L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Daniela Pontello

Martedì l’artista toscano, con all’attivo una ventina di incisioni, è stato di scena in Trio, al teatro Menotti. Uno spettacolo intimo, ruvido e irresistibilmente umano, in cui Bobo Rondelli, ora divertito nel farsi chiamare Robertino, trasforma il palco in un salotto livornese pieno di storie, risate, malinconie e verità. Sul palco Rondelli non è solo. Con lui: Meme Lucarelli (chitarra e cori) e Simone Padovani (percussioni). È un trio che funziona perché è fraterno, come dice lo stesso Rondelli: “Andare in tournée con loro è come tornare in colonia: ti senti libero e ti scordi persino di invecchiare”. E questa libertà si sente tutta: nei tempi, nelle improvvisazioni, nelle battute che nascono spontanee. Rondelli non canta soltanto: racconta. E quando racconta, il teatro diventa un bar di Livorno, un taxi milanese, un ricordo di famiglia.

Lo spettacolo attraversa trent’anni di carriera, è un flusso emotivo che alterna ironia tagliente, poesia quotidiana, confessioni di vita vissuta, riflessioni amare ma mai rassegnate. Rondelli sceglie brani che respirano bene sul palco, che si prestano al racconto e alla confidenza: Madame Sitrì, Licantropi, Nara F (dedicata alla madre, uno dei momenti più intimi.

Ogni pezzo è introdotto da un racconto, un ricordo, un frammento di vita. La musica diventa così parte di un discorso più ampio, che unisce autobiografia e osservazione sociale. Ogni canzone diventa un capitolo di un romanzo popolare, pieno di personaggi, bar, amori storti, perdenti magnifici. Nei suoi testi c’è: emarginazione, umorismo come forma di sopravvivenza, amore che “con l’età si sposta dal corpo al cervello”, attenzione per chi resta indietro. Lo fa con un linguaggio che mescola comicità e malinconia, in un equilibrio che ricorda la tradizione milanese del teatro-canzone. Non a caso, lui stesso si definisce “uno Jannacci alla livornese”: alterna canzone e monologo, racconta storie di osterie, di sentimenti, di umanità spaiata, usa l’ironia come arma e come scudo.

Rondelli non ama i grandi palchi. Preferisce i club, i pub, i posti dove puoi guardare negli occhi chi ti ascolta. E infatti il suo spettacolo al Menotti è crudo, diretto, senza sovrastrutture. È questo il suo mondo: tragicomico, tenero, sgangherato, irresistibile. Il racconto personale è parte integrante dello spettacolo. Rondelli alterna momenti di comicità pura a riflessioni più amare, mantenendo sempre un registro autentico, mai costruito. La sua forza sta proprio qui: nella capacità di far convivere leggerezza e profondità, senza mai perdere il contatto con chi ascolta.

Ci si porta a casa “Risate, ma non solo”, dice lui. E ha ragione. Si porta a casa una riflessione su come “ci stiamo riducendo”, un po’ di malinconia buona, la sensazione di aver ascoltato qualcuno che non finge e, soprattutto, un’ora e mezza in cui la musica fa dimenticare “le fatiche del mondo”.

Il concerto apre due settimane di programmazione al Teatro Menotti, tra teatro e musica, con artisti come Francesco Tricarico e Alessia Innocenti. Un cartellone che punta sull’intimità e sulla qualità della parola. Un luogo perfetto per Rondelli: raccolto, vicino, umano.

Immagini sonore © Daniela Pontello

Rispondi

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere