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Luca Franceschini

a/lpaca: Psych Rock dalla Bassa Padana – Intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Mantova non è esattamente il posto che ti aspetteresti come centro di incubazione di una scena musicale fervente, eppure a quanto pare le cose stanno in modo diverso. Neanche due anni dopo aver parlato coi submeet tocca ad un altro giovane act esordire sulla lunga distanza con un disco. Gli a/lpaca sono in quattro (Christian Bindelli alla voce e alla chitarra, Andrea Verrastro al basso, Andrea Fantuzzi alle tastiere e Andrea Sordi alla batteria) e sembrano ben poco interessati a Trap, Hip Pop e affini. Il loro suono prende le mosse dalla psichedelia e dal Kraut Rock, guarda a numi tutelari come Can e Soft Machine ma appare più immediatamente debitore alle declinazioni contemporanee che ne fanno The Oh Sees e King Gizzard & The Lizard Wizard, questi ultimi forse l’influenza più evidente ad un ascolto superficiale. Ma in Make It Better si respira anche l’aria dei Club europei, con il Beat spesso in primo piano, oltre ad una certa ruvidezza delle chitarre ad evocare, neanche troppo casualmente, la scena Garage Punk. Un esordio decisamente valido, a certificare come nel nostro paese, al di là delle mode sonore di questi ultimi anni, esistano anche realtà che non hanno nulla da invidiare a quanto succede in Europa. Abbiamo raggiunto al telefono Christian Bindelli per farci raccontare qualcosa di più

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Delmoro: Immaginando un’altra estate

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Dai tempi de Il primo viaggio Mattia Delmoro ne ha fatta di strada. Se quel disco aveva incantato per un immaginario a tratti psichedelico, per una ricerca sonora costante, unita ad un approccio “battistiano” al songwriting, la svolta Pop, più propriamente Italo Disco, intrapresa con l’Ep Balìa ha sorpreso un po’ tutti ma ha anche evidenziato una certa continuità con un lavoro fatto di scrittura ad alto livello e arrangiamenti curati al dettaglio. Con il successivo singolo Complesso, che aveva come Lato B una riuscita cover di Le parlerò di te dei Righeira, l’artista friulano ormai stabilmente trapiantato a Milano, aveva intrapreso un discorso live che aveva mostrato come innanzitutto il suo fosse un progetto da assaporare nella dimensione del palco. Il Covid ha ovviamente interrotto tutto e chissà quando si riprenderà, ma nel frattempo la musica non si è fermata: Rendez-Vous, secondo disco e prima prova sulla lunga distanza di questa nuova declinazione sonora, conferma tutto quanto fatto di buono da Delmoro ed alza notevolmente l’asticella qualitativa. È un disco estivo ma non del tutto spensierato: come tante delle cose uscite in quest’ultimo periodo, è figlio del lockdown, dell’incertezza e dei disagi che la pandemia ha portato con sé, di un clima di sospensione che, nel momento in cui scriviamo, non sembra affatto prossimo alla fine.
È probabile che non sentiremo queste canzoni dal vivo ancora per un bel po’. Detto questo, il disco è fuori ed è un gran bel disco, vale la pena impararselo a memoria per quando potremo finalmente cantarlo a squarciagola. Nel frattempo abbiamo raggiunto Mattia al telefono per una piacevole chiacchierata, dove si è cercato di parlare il più possibile di presente e poco di futuro…

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Paolo Benvegnù – Delle Inutili Premonizioni Vol. 1 (Black Candy Produzioni, 2021)

R E C E N S I O N E


Articolo di Luca Franceschini

È stato un anno difficile, per Paolo Benvegnù. Difficile per tutti, ovviamente, ma è chiaro che lo è stato parecchio di più per i musicisti, soprattutto per quelli con meno visibilità e numeri, considerata la cronica mancanza di concerti. Nel suo caso poi, le tempistiche sono state ancora più crudeli: ci eravamo sentiti a inizio pandemia, quando ancora il lockdown nazionale non era stato decretato, e tra di noi si rideva, sapevamo già che il tour sarebbe stato annullato ma c’era ancora ottimismo e ricordo che ci augurammo entrambi di poterci rivedere per l’autunno.
Sappiamo che non è andata così. E siamo al punto che le canzoni di Dell’odio dell’innocenza non le ho ancora sentite dal vivo. Qualche data è riuscita a farla, quest’estate ma non ce l’ho fatta ad esserci. L’ho visto assieme a Marco Parente nello spettacolo Lettere dal mondo ed è stato bellissimo anche così, sono tempi in cui molto più di prima stiamo imparando a vedere tutto come un regalo.
E dunque Paolo riparte da qui, da un anno di incertezze e inquietudini, un anno senza concerti e con un disco che ha già compiuto il primo giro di boa ma che, da un certo punto di vista, è come se non fosse mai uscito. Delle inutili premonizioni – venti anni di misconosciuto tascabile vol. 1 è un Greatest Hits innovativo, sempre che voglia essere un Greatest Hits.

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La Ragazza dello Sputnik: In riva alle mie malinconie – intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Valentina è di Verona e con Kiku inaugura il suo progetto personale di canzoni, dopo una vita passata a studiare canto e ad esibirsi nei locali Jazz. Sette brani intrisi di una tristezza contemplativa, un lavoro di produzione essenziale, che dosa sapientemente l’elettronica con le suggestioni cantautorali e qualche spruzzata Soul. Una scrittura interessante, che lo è ancora di più nel momento in cui rinuncia al tono scherzoso e spesso superficiale che caratterizza l’It Pop contemporaneo, per raccontare se stessa, anche nei suoi lati scomodi, con sincerità e senza sovrastrutture.
L’abbiamo raggiunta al telefono per parlare del disco, delle sue influenze e, perché no, per provare a capire se si sta preparando a salire sul palco, quando si potrà farlo di nuovo.

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Tersø: Oltre il Synth Pop – intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Sono tornati in autunno con un paio di singoli sulla cui copertina campeggiavano un ghiacciolo e una ruota panoramica, simboli retromaniaci legati ad un immaginario estivo e ad uno stare fisicamente insieme che, in tempi oscuri come questi, sembrano essersi perduti per sempre. Iperfamiglia, il ritorno dei Tersø a due anni di distanza dal precedente (e bellissimo) “Fuori dalla giungla”, parla in parte il linguaggio del lockdown, sia per l’arco temporale in cui sono stati composti i brani, sia per il mood a tratti claustrofobico che vi si respira. È anche un disco coeso, a ricordarci che il formato full length può avere ancora una ragione di esistere, anche se tutto attorno sembra un unico proliferare di singoli.
È un lavoro in cui ritroviamo il gruppo che avevamo imparato ad amare in precedenza ma decisamente migliorato a livello qualitativo, con le tessiture elettroniche che si sono fatte più intricate, i testi e le parti vocali ancora più efficaci e mature. In poche parole, se avevate scommesso su di loro prima, potrete farlo a maggior ragione anche adesso.
Abbiamo raggiunto al telefono Marta Moretti, voce e paroliera del collettivo bolognese, e abbiamo fatto il punto della situazione. Per una volta cercando di non parlare di Covid e concerti saltati (per lo meno ci abbiamo provato)…

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PON¥: Andare all’anima delle canzoni – Intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Me lo ha chiesto lui, di non citare il nome della band da cui proviene. “Preferisco che l’ascoltatore si accosti a questo progetto senza pregiudizi, negativi o positivi che siano, e che possa giudicare queste canzoni per quello che realmente sono, senza farsi condizionare dal passato del loro autore”. Niente strategia comunicativa in stile I Cani o, per citare nomi recenti, Legno e Andreotti. Probabilmente il nome verrà scoperto in futuro, probabilmente no. Sta di fatto che PON¥ vuole che siano le sue canzoni a parlare e noi non potremmo che essere d’accordo, visto che le canzoni sono di quelle speciali, per cui ti fermi e le ascolti, qualunque cosa tu stia facendo. L’ho ascoltato la scorsa estate, un po’ di questo materiale. Ci eravamo incrociati per caso ad inizio luglio, ad un concerto di non ricordo più chi. Mi ha detto che il gruppo non esisteva più ma che da poco aveva ripreso a scrivere e che, se avessi voluto, mi avrebbe mandato alcune cose da ascoltare. Qualche giorno dopo mi è arrivato un link Soundcloud con un po’ di canzoni, il progetto abbozzato per un disco da pubblicare in un futuro ancora indefinito. Canzoni bellissime, registrate in bassa fedeltà ma straordinariamente lucide nelle intenzioni, un altro mondo rispetto a quanto fatto nella sua band madre, accostabili piuttosto a cantautori cosiddetti Lo Fi come Daniel Johnston ed Elliott Smith. Poi è arrivata la pandemia e la cosa si è un po’ fermata, almeno fino a pochi giorni fa quando, più o meno a sorpresa, La Valigetta, piccola ma attivissima etichetta con base in Lombardia, ha annunciato l’uscita di Vita, il primo singolo del progetto PON¥. Leggermente rifinito negli arrangiamenti e nella produzione, il brano non ha tuttavia perduto nulla del fascino iniziale, una gemma di cantautorato Lo Fi, malinconica ma nello stesso tempo quasi solare nelle aperture melodiche, una confessione a cuore aperto su ciò che vale la pena conservare di esistenza e relazioni. Ne abbiamo parlato direttamente con l’autore, raggiunto per telefono durante la pausa pranzo di un giorno lavorativo freddo come non mai.

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Giorgio Canali: Sempre dieci anni in ritardo sui “vecchi” che facevano cose…

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Ci è voluta una pandemia per far tornare in studio Giorgio Canali prima del previsto. L’ex C.S.I. non è mai stato particolarmente ansioso di dare un seguito ai suoi lavori e ultimamente si era preso un po’ più di tempo del solito, se pensiamo che “Undici canzoni di merda con la pioggia dentro”, uscito a ottobre 2018, era arrivato a sette anni di distanza da “Rojo”, se si accetta di non considerare “Perle ai porci”, che era sostanzialmente un disco di cover, seppur rilette in maniera totalmente personale. Ma a marzo, col lockdown come unica e triste prospettiva sul reale e i suoi Rossofuoco sparsi in ogni angolo d’Italia e anche non (il chitarrista Stewie Dal Col si trovava a Miami), scrivere e registrare nuove canzoni è stata una scelta più o meno obbligata. Ed è stata tale la prolificità, che alla fine è venuto fuori un monstre da 20 canzoni per 80 minuti di musica. Un lavoro inusuale per gli standard odierni, capace di mettere a dura prova l’ascoltatore ma allo stesso tempo sorprendentemente valido, un flusso di melodie, parole e suggestioni che sembrano scaturire spontanee e inarrestabili ma che sono anche totalmente a fuoco, frutto di un’ispirazione che da tempo non ricordavamo così alta. È il disco migliore di Giorgio Canali e i Rossofuoco? Difficile dirlo al momento ma senza dubbio è quello dove l’artista romagnolo ha messo dentro tutto se stesso, dalle riflessioni sulla politica al vissuto personale, col fuoco dentro e con l’irruenza di chi, superati i sessant’anni, avverte di essere approdato alle soglie di una nuova maturità. Ma “Venti” (qui la nostra recensione) è anche un disco perfetto per raccontare il nostro tempo, per fare il punto su un anno che non vediamo l’ora di lasciarci alle spalle ma che ha anche inesorabilmente evidenziato il pozzo fetido nel quale come civiltà occidentale stiamo ormai rischiando di sprofondare. Un disco che rimarrà anche quando sarà finito il virus, perché giudizi così taglienti e inesorabili serviranno per raccontare anche il futuro, se non cambierà qualcosa a breve. Ho raggiunto Giorgio per telefono a due anni di distanza dalla nostra ultima chiacchierata e l’ho trovato in gran forma, disponibile e desideroso di raccontare un disco di cui, lo si capisce bene, anche lui è totalmente entusiasta…

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Lucio Leoni: C’è una realtà più grande, al di fuori del nostro orticello – Intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Intervistare Lucio Leoni è sempre un’esperienza speciale. Perché l’artista romano ha una visione ben precisa dell’arte, della sua musica, della realtà. Le sue canzoni sono sempre state dei piccoli tentativi di raccontare il mondo, nella molteplicità delle prospettive, nel fatto che la realtà sia sempre più complessa dei pregiudizi che volente o nolente abbiamo tutti e nella necessità di guardare bene in faccia l’interlocutore, di entrare in rapporto con lui, di mischiarsi con la sua vita e la sua esperienza invece di limitarsi a misurarlo da lontano. È un artista vero, Lucio Leoni, uno che crede ancora che attraverso le canzoni si possa riflettere e si possano imparare cose nuove. Perché ok l’arte per l’arte, anche questa è una visione con una sua dignità, ma se una proposta musicale ha valore in sé, allora che possa veicolare dei contenuti impegnati non è né un azzardo né una velleità. A questo giro ci sono state due occasioni che mi hanno fatto prendere in mano il telefono per fare due chiacchiere con lui: innanzitutto l’uscita della seconda parte di Dove sei, a cinque mesi di distanza dalla prima (ne avevo parlato con lui qui). Tecnicamente non è un nuovo disco, visto che le 15 canzoni in tutto sono state registrate in un’unica session e divise successivamente in due tranche, per evitare di sovraccaricare l’ascoltatore. Tuttavia, la presenza di questi sette brani ci permette di allargare lo spettro e di giudicare finalmente nella sua totalità un lavoro che, lo si può dire senza timore di esternare luoghi comuni, è al momento il più maturo che Lucio abbia realizzato.
In seconda battuta, è arrivato il progetto di “Her Dem Amade Me – Siamo sempre pronte, siamo sempre pronti”, una compilation in doppio cd, per un totale di 24 brani, realizzata alla memoria di Lorenzo “Orso” Orsetti, anarchico e antifascista fiorentino morto il 18 marzo 2019 mentre combatteva contro l’Isis nel nord della Siria. Una vicenda, quella della lotta del popolo curdo contro il Califfato islamico, spesso trascurata dall’informazione mainstream, che ha avuto una certa risonanza soprattutto grazie al fumettista Zerocalcare, prima con la graphic novel Kobane Calling (frutto di un suo viaggio sul posto), in seguito con la storia breve Macelli, che raccontava proprio la vicenda di Lorenzo e che era uscita originariamente su uno dei numeri di Internazionale del luglio 2019.

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Barezzi Festival Streaming @ Teatro Regio, Parma – 13/14 novembre 2020

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Elly Contini

Il Barezzi Festival non si sarebbe dovuto fermare neppure con la pandemia, nonostante a questo giro la sua line up sarebbe stata esclusivamente italiana. Poi è successo quello che sappiamo, tutti i concerti e gli spettacoli sono stati annullati e non c’è stata altra via che convertire la proposta in versione streaming. È il futuro, quello dei concerti online. Hanno iniziato a discuterne da un po’, sia i critici che gli addetti ai lavori (io stesso nel mio piccolissimo qualche tempo fa scrivevo questa cosa qui) soprattutto nel momento in cui si è capito che l’emergenza sanitaria sarebbe durata un attimino di più di una normale emergenza e che quindi, per evitare di fallire, i musicisti avrebbero dovuto inventarsi qualcosa. Intendiamoci, per chi ama la musica un concerto in streaming non è una tragedia, in sé: se ami un artista normalmente non ti limiti ad andare a vederlo dal vivo ma ne segui le esibizioni passate anche su YouTube, compri i dvd live, guardi i videoclip… tutte cose che abbiamo fatto in massa, soprattutto quando scoprivamo per la prima volta le nostre band preferite (ricordo ancora quando, a diciassettenne, andai al mio primo concerto degli Iron Maiden e benché li avessi davanti a me in carne e ossa per la prima volta, mi sembrava di conoscerli da sempre, avendo passato tre anni ad impararmi a memoria tutte le loro vhs). Quindi se il problema fosse solo che gli artisti si organizzano per suonare senza pubblico, producendosi in esibizioni ben curate per quanto un po’ stranianti nel contesto, non ci vedo assolutamente nulla di male. I recenti casi di Katatonia e Nick Cave, che hanno trasformato in uscite ufficiali questo tipo di performance, lascia intravedere che ci siano effettivamente degli spazi interessanti da aprire.

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