T E A T R O
Articolo di Daniela Pontello, immagini sonore © Natascia Caronte
Tradimenti all’Out Off: Un’anatomia del ricordo (e della bugia)
Lo spettacolo Tradimenti di Harold Pinter, attualmente in scena al Teatro Out Off di Milano per la regia di Maurizio Schmidt, è un’operazione raffinata che gioca tutto sulla sottrazione e sulla memoria. Non è solo teatro; è un esperimento sulla percezione del tempo che costringe a diventare complici e testimoni. Sedersi in platea all’Out Off per questo allestimento è un’esperienza che mette quasi a disagio, ma nel senso migliore del termine. Appena entri, la scenografia ti comunica una cosa precisa: tutto è già finito. I mobili coperti da lenzuoli bianchi danno alla sala un’aria sospesa, come un archivio della memoria che sta per essere riaperto. Ti senti come se varcassi le soglie di una casa appena abbandonata o del magazzino dei ricordi dei protagonisti.

Man mano che lo spettacolo procede a ritroso (dal 1977 al 1968), questi teli scompaiono, i mobili vengono “scoperti”. Mentre la verità si svela, la scena si riempie di oggetti. Si torna a quando la vita era piena, prima che le menzogne svuotassero tutto. La forza dello spettacolo sta nell’evitare le grandi scenate. Qui il tradimento si gioca nei dettagli. Il trio attoriale (Lucrezia Mascellino, Claudio Pellegrini, Gaetano Franzese) lavorano per sottrazione. Emma è un centro di gravità ambiguo, Jerry l’amante quasi ingenuo nella sua colpa e Robert il marito la cui freddezza borghese nasconde la ferita più profonda.

L’effetto sullo spettatore è che si sente un intruso. La vicinanza fisica tipica dell’Out Off permette di cogliere ogni micro-espressione, rendendo i celebri “silenzi pinteriani”. Sente il rumore dei bicchieri di whisky, il fruscio dei vestiti e, soprattutto, il peso dei silenzi. In Pinter, le parole servono a nascondere la verità, mentre le pause la rivelano. Cerca di capire chi sta mentendo a chi, sapendo già (grazie alla struttura a ritroso) come andrà a finire. Si rende conto che il vero tradimento non è tanto quello erotico tra Emma e Jerry, ma quello tra i due amici, Jerry e Robert.

Una scelta peculiare di questa produzione è la presenza costante del pianoforte in scena, suonato dal vivo da Chiara Schmidt. La musica (da Satie a Chopin) non è un semplice sottofondo, ma funge da “orologio scenico”, scandendo i salti temporali e sottolineando la tensione emotiva dei dialoghi. L’ultima scena — il momento del primo approccio amoroso — è straziante. Vedere l’origine di una passione sapendo già quanto squallore e quante bugie produrrà è l’essenza della tragedia pinteriana. Lo spettatore apprezza l’onestà brutale.
È uno spettacolo lucido e raffinato che non regala catarsi. È impossibile non chiedersi, almeno per un istante, quante “omissioni” esistano nelle nostre relazioni quotidiane.







immagini sonore © Natascia Caronte






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