soba-An di Düsseldorf, dove Reid ha soggiornato durante la residenza al festival di Moers: un dettaglio domestico che diventa il pretesto per il brano più abrasivo del disco. Il groove affonda nel funk, la chitarra di Halvorson scivola nel rumore con un’attitudine indie-rock che può richiamare Sonny Sharrock o il Bill Frisell di Power Tools. Reid risponde pizzicando il violoncello con una fisicità quasi percussiva, mentre Fujiwara governa la tensione senza irrigidirla.
A chiudere, Silver Spring Fig Tree, una serenata trattenuta che riequilibra il quadro con un gesto affettuoso. Omaggio a Steve Feigenbaum della Cuneiform Records e alla città in cui Reid ha mosso i primi passi con il violoncello, il brano si muove in un contrappunto leggero, attraversato da suggestioni folk. Qui la pienezza del suono di Roebke si impone con particolare evidenza: un finale sobrio, calibrato, che evita qualsiasi compiacimento elegiaco.

Nell’insieme colpisce la capacità del quartetto di far convivere polarità che spesso vengono tenute separate: nitidezza costruttiva e generosità improvvisativa, complessità armonica e leggibilità melodica, fisicità del groove e densità intellettuale. Reid scrive per le intersezioni, per le tessiture, per il movimento interno del gruppo, non per la dialettica solista/sezione ritmica. Dance! Skip! Hop! affonda inoltre le radici in una storia familiare – le fotografie in copertina ritraggono bisnonna, nonna e prozia di Reid, ritrovate durante una visita ai parenti paterni in Wyoming nel 2008 – e da quella genealogia discreta trae una qualità di continuità e responsabilità affettiva che attraversa l’album senza bisogno di dichiararsi, come una fedeltà silenziosa al proprio terreno di crescita.

Tracklist:
01. dance! skip! hop! (10:13)
02. a(ways) For CC and CeCe (8:30)
03. Oo long! (6:41)
04. Under the Aurora Sky (11:49)
05. Silver Spring Fig Tree (10:06)

Tomeka Reid – cello
Jason Roebke – bass, cassette
Mary Halvorson – guitar
Tomas Fujiwara – drums

Album art + design © TJ Huff
Photo 1 © Michael Jackson


Rispondi

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere