R E C E N S I O N E


Recensione di Mimmo Stolfi

La storia del jazz è piena di capolavori dimenticati. Più raro è trovare un musicista che scelga di dedicare un intero album a pagine rimaste ai margini del canone per dimostrare che il tempo non ne ha attenuato la forza. È l’idea da cui nasce Civil Disobedience, il nuovo progetto del contrabbassista David Ambrosio, che riporta alla luce cinque composizioni registrate per la Blue Note alla fine degli anni Sessanta e rimaste a lungo sepolte negli archivi, vittime delle trasformazioni del mercato discografico e del mutare del gusto. Oggi quelle musiche tornano a circolare con un impatto sorprendente.

L’operazione avrebbe potuto facilmente trasformarsi in un esercizio di archeologia musicale. Ambrosio evita questa trappola affrontando quel repertorio come materiale ancora aperto, disponibile all’interpretazione. Il quintetto – Donny McCaslin al sax tenore e soprano, Ingrid Jensen alla tromba, Bruce Barth al pianoforte e Victor Lewis alla batteria – restituisce ai brani tutta la loro vitalità senza cercare di replicarne il suono originario. Fin dall’iniziale For Duke P. (AKA XYZ) di Bobby Hutcherson, dedicata a Duke Pearson, emerge un equilibrio perfetto tra rispetto della scrittura e libertà improvvisativa. Lo swing conserva la sua naturale eleganza, mentre il fraseggio dei fiati e il pianoforte introducono una sensibilità pienamente contemporanea.

Il ruolo di Ambrosio è decisivo proprio perché rinuncia a qualsiasi protagonismo. Il suo contrabbasso costituisce l’asse portante dell’intero disco: il walking procede con una fluidità esemplare, il suono è pieno, caldo, sempre leggibile, e ogni intervento sembra orientare il discorso collettivo senza bisogno di imporsi. Più che guidare il gruppo dall’alto, Ambrosio costruisce lo spazio entro cui gli altri musicisti possano dialogare, confermando una qualità non comune tra i leader: quella di far crescere la musica attorno a sé.

Anche gli altri componenti dell’ensemble trovano un equilibrio esemplare. McCaslin mette momentaneamente da parte le tensioni elettriche che hanno caratterizzato parte della sua produzione più recente e ritrova un lirismo controllato, capace di dare profondità anche ai passaggi più energici. Ingrid Jensen privilegia la costruzione del discorso rispetto all’effetto spettacolare, mentre Bruce Barth lavora soprattutto sul colore armonico, trasformando ogni accompagnamento in una sottile variazione del paesaggio sonoro.

Il cuore dell’album coincide probabilmente con le due composizioni di Joe Chambers. Irina si sviluppa in un clima modale che richiama certe atmosfere di Wayne Shorter, lasciando affiorare una tensione costante sotto la superficie lirica. Ankara, costruita su un raffinato metro dispari, procede invece con una disinvoltura che finisce quasi per far dimenticare la complessità della scrittura. Qui il quintetto raggiunge uno dei momenti di maggiore coesione, facendo apparire inevitabile ciò che sulla carta potrebbe sembrare complesso.

Merita una menzione particolare il batterista Victor Lewis. Sapere che queste registrazioni arrivano dopo una grave patologia neurologica potrebbe indurre ad ascoltarlo con un’attenzione dettata dalla biografia. Basta però qualche minuto perché resti soltanto la musica. Costretto a ripensare il proprio modo di suonare, Lewis concentra ancora di più l’essenziale del suo linguaggio: il tempo respira, accompagna, suggerisce continuamente direzioni, sostenendo l’intero ensemble con una scioltezza che solo i grandi batteristi possiedono.

Il titolo Civil Disobedience richiama esplicitamente il clima politico e sociale da cui queste composizioni sono nate: gli anni dei diritti civili, delle proteste contro la guerra e delle battaglie per la giustizia economica. Ambrosio, impegnato da tempo anche nell’attivismo civile, riconosce in quel repertorio una parte della storia americana rimasta in ombra. La politica, tuttavia, entra nel disco senza assumere la forma dello slogan. Si manifesta nel modo in cui queste pagine vengono affrontate, sottratte alla dimensione museale e restituite alla loro capacità di interrogare il presente.

È forse questo il risultato più convincente dell’intero progetto. Civil Disobedience dimostra che alcune delle pagine più moderne della Blue Note non coincidevano necessariamente con la rottura della tradizione, ma con la sua espansione dall’interno. Ambrosio le riporta alla luce senza trasformarle in reliquie né in documenti storici. Le affida semplicemente all’ascolto. Ed è sufficiente ascoltarle per accorgersi che, dopo oltre mezzo secolo, continuano a porre domande che il nostro tempo non ha ancora smesso di rivolgersi.

Tracklist:
01. For Duke P. (AKA XYZ) (09:03)
02. A Time To Go (04:21)
03. Irina (06:58)
04. Poor People’s March (08:36)
05. Ankara (06:52)

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