L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Daniela Pontello

Nel suggestivo scenario del Teatro Romano di Verona, Johnny Marr ha riportato la sua chitarra jangle‑pop al centro di una serata che ha saputo coniugare rigore tecnico, eleganza scenica e un rapporto diretto con il pubblico. L’anfiteatro, con la sua conformazione raccolta, ha imposto un’intimità particolare: la vicinanza tra artista e spettatori amplificato dall’acustica naturale delle gradinate di pietra. Fin dall’ingresso sul palco, Marr ha mostrato una presenza scenica magnetica. Ha alternato momenti di concentrazione assoluta a scambi di battute con le prime file, mantenendo quella tipica ironia britannica che alleggerisce la solennità del contesto senza scalfirne il fascino. La sua attitudine cool e accessibile ha contribuito a creare un clima informale, pur nel contesto monumentale dell’anfiteatro.

La formazione che accompagna Marr, basso, batteria e tastiere/sintetizzatori, ha garantito una struttura ritmica solida e pulita. Le tastiere hanno ricreato atmosfere tipiche della Manchester anni ’80 e ’90, fondamentali per sostenere i brani più moderni e le incursioni elettroniche. Questa compattezza ha permesso alle chitarre di Marr di emergere con chiarezza, senza mai essere sovrastate. Uno degli elementi più caratteristici del live è stato il continuo cambio di chitarre, gestito con tempismo millimetrico dal guitar tech. La Regina: Fender Johnny Marr Jaguar è la sua chitarra signature principale, che usa per gran parte dei pezzi solisti e per molti classici degli Smiths. Modificata rispetto alla Jaguar, gli permette di ottenere quel suono tagliente ma corposo, perfetto per brani ritmici e arpeggiati veloci. Vederlo passare da un colore all’altro è ormai un marchio di fabbrica. Quando il tecnico del suono gli passa la Rickenbacker 330, il pubblico sa già cosa sta per succedere. È la chitarra che ha definito il sound pop-rock degli anni ’80. Strumenti del genere servono a ricreare quel “jangle” cristallino e orchestrale di pezzi come This Charming Man. L’acustica del Teatro Romano ha reso giustizia a queste frequenze altissime e brillanti. Per i brani più scuri, rock ed elettronici (sia della carriera solista che del periodo Electronic), Marr imbraccia la splendida Gibson ES-355 e una Les Paul. Uno spettacolo nello spettacolo.

Il risultato è una tavolozza sonora ampia, che Marr maneggia con naturalezza e precisione. Per un pubblico di addetti ai lavori, il continuo cambio di chitarre è stato uno dei momenti più affascinanti della serata: ogni strumento è una voce, una sfumatura, un carattere. Questo continuo “switch” non è solo esibizionismo da collezionista, ma una necessità tecnica legata al suo stile unico. Marr non usa quasi mai distorsioni pesanti per mascherare il suono; il suo focus è la dinamica. Ogni brano ha un’architettura sonora specifica e richiede una voce diversa. Dietro le quinte, il guitar tech ha gestito accordature aperte, capotasti mobili e cambi rapidissimi con una precisione da tour internazionale. Una coreografia silenziosa che permette a Marr di non interrompere mai il flusso narrativo.

La forza del live di Marr sta nella capacità di attraversare decenni senza perdere coerenza. La scaletta di Verona ha alternato classici degli Smiths, brani solisti e incursioni nei progetti paralleli. Il repertorio degli Smiths con Panic, This Charming Man, How Soon Is Now?, There Is a Light That Never Goes Out e Please, Please, Please Let Me Get What I Want che ha sospeso il teatro in un bellissimo silenzio. La carriera solista con brani di Fever Dreams Pts 1–4 e le collaborazioni con Getting Away with It che ha creato uno dei momenti più fisici della serata, con il pubblico sottopalco trasformato in una pista da ballo. La scaletta ha incluso anche riferimenti al prossimo album The Age of Everything, accolti con curiosità dagli spettatori più attenti.

Il concerto di Johnny Marr al Teatro Romano è stato un esempio di come un artista possa dialogare con una venue storica senza scadere nel manierismo. Marr ha dimostrato di essere non solo un monumento della new wave, ma un artista vivo, vitale, elegante, capace di evolversi senza tradire la propria identità. La sua capacità di mantenere intatta la propria cifra stilistica, pur aggiornando il linguaggio, conferma una maturità artistica rara: un equilibrio tra memoria e presente che pochi musicisti della sua generazione riescono a sostenere con altrettanta naturalezza. Marr ha portato sul palco quarant’anni di storia, trasformandoli in un’esperienza contemporanea, viva, condivisa. Una serata che ha confermato il suo ruolo di riferimento assoluto per gli amanti della chitarra rock e della cultura new wave.

Immagini sonore © Daniela Pontello

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