L E T T U R E
Recensione di Alessandro Tacconi
Partiamo dalla fine del saggio TINA. La cultura britannica al tempo di Margaret Thatcher di Silvia Albertazzi edito da DeriveApprodi nella collana MachinaLibro con le parole del regista Ken Loach: “Abbiamo imparato due lezioni dagli anni Ottanta: una è che la classe dominante è spietata. Non le importa della tua sofferenza, non le importa distruggere comunità, non le importa creare povertà. Il suo unico obiettivo è il profitto. Punto. Sono spietati. E l’altra lezione è che i partiti di centro-sinistra (…) non rifletteranno mai, mai, gli interessi della classe lavoratrice perché credono nel far funzionare il capitalismo. Nello sciopero dei minatori, i leader laburisti voltarono le spalle ai minatori, un grande atto di tradimento”.
Il discorso del cineasta risale al 2025 quando viene insignito della laurea ad honorem dell’Università di Bologna e anche se sta parlando degli anni terribili del governo di Margaret Thatcher sembra un ritratto puntale della situazione attuale a Gaza.

Abbiamo infatti assistito di recente alla grottesca compravendita per un dollaro da parte degli Stati Uniti a Israele di un terreno a Gerusalemme (storicamente di proprietà palestinese) destinato alla costruzione della nuova ambasciata americana. Si ammazza per monetizzare e fare affari!
Nessuno ricorderebbe il Buon Samaritano
se avesse avuto solo buone intenzioni.
Aveva anche dei soldi.
(Margaret Thatcher)
Silvia Albertazzi, professoressa emerita dell’Università di Bologna, ha tratteggiato un quadro puntale e vario dello “stato dell’arte” durante i tre mandati della Thatcher. Perché mai gli intellettuali e gli artisti british sono scontenti di questo governo?
L’Iron Lady governa con pugno di ferro la Gran Bretagna dal 4 maggio 1979 al 28 novembre 1990 con il partito conservatore.
Le politiche che mette in campo riguardano le privatizzazioni: vende grandi aziende e servizi pubblici statali (telecomunicazioni, energia e trasporti) a privati per aumentarne l’efficienza. Peccato che i guadagni siano spartiti solo in minima parte con il governo! Riforma il mercato del lavoro ridimensionando il potere dei sindacati (culminato con lo sciopero dei minatori del 1984-1985), lo deregolamenta per favorire la flessibilità (si legga: licenziamenti e riduzione delle tutele sindacali). Controlla la massa monetaria per combattere l’inflazione a cui aggiunge i tagli alla spesa pubblica (si legga: abolizione delle sovvenzioni statali per i ceti meno abbienti) e riduzione delle tasse per stimolare l’iniziativa privata (si legga: rapace liberalismo imprenditoriale).
E poi la campagne terroristiche contro il sesso visto come causa di gravidanze tra gli adolescenti, nascite indesiderate, famiglie monogenitoriali. Sono anche gli anni drammatici dell’AIDS, che diviene un’efficace scusa per riportare indietro di un quarto di secolo la legislazione relativa all’omosessualità e trasformare agli occhi dei benpensanti le comunità gay in covi di untori.
In politica estera attua una linea durissima contro l’Unione Sovietica, stringendo un’alleanza con gli Stati Uniti di Ronald Reagan, fino alla difesa militare delle Isole Falkland nel 1982. Il nemico pubblico numero 1 del governo è comunque rappresentato dai ceti meno privilegiati, che abitano in zone e quartieri marginali in situazioni difficili e di degrado e per questo costituiscono un peso per l’economia nazionale. Sono famiglie che vanno ulteriormente marginalizzate affinché non siano d’intralcio alla ripresa del Paese.
T.I.N.A. – There Is No Alternative!
(Margaret Thatcher)
Che tipo di cultura vuole l’epoca thatcheriana: una che contribuisca all’economia. Il prodotto culturale deve essere in primo luogo commerciabile e il suo potenziale di originalità e innovazione deve essere direttamente proporzionale alla sua vendibilità. Si impone l’artista bo-bo (borghese e bohemien) le cui motivazioni materialistiche coesistono senza tensioni con il desiderio di auto-espressione. L’artista “integrato” partecipa attivamente al mondo dei consumi, pur conservando la propria creatività e l’anelito verso i più alti ideali. Creatività e mercato sono sinonimi e vanno di pari passo. Gli editori, ad esempio, si associano per poter ingaggiare gli scrittori più importanti e popolari, che siano in grado di garantire vendite e fatturati elevati. Tutto questo seguendo le logiche del mercato e della politica economica governativa.
E chi resta fuori dal circuito commerciale? Chi non riesce o non ha interesse a far parte dei “circoletti di quelli che contano”? Chi non ha paura di dire le cose come stanno? Silvia Albertazzi dà conto del lavoro di scrittori come McEwan, Amis, Kureishi, Peace e Rushdie, di cantanti e gruppi musicali come Waterboys, gli Smiths di Morrisey, Billy Bragg, UB40 e The Clash, cineasti come Greenaway, Jarman e Loach, fotografi come Parr e Murtha passandone in rassegna le opere più significative. Segno che è possibile una reazione alla Reazione e resta un monito mai sopito di quanto può e deve fare la cultura, in barba alle recenti discutibili affermazioni del cantautore De Gregori!







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