T E A T R O
Articolo di Alessandro Tacconi
Mia città! Mia contristata, mia umiliata, mia derelitta, mia assediata,
mia esacerbata città! Costituitosi in altare, l’economico imperio
(e imperativo, anche) (anca) esigendolo,
epperò privo d’ostie (e sacramenti, anche)
(Giovanni Testori, In exitu)
Santi in bottiglia. In una stazione dismessa della metropolitana di Milano, tra un gruppo di giovani senza tetto, l’arrivo di una ragazza in difficoltà ne rompe la quotidianità. In questo luogo sospeso prende vita la leggenda di Andreas, una parabola fragile e miracolosa che si fa racconto collettivo. Tra cartacce, bottiglie vuote e avanzi di cibo sei giovani senza dimora che hanno perso il proprio posto nel mondo, o non l’hanno mai cercato. Sei voci di una città che non ricorda i loro nomi e la loro esistenza e soprattutto ha scordato uno dei suoi personaggi più leggendari: Andreas Kartak. Come tutte le leggende anche questa, passando di bocca in bocca, viene mistificata, cambiata, alterata, osannata. In essa si rispecchiano le esistenze stesse di chi la racconta una volta di più.

I giovani attori che danno voce al celebre racconto di Joseph Roth sono Donato Carabellese, Elisa Cavallo, Gabriele Di Grali, Tommaso Di Pietro, Matteo Gregotti e Steven Zarco. Si sono divisi il racconto e hanno regalato al pubblico aspetti molto personali e inediti della storia. Decisamente convincente la loro performance.
Il progresso anca (anca). Il progresso (anca) partorito avea nell’ingresso…;
“del rest, ’sculta, anca se…”; anca, cosa? Partorito, dicèvasi, avea enormità elevantesi ai cieli (ad coelos) smissili, slaser,
disacciaiesche, schimiche, post-schimiche escatologie…
(Giovanni Testori, In exitu)
Prequel littero-cinematografico. Joseph Roth scrisse La leggenda del santo bevitore nel 1939 e venne trasposto sul grande schermo da Ermanno Olmi con uno straordinario Rutger Hauer nel 1988. Il film vinse il Leone d’Oro al cinema di Venezia, il David di Donatello, il Nastro d’argento e il Ciak d’oro. Un clochard vive sotto i ponti di Parigi e riceve 200 franchi con la promessa di restituirli alla “piccola Santa Teresa” nella chiesa di Santa Maria de Batignolles. Inizia in questo modo la piccola odissea dell’alcolista Andreas Kartak per riuscire a portare il denaro dove gli era stato chiesto.

L’adattamento. In scena gli attori si alternano nella narrazione, variano la leggenda, l’attraversano come accade alle storie che continuano a essere tramandate. Il santo bevitore è un viaggio tra chi cerca un riscatto e chi vive ai margini. Momenti particolarmente felici della messa in scena ve ne sono stati diversi a cominciare dall’incipit delle canzoni in milanese al finale polifonico. Ogni attore è riuscito a dare un colore molto personale alla parte della leggenda che doveva narrare. Quando la storia è stata narrata, ad esempio, a due voci, alterando la scansione prevedibile racconto/pausa/racconto/pausa, ciò ha funzionato molto bene.
… vèdasi, poi, classi, iperclassi, castrazioni
e distruzion delle medesime (classi) (di àsen).
E ti? Eccuta, ti? Mi? Nissùn. Nemo.
(Giovanni Testori, In exitu)
Crediti… Regia e scenografia sono di Tommaso Di Pietro che ha curato anche la drammaturgia insieme a Blu Silla. La locandina è stata realizzata da Gabriele Martinelli ed Elisa Cavallo. Lo spettacolo è un progetto di Officina Teatrale Mirandola con la collaborazione di Regula Teatro e la produzione Teatro Out Off.

… und Criticità. A mio avviso se a dei giovani alcolizzati senza fissa dimora si vuole dare la parola, allora la recitazione in perfetta dizione è risultata un po’ troppo accademica/artificiosa. Sporcare imbarbarire strangolare le lingue che dicono parole. Buttare via il testo, strapazzarlo, accartocciarlo come sono “incartolate” le esistenze di questi giovani (auto)defenestrati dalla società. Imbruttirlo come il luogo quasi evanescente in cui vivono. Essere un barba (come si dice a Milano) è un’esperienza estrema dove la mente e la lingua sono state tagliate fuori da ogni logica sociale e consumistica, allora sia la consunzione stessa a prendere voce e a togliere le “belle parole”. Benvenuto Testori!
Il filo logico del racconto in alcuni momenti s’è fortunatamente perduto! Gli alcolizzati vivono in uno stato di alterazione percettiva, in cui i propri pensieri incocciano quelli altrui senza soluzione di continuità. Signori e signore va in scena il delirio alcolico!
Sipario. Un soggetto del genere non era semplice da trattare e il numeroso pubblico in sala ha giustamente plaudito il pregevole lavoro fatto dalla giovane compagnia teatrale. E noi con esso.



Photo © Leonardo Luca Sammito






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