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Luca Franceschini

Venerus: Il mio tributo alla musica

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Che sia stato lanciato in orbita a fine 2018 da “Senza di me” di Gemitaiz, con il suo featuring che è indubbiamente la cosa migliore del brano, è abbastanza ininfluente, se non per un oggettivo discorso di numeri. Sin dai suoi primi singoli, confluiti poi nell’Ep “A che punto è la notte”, Venerus si è imposto nel panorama italiano come un’eccellenza assoluta. Si è formato musicalmente a Londra ma è poi tornato in patria, prima a Roma e adesso a Milano, città nella quale è cresciuto e dove attualmente vive. “Magica musica” arriva quasi contemporaneamente a “OBE”, il disco del suo produttore Mace, al quale ha dato un apporto più che consistente ed è, nella sua ora complessiva di durata, un disco che già vale una carriera. Neo Soul infarcito da una produzione moderna e da una scrittura personale e fortemente immaginifica, impreziosita da una serie eterogenea ed efficace di interventi, dai Calibro 35 a Gemitaiz, da Rkomi a Frah Quintale, solo per nominarne alcuni. Un disco così in Italia non ce l’avevamo ancora e potrebbe davvero rivelarsi decisivo nel spostare gli equilibri di una scena che, per quanto in questi ultimi anni abbia espresso grandi cose, sta rimanendo un po’ troppo uguale a se stessa.
Abbiamo raggiunto Venerus per telefono, alla vigilia della partenza del suo nuovo tour, 21 date che toccheranno in lungo e in largo la penisola e che in gran parte sono già sold out, a testimonianza dell’affetto che il suo pubblico nutre per lui, che oltretutto ha già dimostrato che cosa può combinare dal vivo. Qui di seguito il resoconto della nostra chiacchierata, breve ma non priva di spunti interessanti.

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Paolo Benvegnù @ Parco Tittoni – Desio (Mb), 23 giugno 2021

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Lino Brunetti

Non mi ricordo quando è stata l’ultima volta che ho visto dal vivo Paolo Benvegnù. Avevo parlato con lui al momento dell’uscita del suo ultimo disco, Dell’odio dell’innocenza ed erano i giorni in cui il mondo si fermava ed il suo tour previsto di lì a poche settimane era già stato posticipato. Non sarebbe stato recuperato più: l’estate scorsa, quando timidamente si è ricominciato a suonare, c’è stato qualche concerto in solitaria ma se vi ricordate a Milano e dintorni ci erano venuti in pochi, probabilmente ancora vittime di una situazione che dalle nostre parti era stata molto peggiore che altrove.
Ero riuscito a vederlo solo a Bassano del Grappa, in compagnia di Marco Parente, ma mi mancava molto un concerto che fosse davvero suo e soprattutto mi mancava sentire dal vivo le canzoni nuove.
Il Parco Tittoni era stato il luogo da dove la mia attività concertistica era ripresa la scorsa estate; quest’anno di show ne ho già visti un po’ ma è sempre bello tornare in questo luogo, immerso nel verde e con l’elegante edificio di Villa CusaniTittoni Traversi a creare una cornice affascinante.
Rispetto allo scorso anno, la capienza è stata se non vado errato leggermente allargata (ci sono 400 posti) e se pure la presenza di tavoli e sedie rende il tutto particolarmente fastidioso, bisogna ammettere che il palco di fortuna improvvisato davanti agli scalini della villa offre un colpo d’occhio interessante.

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Il Geometra: I valori cristiani laici per soccorrere un Occidente alla deriva

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

La vita è tutto un sommato fu un piccolo grande successo per il trio umbro, un Ep di quattro pezzi dall’impronta fortemente Lo Fi, un cantautorato acustico che flirtava a più riprese con De André ed altri autori “impegnati” ma che non disdegnava un certo gusto Pop nelle melodie. In generale non un lavoro facile, ma era il 2014, i Cani erano già al secondo disco ed il famigerato Indie italiano percorreva ancora itinerari obliqui, amava sperimentare soluzioni differenti, non era obbligatorio suonare semplici e piani a tutti i costi.
Il trio di Foligno andò quindi ad occupare uno spazio tutto suo, spopolò con un singolo come
Marie Curie ed entrò nel roster di Panico Concerti, che lo fece girare un po’ per la penisola, sempre con una bella risposta di pubblico.
Ultimi, il disco d’esordio, ne confermò tutti gli aspetti positivi ed evidenziò un songwriting ancora più convincente ma ciononostante non andò come sperato. Verrebbe da dare la colpa a Mainstream di Calcutta, a Gazzelle e a tutta l’ondata It Pop che nel giro di pochissimo fece piazza pulita di tutto quello che suonava differente; ma forse le cose sono più complesse di così e trovare spiegazioni risulterebbe un esercizio ozioso.
Poco male. Oggi
Il Geometra, cioè Jacopo Maria Magrini, Lorenzo Venanzi e Francesco Bitocchi, hanno deciso di tornare in pista. Ad aprile è uscito Per tutte le madri, il primo pezzo nuovo dopo sei anni di silenzio, a fine estate ne uscirà un altro, Per quel che resta (che abbiamo ascoltato in anteprima), preludio al vero e proprio disco che dovrebbe vedere la luce tra autunno e inverno. Non sarà facile ripartire da dove si era lasciato ma se tutti i brani del nuovo lavoro avranno la qualità di questi due, per lo meno ci sarà da divertirsi.
Nel frattempo abbiamo raggiunto al telefono Jacopo e abbiamo cercato di riannodare i fili.

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svegliaginevra: Quella felicità che ci sfugge dalle tasche

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Da quando, nel gennaio 2020, è uscito il singolo Senza di me, il nome di svegliaginevra ha iniziato a circolare con grande insistenza tra pubblico e addetti ai lavori. Scoperta e lanciata da La Clinica Dischi, l’etichetta spezzina che è una delle realtà più interessanti nel panorama italiano indipendente, Ginevra, campana di origine ma all’epoca operante a Roma, ha raggranellato sempre più consensi, dapprima col secondo singolo Simone, poi grazie a Come fanno le onde, che è entrata in tutte le principali Playlist dedicate ed ha raggiunto in pochi mesi un milione di stream. Fa strano ragionare in questi termini ma d’altronde il mondo è cambiato, oggi il supporto fisico non esiste più e i numeri del successo sono relativi a realtà sconosciute fino a poco tempo fa. Lei però è una della vecchia scuola, si è formata nella tradizione anglosassone e il concetto di “album” lo considera assolutamente irrinunciabile. Ecco dunque che, arricchita dalla partecipazione a Sanremo Giovani, dove col brano Punto è arrivata tra i sessanta finalisti, è pronta a debuttare con Le tasche bucate di felicità, dodici canzoni per mezz’ora di musica, dove ci sono tutti gli ingredienti possibili per innamorarsi della sua proposta: una scrittura leggera e fulminante, con melodie e ritornelli agrodolci di una bellezza assoluta, un mood da cameretta che cita l’It Pop, il cantautorato ma che a più riprese sembra la versione italiana della malinconia agrodolce che un gruppo come i Belle and Sebastian ha trasformato nel proprio marchio di fabbrica.
Ne abbiamo parlato con la diretta interessata all’orario dell’aperitivo, comodamente seduti in un bar sui Navigli. Milano è la città dove da un anno circa si è trasferita e proprio qui, il 18 giugno, prenderà il via il primo tour della sua carriera.

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Frambo: Esorcizzando la routine – Intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Possiamo discutere quanto si vuole sulla standardizzazione della musica italiana, sull’It Pop che sta stravolgendo tutto, sulla scomparsa del disco e sulla pigrizia delle nuove generazioni; alla fine però, quando esce fuori un nome come Frambo, bisognerebbe riuscire a fare un ragionamento più complesso. È senza dubbio vero che le cinque canzoni di Routine, il suo Ep d’esordio, si muovono in un solco predeterminato e preconfezionato, in uno spettro sonoro che parte da Calcutta per arrivare a Frah Quintale. Tuttavia è altrettanto evidente che dietro ad una certa ingenuità (Riccardo è giovanissimo e questi brani li ha in giro da un po’) e ad una irruente baldanza da imitazione del modello, ci stia anche una invidiabile abilità nella scrittura: episodi come Domenica e Tour Eiffel, usciti come singoli nei mesi precedenti, hanno giustamente totalizzato ottimi numeri, complice un tiro efficace ed un uso irresistibile delle melodie. Niente di nuovo ma quel che fa lo fa bene, potremmo sintetizzare. E non c’è quindi da meravigliarsi se La Clinica Dischi, l’etichetta di La Spezia che negli ultimi anni si sta distinguendo per l’ottima qualità del proprio roster (cmqmartina e svegliaginevra tra i nomi più importanti) abbia deciso di puntare su di lui.
Lo abbiamo raggiunto al telefono per conoscerlo e per scoprire qualcosa di più sul suo debutto discografico.

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Cristina Erhan: La mia vita non è più solo tempesta – Intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Dagli esordi chitarra e voce alla conquista di una più matura e consapevole dimensione di scrittura, Cristina Erhan è passata attraverso l’infanzia e la prima adolescenza in Moldavia (è arrivata a Milano quando aveva 16 anni e adesso dice di non voler più andare via), una “conversione” poetica, gli accordi sulla chitarra, l’abbozzo delle prime canzoni, la partecipazione all’edizione 2019 del Pending Lips, dove si era presentata ancora in versione Folk Singer. Da qui, l’incontro con Simone Castello di Costello’s Records, che del concorso milanese per band emergenti è l’ideatore e il principale realizzatore. Grazie a lui Cristina comincia a lavorare con Federico Carillo, che produce le sue prime canzoni, avvolgendole di un suono minimale, fatto di piano ed elettronica leggera, che ne accentua la dimensione agrodolce. Melodie indovinate, voce calda e spontanea, in grado di comunicare interi stati d’animo con poche note, un Pop da cameretta che ha però tutta l’intenzione di prendere la vita sul serio.

Ha pubblicato appena tre singoli, Cristina Erhan, ma è abbastanza per intravederne tutto il potenziale. Nell’attesa che arrivi qualcos’altro, l’abbiamo sentita al telefono per farci raccontare un po’ di questi frenetici mesi di attività, da novembre a oggi.

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Carlo Pinchetti – La musica non ci salverà ma è una meravigliosa bugia pensare il contrario.

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Dai Daisy Chains ai Lowinsky, passando per i Finistère, approdando infine alla carriera solista. Carlo Pinchetti, lecchese nell’anima (a questo giro si è parlato anche di calcio ma eravamo già a microfoni spenti, per fortuna!) ma da tempo trapiantato a Bergamo, è ormai uno dei nomi di punta della numerosa scena sotterranea della città e dei suoi dintorni, attivissima attorno ad alcune realtà consolidate come Edonè e Clamore, e piena di artisti meritevoli di attenzione. Lo abbiamo visto sopratutto lo scorso anno, quando tanti di loro si sono esibiti in streaming per sostenere l’ospedale della loro città che, lo sappiamo bene, è stata una delle più colpite dalla pandemia. I Lowinsky poi, l’era del Covid l’hanno praticamente inaugurata, visto che hanno fatto uscire “Oggetti smarriti”, il loro debutto su full length, proprio il giorno prima che l’Italia si fermasse. Lo ricordo bene perché qualche settimana prima ero stato a trovarli in sala prove e mi avevano suonato in anteprima la scaletta che avrebbero eseguito durante il Release Party a cui non avrei potuto prendere parte (ero a Varese a vedere Il Triangolo, anche loro a presentare un disco, in quello che sarebbe stato il mio ultimo concerto per parecchi mesi). Oggi che io e Carlo siamo seduti all’aperto davanti a una birra, al tavolo di un locale del centro non molto lontano da casa sua, tante cose sono cambiate: bar e ristoranti hanno riaperto, i concerti stanno per riprendere, si parla di togliere il coprifuoco e, anche se il cosiddetto “ritorno alla normalità” appare piuttosto lontano (sempre che poi avvenga realmente) l’avvio delle vaccinazioni consente almeno una timida speranza che il prossimo autunno non ci vedrà ancora ai blocchi di partenza. Nel frattempo è anche uscito “Una meravigliosa bugia”, che Carlo ha registrato a casa sua, punto di arrivo di un processo creativo senza precedenti, che lo ha portato a scrivere più o meno una canzone al giorno per diverse settimane. Ho avuto la fortuna di vedere questo disco crescere e già ascoltando i provini mi ero accorto che l’urgenza e l’ispirazione che trasudavano da queste note erano qualcosa di speciale. C’era il bisogno di dare un senso a quello stop forzato, di recuperare i sacrifici fatti a scrivere e registrare un album che non si sarebbe mai più potuto suonare dal vivo. C’era la voglia di gridare al mondo che si era ancora vivi, nonostante tutto, e che realizzare canzoni nuove era il modo migliore per professare il proprio immenso amore per l’esistenza. “Una meravigliosa bugia” è probabilmente il lavoro migliore nella pluridecennale carriera di Carlo Pinchetti, uno che, nel suo piccolo, è sempre stato fedele ai suoi maestri e alla sua vocazione. Quello che segue è il sunto di una chiacchierata che, nella sua forma originale, è stata comprensibilmente molto più lunga: dopotutto per entrambi erano le prime uscite e conversare insieme, bevendo, vedendosi finalmente di persona, era un qualcosa che mancava molto a tutti e due.

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Rugo – Affondare per esistere

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Difficile far sentire la propria voce nella piazza affollata e chiassosa che è diventata la scena musicale italiana degli ultimi anni. Gestire con disinvoltura i Social, corteggiare i brand e curare la propria immagine sono competenze che sembrano divenute molto più importanti del sapere scrivere belle canzoni e del risultare convincenti dal vivo, a maggior ragione in questo ultimo anno in cui la pandemia ha azzerato i concerti e costretto gli artisti a trovare altri modi per continuare la loro esistenza.
A Rugo in realtà piace andare al sodo. Per lui la creatività musicale non è mai stata qualcosa di razionalizzato o programmabile, piuttosto un’illuminazione improvvisa, un’urgenza a cui rispondere. Sarà per questo che dopo “Panta Rei”, il suo Ep d’esordio uscito nel 2016, sono dovuti passare così tanti anni per poterlo rivedere in azione.
Affondo” colma il gap in maniera più che convincente, un songwriting di livello che abbandona le soluzioni più leggere dell’It Pop contemporaneo per abbracciare una formula più adulta, che riflette sulle asperità dell’esistenza attraverso immagini fulminee, istantanee di vivida concretezza, che non disdegnano la modalità della narrazione e una buona dose di autoironia.
Lo abbiamo sentito al telefono per farci raccontare qualcosa di più su di lui e su questa nuova uscita.

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Il Disordine delle Cose – Proprio adesso che ci stavamo divertendo (Freecom Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Articolo di Luca Franceschini

Il Disordine delle Cose li ricordo soprattutto per un concerto in apertura ai Perturbazione, al Castello Sforzesco di Milano nell’estate del 2010, nell’ambito del Milano Film Festival. La band di Rivoli era appena uscita con Del nostro tempo rubato e i suoi chitarristi, Gigi Giancursi e Cristiano Lo Mele, avevano prodotto l’esordio di questi loro corregionali, che era uscito l’autunno precedente con diverse ospitate da parte di nomi importanti del circuito indipendente, dagli stessi Perturbazione a Paolo Benvegnù, passando per Carmelo Pipitone, Syria, Marco Notari e diversi altri.
Sono poi arrivati altri due album: La giostra (2012), registrato in Islanda nello studio dei Sigur Rós, e Nel posto giusto, per cui sono invece volati a Glasgow, in quello stesso CaVa Sound che ha visto la nascita di alcuni dei più bei dischi di Mogwai, Belle and Sebastian e Mercury Rev.
Questa dimensione internazionale, accompagnata da un songwriting di prima classe, non è servita a spalancare ai piemontesi le porte di una carriera di successo. Sono sempre rimasti alla stregua di un segreto ben custodito, giusto per usare un’espressione fin troppo abusata, e il cambio di passo che l’Indie italiano ha intrapreso dal 2015 in avanti, li ha fatti uscire definitivamente dai radar.

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